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Mentre la tensione a Erbil continua ad aumentare parallelamente al progressivo dispiegamento dell’esercito da parte del governo centrale di Baghdad, schierato – in quello che sembra essere sempre più un accerchiamento – intorno ai confini sotto il controllo della Regione autonoma del Kurdistan, si stanno consolidando gli schieramenti nella partita curda. I nuovi sviluppi possono aiutare a comprendere chi degli attori internazionali supporta Barzani e il suo sogno di indipendenza e chi invece è più propenso a un Iraq unito, in stretto contatto con Teheran. Anche se la domanda più importante è sotto quale sfera d’influenza finirà il Kurdistan, piombato in una situazione a dir poco caotica, con alleanze che si intrecciano e ostacolano.

Anche qui sembra ripetersi uno schema già noto in Medio Oriente, dove spesso i teatri di guerra hanno come protagonisti sciiti e sunniti, in eterno conflitto per la supremazia nella regione. Come in Siria anche in questo caso gli interessi di Israele sembrano coincidere con quelli dell’asse sunnita guidato dal regno dei Saud, anche e soprattutto in chiave anti-iraniana. Tel-Aviv ha da subito mostrato il suo supporto nei confronti dell’indipendenza del Kurdistan con le dichiarazioni dei suoi ministri che auspicavano l’autodeterminazione del popolo curdo. Secondo quanto scritto in un editoriale dal direttore del Middle East Eye, David Hearst, anche il blocco sunnita – pur con minor clamore – si è schierato con Erbil e il suo leader Barzani.

Secondo Hearst, nell’ultimo anno la corte saudita ha inviato spesso suoi emissari all’interno dei domini della Regione autonoma del Kurdistan con l’obiettivo di fare pressioni su Barzani per convincerlo a non rimandare il referendum per l’indipendenza di Erbil tenuto il 25 settembre scorso. Inoltre racconta di quando nel luglio 2016 un ex generale dell’esercito saudita, Anwar Eshki, fece visita in Israele per poi incontrare il ministro degli esteri insieme a diversi membri del parlamento israeliano. Una visita molto insolita, considerando che nessun funzionario saudita può intraprendere un viaggio in Israele senza il permesso ufficiale di Riyadh. Allora, forse, se si scarta l’ipotesi che sia andato contro la volontà della famiglia reale, viene spontaneo credere che i Saud non avessero intenzione di pubblicizzare troppo la trasferta del generale Eshki. Generale che si è sempre espresso a favore della causa curda. Intervistato dalla testata russa Sputnik, Eshki disse che un Kurdistan indipendente sarebbe negli interessi dell’Arabia Saudita perché “indebolirebbe Iraq, Iran e Turchia”, anche solo perché precluderebbe loro un eventuale controllo del territorio ora in mano ai curdi. Senza contare che a più riprese, seguendo la retorica dominante, ha detto che il popolo curdo merita un suo Stato e che l’era di marginalizzazione da parte di Baghdad deve finire.

Il direttore del MEE si spinge oltre quando racconta che una fonte a lui vicina conferma che il figlio di Barzani, Masrour, abbia intrapreso un viaggio segreto negli Emirati solo un mese prima del referendum che si è tenuto in Kurdistan a fine settembre. Dopo questa visita sono molti gli accademici, che rispondono direttamente alla corona emiratina, a essersi espressi positivamente riguardo alla decisione di Erbil e, sempre secondo Hearst, la leadership curda ha firmato un memorandum d’intesa con il direttore dell’Emirates Policy Center Ibtesam al-Ketbi “per organizzare il referendum”.

Intanto oggi, mentre continua l’avanzata delle Forze di mobilitazione popolare (Hashd al-Shaabi) nei territori che i curdi hanno strappato all’Isis, il segretario di Stato statunitense Rex Tillerson ha invitato le milizie iraniane, che si stanno muovendo a fianco dell’esercito di Baghdad, a “lasciare immediatamente l’Iraq.” Le parole di Tillerson hanno scatenato una pronta risposta da parte dei diretti interessati che, attraverso il portavoce Ahmad al-Asadi , hanno fatto sapere che quelle che se ne devono andare sono le truppe americane, e non le milizie sciite da sempre vicine a Baghdad, anche perché la guerra contro lo Stato Islamico sta ormai per concludersi e, come ha detto qualche giorno fa in un tweet il ministro degli esteri iraniano Javad Zarif, non c’è più nessuna scusa che Washington possa usare per giustificare la presenza dei suoi soldati in suolo iracheno.

In questo contesto il primo ministro iracheno Haider al-Abadi domani sarà ad Ankara per discutere la questione curda con Erdogan. Il cielo sopra il Kurdistan sembra farsi più cupo giorno dopo giorno.

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