Perché il Kurdistan iracheno non è pronto per l’indipendenza

SOGNI DI FARE IL FOTOREPORTER? FALLO CON NOI
Politica /

La stragrande maggioranza del mondo occidentale ha accolto festosamente la notizia della decisione di Erbil, arrivata ufficialmente ad aprile di quest’anno , di tenere un referendum per ottenere l’indipendenza da Baghdad. I curdi hanno guadagnato notorietà internazionale da quando la loro etnia è diventata sinonimo di coraggio e determinazione (in Occidente n.d.r.), qualità dimostrate durante la guerra intrapresa contro le milizie sotto il comando dell’autoproclamato Califfo al-Baghdadi.

Basti pensare ai fiumi di inchiostro sui quali i media hanno navigato – vento in poppa – narrando le gesta delle combattenti curde. D’altronde si sa, in Europa una buona parte della popolazione si galvanizza quando vede donne che imbracciano un fucile e non una borsetta firmata, e questo è anche comprensibile, nonché condivisibile. Come spesso accade, però, pochi si sono soffermati per tentare di comprendere le ragioni che hanno spinto Massud Barzani a tornare a rivendicare, con così tanta veemenza, il diritto all’indipendenza del suo popolo. Vuoi per l’attenzione mediatica concentrata sul conflitto siriano, la contrapposizione Stati Uniti-Russia e Arabia Saudita-Qatar, vuoi perché non appena si parla di “libertà, diritti e indipendenza” in Europa ci si emoziona oltremodo e aprioristicamente.



La verità è che il Kurdistan iracheno non è pronto per la transizione da regione autonoma a indipendente. Perché? Principalmente per tre motivi, tutti legati tra loro. Il primo: i curdi-iracheni hanno dimostrato di non essere in grado di autogovernarsi né, tantomeno, di provvedere al sostentamento di uno Stato. Il mondo politico curdo è spaccato a metà sulla questione del referendum atteso per il 25 settembre; elemento da non sottovalutare, dato che solitamente un evento di questo tipo viene accolto con favore dalla maggior parte degli interessati. La quasi totalità dei partiti è convinta che Barzani voglia utilizzare il referendum come strumento politico per ergersi a paladino della Regione per poi tornare a essere – ufficialmente – il leader di quest’ultima. Il Movimento per il Cambiamento (Gorran) e il Gruppo Islamico del Kurdistan (KIG) continuano ad esprimere la loro contrarietà nei confronti del voto che si terrà a settembre: secondo i loro funzionari, infatti, l’intenzione di Barzani è quella di riunire il Parlamento (inattivo da più di due anni ormai) per chiedere ai suoi membri il beneplacito per il referendum per poi, conseguentemente, tornare (nuovamente) a essere riconosciuto come leader del Kurdistan iracheno.

Il secondo motivo è che anche la decisione dei cittadini dell’Iraq settentrionale non deve essere data per scontata. C’è chi dice che più del 90% di questi voterà favorevolmente per prendere definitivamente le distanze dal governo centrale di Baghdad ma, dall’altra parte, c’è chi afferma che gli abitanti non abbiano alcuna intenzione di cambiare lo status quo (buone relazioni con la Turchia – a differenza dei curdi-siriani, con gli Stati Uniti, con l’Iraq e con l’Iran) per un salto nel vuoto che probabilmente non comporterebbe nessun cambiamento radicale positivo se non, appunto, per la leadership di Massud Barzani.

Il terzo motivo risiede nei rapporti con Teheran, che guarda con attenzione al suo vicino: sia perché è dal 2014 che con Erbil sta lavorando a un progetto per la costruzione di  un nuovo oleodotto che dovrebbe passare dalla provincia del Koysinjaq per arrivare nella regione del Kermanshah (progetto che porterebbe 250.000 barili di grezzo al giorno in Iran), sia perché è ben consapevole della stretta alleanza tra curdi e Stati Uniti, recentemente tornati a indicare il paese degli Ayatollah come nemico numero uno e come primo sponsor del terrorismo islamico: l’ultima cosa di cui gli iraniani vogliono essere testimoni è la nascita di uno stato fotocopia di Israele, ovvero un’entità super-militarizzata e nettamente filo-occidentale.

Allo stato attuale i curdi non potrebbero promuovere una propria politica estera, indipendente dal volere statunitense, e ciò sembra già suggerire future tensioni negli equilibri del Medio Oriente, già abbastanza in bilico. Inoltre, un eventuale Kurdistan indipendente rientrerebbe nel processo di “balcanizzazione del Medio Oriente”, promosso dagli Stati Uniti ma non da alcuni attori in gioco sul territorio, tra cui proprio l’Iraq che rischia di perdere le percentuali di profitto del petrolio di cui attualmente gode grazie al rapporto con Erbil.

Un Kurdistan indipendente, al di là della simpatia di cui godono i curdi, non sembra essere solo irrealizzabile sul piano pratico, ma anche molto pericoloso sia per l’equilibrio raggiunto con l’Iraq dopo il conflitto degli anni ’80, sia per il dossier che riguarda l’Iran contro cui, giorno dopo giorno, gli Stati Uniti sembrano voler fomentare un nuovo conflitto.