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L’intrattenimento è un’arma di distrazione di massa da tempo immemorabile, come ricorda l’antica e sempreverde legge del panem et circenses, ma è anche un potente strumento di condizionamento culturale, che, se adeguatamente impiegato, può consentire all’utilizzatore di proiettare potere morbido (soft power) verso l’esterno, cioè oltreconfine.

Le potenze più aquiline, consapevoli della tremenda verità alla base del pane e del circo, hanno fatto storicamente ricorso ai loro mezzi assimilativi e di persuasione culturale, come religione, lingua, letteratura e spettacolo, per efficientare i processi di inglobamento dei satelliti all’interno delle proprie orbite, per esportare il proprio sistema valoriale in ognidove e/o per migliorare la propria immagine nel mondo. Le ragioni di cui sopra esplicano perché gli Stati Uniti hanno Hollywood, l’unica industria cinematografica realmente globale, perché l’India ha Bollywood, perché la Nigeria ha Nollywood, perché la Turchia sta investendo crescentemente nella produzione-per-esportazione di film e serie televisive rispecchianti l’agenda conservatrice erdoganiana e perché persino la Cina sta scommettendo in maniera esponenziale sulla diffusione planetaria di kolossal sottilmente o palesemente intrisi di ideologia, come il recentissimo 800 eroi.

Noi, Italia, quanto a capacità di irradiare potere morbido al di là dei nostri confini per mezzo di intrattenimento e spettacolo, non abbiamo nulla da invidiare alle industrie cinematografiche e musicali altrui, in quanto possessori di Cinecittà e Sanremo. Abbiamo però certamente qualcosa da imparare: si performa per distrarre, ma anche per formare.

Performare per formare

La vittoria dei Maneskin all’edizione 2021 dell’Eurovision – il più importante festival del potere morbido dell’Unione europea – ha riacceso i riflettori su quella che potrebbe essere definita la “geopolitica dell’intrattenimento“. Perché televisione, cinema, musica e letteratura, lungi dall’essere degli innocui strumenti distrattivi, possono essere trasformati in potenti veicoli di persuasione culturale capaci di condizionare la mente dei consumatori, plasmandone idee, opinioni e valori. A questo proposito, non è una coincidenza, quanto un risultato voluto, che l’industria dell’intrattenimento turca, oramai seconda soltanto a quella statunitense per distribuzione globale di prodotti televisivi, abbia dato vita ad un fenomeno di massa noto come “ottomania” nel mondo turco-musulmano.

L’Italia, nella stessa maniera in cui la Turchia sta promuovendo l’espansione a macchia d’olio dell’ottomania e in cui gli Stati Uniti utilizzano Hollywood per fare pubblicità all’American dream e all’American way of life, potrebbe e dovrebbe fare leva su Cinecittà e Sanremo per esportare nell’estero vicino e lontano la propria visione del mondo, investendo nella realizzazione di prodotti per-formativi, cioè concepiti con un anelito di gran lunga superiore alla mera distrazione del pubblico: l’introduzione di ascoltatori e spettatori all’Italia-nazione, le cui peculiarità e virtù andrebbero valorizzate e caricate di potere seduttivo.

Diventare una potenza dell’intrattenimento per-formativo

I modi per entrare nel club ristretto delle potenze dell’intrattenimento sono molteplici, e ciascuno prevede delle elevate probabilità di ritorno economico (perché un film si vende) e capitalizzazione geopolitica (seguendo la strada tracciata da Turchia e Stati Uniti). Di seguito, alcune delle strategie che l’Italia potrebbe adoperare per fare dell’intrattenimento un instrumentum regni con cui effondere nel mondo il suo potere morbido inespresso:

  • La realizzazione e l’esportazione di prodotti cinematografici e televisivi in grado di fortificare il gemellaggio culturale tra lo Stivale e il suo estero vicino – ad esempio, si potrebbe pensare ad un kolossal storico su Giorgio Castriota Scanderbeg per il pubblico albanese, o ad uno su Hailé Selassié per quello etiope, ma anche a delle pellicole puramente di finzione che esaltino i legami tra popoli e culture;
  • L’emancipazione dall’attuale stato di sottoutilizzo e semi-disuso di Cinecittà, i cui autori alternano sostanzialmente, con qualche sporadica e atipica eccezione, due tipi di produzioni sterili dal punto di vista del potenziale (geo)politico e culturale: commedie per famiglie/romantiche e thriller/gangsteristici;
  • Il ritorno alla produzione di musica di qualità, cioè capace di suscitare emozioni ed esercitare un’influenza culturale durevole e significativa – si pensi al fatto che i grandi musicisti italiani degli anni Settanta e Ottanta, da Totò Cutugno al duo Al Bano-Romina, continuano a godere di un seguito popolare genuino e vastissimo nello spazio postsovietico, pur in assenza di strategie di commercializzazione da parte italiana;
  • Il raggiungimento di accordi di cooperazione avanzata in materia di musica, cinema e televisione – l’Italia potrebbe aiutare il Kazakistan, ad esempio, a migliorare le prestazioni dell’emergente Kazakhwood, così come potrebbe progettare un festival della musica aperto alle nazioni dell’italosfera, ricalcante Eurovision e Turkvision;
  • L’inquadramento dei prodotti dell’industria dell’intrattenimento per-formativo in una cornice istituzionale e istituzionalizzata, indi capace di commercializzarli e pubblicizzarli adeguatamente nell’estero vicino a lontano, nonché di siglare accordi concernenti la trasmissione regolare e periodica dei suddetti via cavo.

In sintesi, il potere morbido potenziale è presente, così come sono disponibili gli strumenti per proiettarlo adeguatamente ed efficacemente nel mondo – e non soltanto nel nostro estero vicino –; a mancare, dunque, non sono tanto i mezzi, quanto la volontà di impiegarli. Una volontà che andrebbe trovata il prima possibile, perché l’Italia ha tutte le carte in regola per diventare una grande potenza del geo-intrattenimento; titolo, quest’ultimo, che le consentirebbe di dispiegare tsunamicamente quel potere morbido lasciato inspiegabilmente inespresso.