Il ritorno alla Casa Bianca del Partito democratico, rappresentato dal longevo Joe Biden, ha significato un ritorno delle ostilità tra il blocco euroamericano e il mondo russo ai livelli dell’immediato dopo-Euromaidan. Dalla riesumazione di modi operandi puramente guerrafreddeschi all’implementazione di sanzioni antirusse realmente incisive, sullo sfondo di un aggravamento della tensione nella bomba Donbass e nel teatro di battaglia Europa – quest’ultimo avvolto da un clima di russofobia di maccartista memoria –, l’antagonismo aperto e bellicoso sta gradualmente conducendo la guerra fredda 2.0 ad un nuovo livello.

Come terminerà questa biliosa fase di transizione non è dato saperlo, ma il quando è pronosticabile con assoluta certezza: in occasione della bilaterale tra Biden e Vladimir Putin, l’evento più atteso del 2021 che determinerà l’entrata ufficiale del duello egemonico, e in esteso della competizione tra grandi potenze, in un nuovo stadio.

Quando e dove si incontreranno

La bilaterale tra Putin e Biden sarà l’evento dell’anno per una ragione molto semplice: è da tre anni che non ha luogo un vertice ufficiale tra gli inquilini di Cremlino e Casa Bianca – l’ultimo è stato Helsinki 2018 – e il tempo è propizio affinché riaccada. Perché la mutua ostilità tra le due potenze non era così alta dal dopo-Euromaidan e questo rende più che necessario, imperativo, l’allestimento di un incontro che permetta loro di stabilire delle linee rosse – non a caso citate da Putin durante il discorso annuale all’Assemblea federale – e trovare dei campi da esentare dalla conflittualità, come cambiamento climatico e corsa agli armamenti.

Il quando e il dove sono stati coperti dall’arcano fino al pomeriggio del 25 maggio, quando la Casa Bianca ha ufficializzato il 16 giugno e Ginevra (Svizzera) quali data e luogo del fatidico incontro. Una scelta per nulla inaspettata e coerente con le precedenti indicazioni fornite dall’amministrazione Biden e dalla presidenza Putin, con quest’ultima che già a fine aprile aveva preannunciato di star valutando una possibile due-giorni fra il 15 e il 16.

Perché Putin e Biden si incontreranno a Ginevra nella giornata del 16 giugno, dandosi appuntamento presso la sontuosa Villa La Grange, è dovuto al fatto che trattasi di una data e di una location particolarmente comoda per l’inquilino della Casa Bianca, che dall’11 al 13 sarà a Carbis Bay (Regno Unito) per il G7 e il 14 a Bruxelles per un vertice Nato.

L’incontro-preludio

Il 12 maggio, nel corso di una telefonata organizzata nell’ambito del processo di allestimento del faccia a faccia tra Putin e Biden, Sergey Lavrov ed Antony Blinken hanno concordato di incontrarsi a latere del prossimo vertice ministeriale del Consiglio Artico, programmato a Rejkjavik per il 20 di questo mese. La bilaterale, di natura informale, fungerà da apripista alla Biden-Putin, permettendo alle parti di anticipare il contenuto che vorrebbero e dovrebbero discutere i rispettivi capi di Stato.

La corsa per ospitare il vertice Biden-Putin

L’incertezza, più che il mistero, ha regnato sul dove fino al 25 maggio. Biden aveva proposto di organizzare l’evento in un Paese terzo e politicamente neutrale, indi accettabile da ambo le parti, e disponibilità in tal senso è stata confermata da quattro nazioni:

  • Austria, che può vantare di aver ospitato i negoziati per il prolungamento del New Start, un antico collegamento diretto con il Cremlino e un legame cordiale tra Putin e Sebastian Kurz;
  • Svizzera, il Paese neutrale per antonomasia e sede dello storico incontro tra Ronald Reagan e Mikhail Gorbačëv del 1985, avvenuto nell’ambito delle discussioni sul controllo degli armamenti nucleari ed acceleratore della fine della guerra fredda;
  • Finlandia, la cui capitale, Helsinki, ha ospitato tre storici incontri nel 1975, nel 1997 e nel 2018, ma che subisce l’influenza malevola del ricordo del “fattore Trump”;
  • Repubblica Ceca, luogo in cui è avvenuta la firma del New Start e dove siede un presidente favorevole ad un riavvicinamento tra i blocchi, Milos Zeman, ma che è membro dell’Alleanza Atlantica – cioè non è neutrale – e, per di più, sta venendo travolta da una forsennata caccia alle streghe a base di dimostrazioni, espulsioni di diplomatici e gravi accuse di destabilizzazione in direzione del Cremlino;

Ai suddetti si erano aggiunti successivamente altri papabili, secondo quanto riferito da Politico il 5 maggio, ovvero Reykjavik (sede della Reagan-Gorbačëv del 1986 e cheto membro dell’Alleanza Atlantica), Lubiana (sito della Bush-Putin del 2001 e tra i candidati ad ospitare la Trump-Putin del 2018) e Baku (potenza eurasiatica in ascesa, legata sia a Mosca sia a Washington, alla ricerca di maggiore accreditamento in sede internazionale).

Le tre potenziali location citate da Politico, però, non erano esenti da criticità: Reykjavik era stata prescelta per ospitare la Blinken-Lavrov, poi avvenuta, Lubiana appartiene alla Nato e un eventuale approdo a Baku avrebbe danneggiato l’immagine di Biden presso l’influente lobby armeno-americana. Ed è nella consapevolezza delle debolezze presentate da Reykjavik, Lubiana, Baku, Helsinki, Praga e Vienna – il tallone d’Achille di quest’ultima era l’aver ospitato un tavolo negoziale in tempi troppo recenti – che avevamo formulato il seguente pronostico: “la scelta […] potrebbe ricadere su Ginevra, che, non a caso, con il procedere del mese di maggio, ha cominciato a concentrare su di sé un numero crescente di indiscrezioni”.

I probabili temi del meeting

Non è da escludere aprioristicamente che l’amministrazione Biden abbia in mente di tentare l’azzardo più impensabile, cioè il gioco della carta Kissinger – del resto, come avevamo scritto il 26 aprile, “nessun invito è stato lanciato all’indirizzo di Xi Jinping e il cambio di partito alla Casa Bianca non sembra aver favorito quel pronosticato riavvicinamento fra Washington e Pechino” –, sebbene il clima di russofobia persistente, generalizzata e cristallizzata ad ogni livello di politica, cultura e società potrebbe lavorare in senso contrario al compimento della missione.

Le parti, ad ogni modo, avranno modo di discutere i fascicoli più caldi, impellenti e sensibili della contemporaneità, sia quelli dove contrastano – in primis Donbass, Mar Nero, Mediterraneo allargato, Artico, Bielorussia (sulla quale pesa come un macigno il dirottamento del volo Ryan Air del 23 maggio) ed allargamento ad Est dell’Alleanza Atlantica – sia quelli dove si potrebbe cooperare per necessità e/o per presenza di visioni e interessi convergenti – specialmente corsa agli armamenti, cambiamento climatico e pandemia. Entrambe, inoltre, sono interessate a lavorare al ripristino della prevedibilità comportamentale e della stabilità strategica, pur sapendo che l’incontro, da solo, non sarà sufficiente ad appianare ogni divergenza né a ridurre drasticamente ed immediatamente la tensione accumulata negli anni recenti.

L’incontro servirà a ribadire le rispettive linee rosse, da sempre conosciute ma da tempo dimenticate e violate, nonché a tentare una regolarizzazione dello scontro egemonico, che la presidenza Biden vorrebbe condurre secondo regole concordate, funzionale al fine dell’evitamento preventivo di detonazioni potenzialmente suscettibili di sfuggire al controllo delle due potenze e di trasformare la guerra fredda in una guerra calda.