Boris Johnson, nato Alexander Boris de Pfeffel Johnson, è il personaggio più lontano dal cliché di anglosassone misurato e politicamente corretto che si possa immaginare. Di lui si è detto e scritto di tutto e l’immagine che se ne ricava è quella di una grande, apparente contraddizione. Questa personalità dirompente, che da sempre divide, al momento sembra essere l’unica “credibile” e in grado di riunificare la maggioranza del Paese.

Nonostante un’aria disordinata e pasticciona, che spinge molti inglesi a considerare Johnson un bugiardo inaffidabile, i numeri dicono che con molta probabilità sarà lui a vincere le elezioni grazie alla promessa di uscire dall’Europa il prima possibile. Nonostante sia ormai arcinoto che la Brexit non è un punto di arrivo ma un lungo processo di trattative, che avrà bisogno di anni per essere definito nei dettagli, i sondaggi confermano che gli inglesi si aspettano l’uscita dall’Ue entro il 2020, come promesso da Johnson.

Dunque, qual è la sua forza? A Boris Johnson si attribuisce la grande capacità di capire in anticipo cosa stia per dirgli il suo interlocutore, allo stesso modo, ha capito la risposta che la pancia della Gran Bretagna si aspetta dal prossimo primo ministro. Ma non solo lo ha capito e interpretato meglio di chiunque altro, è anche riuscito a trasformare questa risposta nello slogan elettorale più semplice ed efficace che si possa immaginare. “Get Brexit Done” (Fare la Brexit).

La forza del suo messaggio, la compattezza espressa da quel che è rimasto del suo partito (dopo l’uscita di molti deputati in disaccordo con la spinta a destra da lui generata) e un fedele elettorato anziano – che più di altri ha voluto la Brexit e che è poco incline al voto tattico – sono il combinato disposto per comporre la torta della maggioranza parlamentare auspicata alle prossime elezioni.

Queste premesse si rendono fondamentali per spiegare la ragione per la quale l’uomo più discusso del regno, colui che è riuscito a contrariare persino Sua Maestà la Regina Elisabetta II, riesca a farsi perdonare qualunque insofferenza per le regole, che rompe sistematicamente, oltre ad una collezione infinita di gaffes grottesche.

Boris contro le regole

Alex, come lo chiamano pochi intimi, ha un solo obiettivo nella vita: vincere. Una delle immagini che rappresenta la sua insaziabile fame di successo e l’inclinazione alle figuracce, è quella scattata nel 2015 durante una partitella di rugby in Giappone. Johnson, all’epoca sindaco di Londra, si lancia con determinazione contro l’avversario e lo atterra guadagnando il pallone e il punto della vittoria. Il suo avversario è Toki Sekiguch, un bambino di 10 anni. A conclusione dell’incontro nei giardinetti di Tokyo Square, il primo cittadino londinese è costretto a scusarsi.

I capelli biondissimi sempre ostinatamente in disordine, gli abiti stropicciati buttati addosso senza cura, la scarsa inclinazione a farsi la doccia (racconta in un libro la sua ex collega del Daily Telegraph, Sonia Purnell) fanno di lui quell’eccezione che conferma la regola.

Innamorato dei grandi classici, secondo i suoi biografi – quelli clementi che sono pochissimi – in lui vive “quell’omerico senso di gloria” che genera un temperamento atto al comando.
Innamorato di Winston Churchill, rivendica di trarre ispirazione dalla sua figura mentre i suoi detrattori sottolineano come non ne abbia la statura politica, né l’eloquio.

Il suo ex boss al Daily Telegraph, Max Hastings, gli riconosce di essere stato un brillante giornalista sebbene inaffidabile e totalmente ossessionato da se stesso al punto da definirlo “meno adatto a fare il primo ministro del mio Labrador”. È stato esattamente in quel periodo che va dal 1989 al 1994, che come corrispondente da Bruxelles, Johnson ha iniziato la sua campagna da Euroscettico sulle pagine del quotidiano diretto da Hastings.

Come sindaco di Londra, dal 2008 al 2016, Johnson ha battuto il suo avversario, Ken Livingstone, due volte, aggiudicandosi la guida della città più progressista e tradizionalmente lontana dalle istanze dei Conservatori e ha cercato di smettere di raccontare barzellette. Ciò nonostante, di quei due mandati, rimarranno le sue gaffes e le opere non concluse.

Impietoso il giudizio del giornalista ex Bbc Gavin Esler, autore del libro “Brexit without the Bullshit”. “Quando chiedo alle persone cosa abbia lasciato l’ex sindaco Johnson non sanno cosa rispondere”, ci spiega Esler. “La campagna sui mezzi pubblici è stata un fallimento, le bici (‘Boris Bikes’) le aveva ereditate, il promesso Garden Bridge pedonale sul Tamigi non lo ha mai realizzato così come il Thames Estuary Airport”.

Non meno indulgente l’analisi del suo trascorso agli Esteri. “Parlando con diversi diplomatici inglesi, tutti mi hanno risposto che Johnson è fondamentalmente un pigro e che non legge i dossier, così non sa mai di cosa si stia parlando”. Cosa ha ottenuto politicamente sinora? La risposta di Esler è lapidaria: “Affermare se stesso”.

Quando, la scorsa estate, a dispetto dello scetticismo di alcuni compagni di partito ha conquistato la guida dei Conservatori orfani di Theresa May, ha tagliato i capelli, rimasti spettinati e ha provato a darsi un’immagine confacente al ruolo di primo ministro. Inaffidabile, opportunista, ambizioso oltre misura, pigro e arrogante, Johnson, nonostante tutto e tutti ha conquistato la leadership dei Conservatori e di lì a breve quella della nazione. E oggi è determinato a riaffermarla.

Boris contro le élite

Nella sua progressiva trasformazione in leader populista, Johnson è riuscito a far dimenticare agli inglesi le sue radici per mimetizzarsi tra il popolo con il motto “Noi siamo contro le élite e contro l’establishment” del quale però fa fieramente parte.

La passione politica l’ha ereditata dal padre che l’ha trasmessa a due dei figli maschi: Boris e Jo. Quest’ultimo è stato eletto in parlamento nel 2010, ha ricoperto incarichi di governo con David Cameron dal 2013 e successivamente con Theresa May che ha però abbandonato per divergenze sulla gestione della Brexit. Lo scorso settembre, chiamato nel Gabinetto del nuovo Primo Ministro, suo fratello, si è nuovamente dimesso lacerato tra “l’interesse nazionale e la lealtà nei confronti di un membro della famiglia”.

BoJo (altro soprannome) è famoso per la passione per Aristotele e Achille e nota è la sua avversione per la tecnologia. Si racconta che fino a poco tempo fa girasse con un vecchio telefono Nokia ma che nelle sue tasche non mancasse mai un classico, anche in edizione ridotta. Ciò nonostante, il suo linguaggio è chiaro e semplificato al punto da raggiungere e convincere trasversalmente tutti. Soprattutto chi confida nella promessa di uscire presto dall’Europa per rimettere la Gran Bretagna (o quello che ne resterà) al centro di un grande futuro.
Un ottimismo di facile presa, che non va troppo nel dettaglio per evitare il rischio di venire contraddetto: questa è la cifra del suo messaggio.
E poco importa se tante promesse finora non siano state mantenute.

Gavin Esler ricorda come, dopo la richiesta di chiudere il parlamento bloccata dalla Corte Suprema, un sondaggio Ipsos Mori abbia chiesto alle persone se si fidassero di Johnson: il 70% rispose no. Ma molti di questi lo voteranno il 12 Dicembre generando il paradosso, chiave del suo successo.

Boris contro le donne

Ironia della sorte, la grande passione di Boris Johnson finisce per rappresentare anche la sua grande debolezza. Paragonato a Marylin Monroe  in molte caricature, per la chioma platino e una apparente vulnerabilità, Johnson in una recente intervista radiofonica è finito all’angolo di fronte alla domanda sul numero dei suoi figli. Wikipedia scrive “almeno 5”, ma lui non conferma né smentisce.

Con la sua attuale compagna, Carrie Symonds, già responsabile della comunicazione per il partito, si è reso protagonista di una lite che, in una infuocata notte della scorsa estate, ha costretto i vicini a chiamare la polizia per sedare gli animi. Ora lei segue e sostiene la sua campagna elettorale macchiata dal caso Arcuri. Un’altra donna.

Imprenditrice americana di 34 anni, Jennifer Arcuri imperversa nelle tv e sui giornali inglesi chiedendo a Boris perché non risponda più alle sue chiamate mentre i cronisti gli chiedono perché, all’epoca in cui era sindaco di Londra, la donna lo abbia seguito in tre missioni all’estero ricevendo 120mila sterline di finanziamenti pubblici. Lui taglia corto: “Nessun conflitto di interessi”. Alla fine di ottobre, L’Agenzia Governativa di controllo ha concluso che la cifra pagata alla società di High Tech fondata da Jennifer Arcuri era “appropriata”.

Da tempo Johnson è chiamato anche a dare spiegazioni sulle parole scritte a proposito di donne quando firmava sui giornali dai quali è stato sistematicamente licenziato. In un articolo dello Spectator del 1995, recentemente riesumato, Johnson avrebbe sostenuto che le madri single avrebbero prodotto una “generazione di ragazzini ignoranti, scapestrati, illegittimi e aggressivi” aggiungendo che le politiche di social housing avrebbero “incoraggiato le donne single a fare figli per aggiudicarsi un’abitazione”.

Sull’onda delle accuse di misoginia ed islamofobia, diverse deputate hanno lasciato il partito in segno di protesta, mentre la comunità islamica non ha mai perdonato quanto da lui scritto sul Daily Telegraph, nel 2018, ovvero che le donne con il burka sembrerebbero delle ‘buchette delle lettere’. Interpellato sul tema in una recente intervista radiofonica si è scusato ma ha continuato a rivendicare la sua posizione.

Neanche la sorella Rachel, giornalista e fervente sostenitrice della permanenza in Europa della Gran Bretagna, ha mai risparmiato dure critiche al fratello. In tutta risposta Johnson ricorda come, ai tempi in cui era sindaco, il Comune di Londra era guidato da una sorta di “femminocrazia” e che il suo governo aveva  il più alto numero di rappresentanza femminile nei ruoli chiave.

Boris contro Trump

Donald Trump e Boris Johnson sono da sempre legati da amicizia e complicità al punto che The Donald ha definito l’alleato il “Britain Trump”. È all’America che Johnson guarda con più attenzione dopo il divorzio dall’Europa ed è da là che Trump suona le sue sirene per rinsaldare relazioni più forti ed esclusive.

“Per privatizzare e svendere il nostro sistema sanitario e introdurre cibi a standard inaccettabili” l’accusa di Jeremy Corbyn che contro queste ipotetiche alleanze ha basato la sua campagna elettorale.

Donald Trump e Boris Johnson sono le più forti espressioni del populismo contemporaneo, due politici nati in quartieri esclusivi che oggi sanno parlare alle masse promettendo un ruolo di sovranità per i loro Paesi a dispetto di tutti gli altri. Accomunati da posizioni sempre sopra le righe, entrambi godono di un grande sostegno popolare e di relazioni complicate con i mass media divisi tra chi li sostiene platealmente e chi li critica duramente.

Sul Washington Post  viene pubblicato un Fact Checker delle bugie di Trump. A metà ottobre, dopo 993 giorni di mandato alla presidenza degli Stati Uniti, si contavano 13.435 falsità. Ciò nonostante, stando all’ultimo sondaggio realizzato poco prima del Thanksgiving Day da Economist/YouGov, Trump gode del 53% dei consensi dei repubblicani che lo considerano un presidente superiore persino ad Abramo Lincoln; primo repubblicano ad assurgere a quella carica.

Stessa sorte è toccata a Boris Johnson che passa il controllo del sito creato ad hoc dal giornalista Peter Oborne, boris-johnson-lies.com‘ che dichiara di raccogliere “bugie, falsità e mistificazioni di BJ e del suo governo”. Ma il rapporto tra i due leader rischia di diventare un boomerang nella campagna elettorale inglese, ecco perché oggi BoJo gioca di sponda.

Trump si è già inserito a gamba tesa, come nel suo stile, quando ha incoraggiato l’alleanza tra il Brexit Party di Nigel Farage e i Conservatori dell’amico britannico. L’invito è caduto nel vuoto, il Brexit Party ha fatto un passo indietro nei seggi che i Tories si sono aggiudicati nel 2017 e ha scritto la parola fine sul suo peso politico prossimo futuro.

Così, mentre a Londra si teneva il vertice Nato, nel suo 70esimo anniversario, l’unica preoccupazione di Johnson e dei suoi era quella che il dirompente amico americano tenesse la bocca chiusa sulle questioni di politica interna ed evitasse di incontrare il primo ministro britannico in bilaterali, anche ristretti. E ci è riuscito, spiegando che: ”È bene che gli amici alleati non prendano mai posizione  nelle reciproche campagne elettorali”. Ancora forte è l’eco delle parole di Barack Obama a sostegno della campagna referendaria contro la Brexit che, nel 2016, non portarono alcun beneficio alla causa.  

Boris Vs Sondaggi

In questo scenario di contraddizioni polarizzanti che insieme, però, giocano a favore del successo di Boris Johnson si inserisce l’ultimo elemento che rischia di chiudere la partita con uno scacco matto.

In base ai rilievi diffusi dal Sunday Times, la rielezione del primo ministro sarebbe a rischio. La vittoria nel suo collegio potrebbe essere complicata dal cosiddetto voto tattico. YouGov, attraverso il modello di analisi di Datapraxis, ha intervistato 270 mila elettori per stimare l’andamento del voto in ogni singolo seggio del Regno Unito. Boris Johnson sopravanzerebbe l’avversario del partito Laburista di 16 punti. Ma, se il 13% di chi oggi pensa di votare per i Liberal Democratici o per i Verdi (Green) cambierà idea scegliendo i Labour (per dare un voto tattico) e se l’astensione sarà alta, allora Boris Johnson avrà dei problemi. Con lui, sono sette i pezzi da novanta del partito ad essere in bilico. Così, l’ultimo incubo di Johnson potrebbe essere quello di vincere le elezioni ma di perdere il seggio nella sua circoscrizione a Uxbridge.

Nel 1963, Alec Douglas-Home, fu primo ministro senza far parte della House of Commons rinunciando alla sua contea. Johnson starebbe valutando lo stesso piano B. Secondo alcune fonti di palazzo riportate da diversi quotidiani, un deputato Conservatore, detentore di molti voti in un seggio vicino a Londra, potrebbe essere ricollocato nella House of Lords (in cambio di un alto incarico) per lasciare il suo posto a Johnson che, nell’attesa, sarebbe sostituito in aula e a Downing Street da Dominic Raab.

Fantapolitica che, anche in questo caso, però, potrebbe essere scardinata da un leader che è riuscito a capitalizzare il suo successo facendosi forza dei suoi difetti e rispondendo alle critiche feroci che gli vengono rivolte con la semplicità di  un messaggio che oggi, nonostante tutto e tutti, gli fa sentire la vittoria sempre più vicina.

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