Negli ultimi giorni l’aviazione israeliana è tornata a colpire e lo ha fatto su due fronti ben distinti: da un lato all’interno della striscia di Gaza, dall’altro in Siria. Come mai? La strategia israeliana sembra essere cambiata e, in particolare, il governo di Benjamin Netanyahu vorrebbe tornare a mostrare i muscoli soprattutto nei confronti dell’Iran. Ma qual è il vero motivo che ha portato gli israeliani ad attuare nuovi raid in due zone distinte del Medio Oriente? In tanti hanno evidenziato la vicinanza con le elezioni del 2 marzo prossimo, le terze in meno di un anno.

L’obiettivo di Netanyahu

La sicurezza in Israele ha da sempre rappresentato uno dei temi più discussi in seno alla politica dello Stato ebraico. Intere campagne elettorali nel corso degli anni sono state decise proprio dalle scelte operate in ambito militare e sul fronte della sicurezza interna ed esterna. Nel Paese, come detto, si voterà il 2 marzo e le consultazioni saranno cruciali: da più di un anno non si ha un governo, Netanyahu dal dicembre 2018 è alla testa di un esecutivo formalmente chiamato ad assicurare l’ordinaria amministrazione visto che dopo due elezioni tenute nel 2019 non si è riusciti a formare una nuova maggioranza. I sondaggi della vigilia, come già riscontrato in occasione delle due precedenti consultazioni, parlano di un testa a testa tra il Likud, il partito di Netanyahu, e la lista “Blu&Bianco” del rivale Benny Gantz.

Per il premier uscente appare quindi importante mantenere ben salda l’immagine di “uomo forte” di Israele, in grado di assicurare la sicurezza del paese anche andando a perseguire i rivali al di fuori dei propri confini. Sarebbe quindi questo il nesso tra l’avvio dei nuovi raid nella striscia di Gaza ed in Siria ed il voto del prossimo 2 marzo. In particolare, l’obiettivo di Netanyahu è intercettare quanti più voti possibili tra l’elettorato di destra, in modo da bilanciare a suo favore uno scontro politico che rischia di giocarsi sul sottile filo di appena pochi voti. Ed in cui, come sottolineato dalla stampa israeliana, sarà importante mobilitare il più possibile un elettorato esausto dalla terza chiamata alle urne in 11 mesi.

Il segnale lanciato all’Iran

Ma le mosse di Netanyahu non sono soltanto condizionate dalle dinamiche elettorali. Il governo israeliano infatti appare sempre impegnato in un’azione volta a contenere l’influenza dell’Iran nella regione. Teheran, dopo l’uccisione del generale Soleimani avvenuta per mano americana il 3 gennaio scorso a Baghdad, non ha abbandonato la strategia volta a solidificare la cosiddetta “mezzaluna sciita, ossia l’asse sciita che va da Beirut fino a Teheran, passando per Baghdad e Damasco. Gli obiettivi israeliani dunque, pur essendo Netanyahu spinto in primis da motivazioni di carattere elettorali, non sono stati colpiti a caso.

A Damasco, in particolare, sono stati ancora una volta presi di mira depositi di munizioni di forze iraniane od allineate alla Repubblica Islamica. Qui Teheran è ben radicata grazie al sostegno fornito, tramite propri reparti o gruppi paramilitari appoggiati dal proprio governo, al presidente siriano Bashar Al Assad. Nella striscia di Gaza invece, sono stati presi di mira obiettivi del gruppo della Jihad Islamica. Quest’ultima è l’organizzazione con cui maggiormente si è scontrata Israele negli ultimi mesi, specialmente dopo che un raid dello Stato ebraico a novembre ha ucciso uno dei suoi comandanti. La Jihad Islamica risulta vicina all’Iran: “Il gruppo è sostenuto da Teheran – si legge in un recente report dell’Ispi – I suoi rapporti con Hamas, al governo nella Striscia, sono consolidati dall’alleanza contro Israele”. Dunque la recente escalation a Gaza, è da inquadrare nell’ambito del continuo braccio di ferro a distanza tra israeliani ed iraniani. Il lancio di razzi operato anche negli ultimi giorni dalla Jihad Islamica, potrebbe prevedere ancora intense settimane di tensione.

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