La macchina dell’impeachment è partita. La Camera dei rappresentati Usa il 13 gennaio ha dato il via alla procedura di messa in stato di accusa del presidente uscente Donald Trump con 232 voti a favore e 197 contrari. Per il tycoon si tratterà di un secondo processo dopo quello avvenuto nel febbraio del 2020 e finito con il voto contrario del Senato.

L’operazione dei dem è scattata dopo i fatti del 6 gennaio scorso, quando una folla di sostenitori del presidente ha assaltato il Campidoglio sospendendo la seduta del Congresso per la ratifica della vittoria di Joe Biden alle elezioni del 3 novembre scorso. Subito dopo i disordini la leadership del partito dell’asinello aveva tuonato contro Trump ritenendolo responsabile degli eventi chiedendo venisse rimosso con effetto immediato dalla carica.

Il punto è che forse tutta questa urgenza non c’è. O meglio, il partito che ora controlla i vertici della politica americana, dalla Casa Bianca al Senato passando dalla Camera dei deputati, manda messaggi contrastanti.

La grande contraddizione

Nei giorni scorsi, Chris Cillizza, storico cronista politico della Cnn ha messo in luce tutte le contraddizioni dei democratici in questa fase concitata. I dem, ha scritto, vogliono che gli elettori credano a due cose, cioè che Trump sia così pericoloso che va subito sollevato dall’incarico, ma allo stesso tempo che sia necessario evitare un imbuto al Senato (dove si svolge il vero e proprio processo per l’impeachment) che rischia di complicare l’insediamento del neo eletto Joe Biden, magari con l’House of Representatives che trattenga le carte per due-tre mesi lasciando alla Camera Alta le incombenze relative ai primi 100 giorni della nuova presidenza prima di prendere in mano il dossier.

L’aspetto paradossale di queste posizioni schizofreniche è che sono entrambe vere per i democratici. Ma per capirlo è necessario fare un passo intero esaminandole in modo distinto. Posizioni che in un modo o nell’altro rischiano di trasformarsi in un boomerang per il neo eletto Biden.

La corsa dem all’impeachment

Dopo giorni di polemiche lunedì 11 gennaio i dem della Camera hanno lanciato due mosse procedurali per cercare di sollevare Trump dall’incarico. La prima si è consumata il 12 con la richiesta formale al vicepresidente Pence e ai membri del governo di attivare il 25esimo emendamento per sollevare il presidente Trump dall’incarico con la scusa di non essere più adatto a governare. La seconda ha di fatto dato il via all’iter contro il tycoon, anche grazie al voto di ben 10 deputati americani, il numero più alto di membri dello stesso partito del presidente.

Il documento presentato dai democratici accusa Trump di aver “incitato all’insurrezione”, in particolare continuando a sostenere l’ipotesi infondata di elezioni truccate e dando fiato a teorie del complotto e con le proprie dichiarazioni di aver istigato l’assalto al Campidoglio.

Il primo aspetto che salta all’occhio è la velocità di esecuzione. Nel 2019 i dem decisero di procedere contro The Donald solo dopo tre mesi di lavori parlamentari. Dal momento delle prime informazioni a quando si è tenuto il voto in aula i deputati hanno lavorato settimane con diverse udienze nei comitati Intelligence e Giustizia della Camera. Oggi tutto questo non è avvenuto.

Niente di irregolare, è bene ribadirlo. Il presidente della commissione parlamentare che si occupa del tema ha dato carta bianca e giovedì scorso ha confermato il suo benestare a dibattere in Aula. Secondo Josh Chafetz, docente di diritto costituzionale della Georgetown University, la Costituzione non stabilisce tempi e modi in modo rigido. Esiste anche in precedente, ma è datato 1868, quando la Camera mise sotto accusa il presidente Andrew Johnson ancora prima di scrivere i provvedimenti contro di lui.

Lo scoglio del Senato

L’urgenza e la furia dei dem alla Camera potrebbe però infrangersi al Senato. La velocità di esecuzione cozzerebbe infatti con un Senato ancora non convocabile. Come hanno evidenziato diversi media Usa è praticamente impossibile che si arrivi a discutere l’impeachment mentre Trump è ancora in carica, anche se considera il fatto che qualche senatore repubblicano, magari Mitt Romney, potrebbe votare a favore.

Il nodo è tutto nei tempi. La Camera alta è in pausa fino al 19 gennaio, il giorno precedente all’insediamento di Joe Biden. Per radunarsi prima sarebbe necessario il consenso di tutti e 100 i senatori. Ma qui ci sarebbe già il primo problema: servirebbe il via libera anche dei senatori più vicini a Trump che difficilmente accetteranno di rientrare prima proprio per discutere l’impeachment.

Secondo voci sentite dal Washington Post Chuck Schumer, al momento ancora leader della minoranza dem al Senato, starebbe esaminando l’ipotesi di convocare la Camera in anticipo. Ma la procedura richiederebbe il via libera del leader di maggioranza Mitch McConnell che ha già escluso l’ipotesi. Qui veniamo infatti al secondo problema. I democratici hanno sì vinto i ballottaggi in Georgia conquistando la maggioranza, ma i due neo senatori Raphael Warnock e Jon Ossoff, non hanno ancora prestato giuramento, giuramento che potrebbe arrivare più o meno negli stessi giorni dell’insediamento di Biden.

Su tutti questi aspetti aleggia però anche un altro fattore, la posizione stessa di McConnell. Secondo il New York Times lo storio leader repubblicano non sarebbe così contrario all’impeachment contro Trump. Fonti del suo entourage avrebbero detto che il senatore del Kentucky vedrebbe di buon occhio la pratica perché permetterebbe al Gop di sganciarsi dal presidente uscente, ma su questo fronte ancora non ci sono certezze.

Perché si esamina l’ipotesi di un allungamento dei tempi

La situazione al Senato ha quindi aperto una delicatissima questione e cioè il rischio che la presidenza Biden si apra ancora nel segno di Donald Trump. È vero si tratterebbe del processo a suo carico, ma sarebbe comunque un grosso problema, operativo e simbolico. Non è un caso infatti che qualcuno tra i dem inizi ad avanzare un’ipotesi alternativa.

È il caso ad esempio di James Clyburn, deputato del Sud Carolina e Majority Whip (cioè membro del partito con il compito di collegare i leader del partito e il gruppo parlamentare) secondo il quale i dem potrebbero scegliere di tenere ferma la pratica alla Camera per qualche mese per poi trasmetterla al Senato in un secondo momento lasciando campo a Biden per gestire i primi impegni.

Il doppio rischio di Joe Biden

Gran parte dei dem si sono detti contrari alla possibilità di rimandare, ma su questo incombono anche le esigenze della futura amministrazione. Il presidente eletto, che da un lato ha sempre condannato Trump per i disordini, ma mai parlato apertamente di impeachment, ha suggerito un approccio misto con una domanda un po’ sibillina fatta parlando con dei giornalisti: “Possiamo dedicare mezza giornata all’impeachment e mezza giornata a far nominare il mio governo al Senato, oltre a passare al pacchetto di aiuti contro la pandemia?”.

Interpellato dai cronisti il presidente eletto ha però detto di non aver avuto ancora risposte dai parlamentari, forse perché risposte definitive ancora non ce ne sono. L’idea sarebbe quella di un Senato a due velocità che replicherebbe il modello già visto lo scorso anno durante la messa in stato d’accusa: nomali lavori parlamentari la mattina e discussione dell’impeachment nel pomeriggio.

Il problema è che per Biden l’impeachment rischia di trasformarsi in una grana. Come ha sottolineato Cillizza, l’ex vice di Barack Obama vorrebbe lasciarsi alle spalle la presidenza Trump e lavorare su altri fronti. Primo fra tutti l’approvazione della sua squadra di governo che deve ottenere il via libera dal Senato. Non solo. L’altro tema caldissimo ha a che fare con il pacchetto di stimoli anti crisi, tra i quali anche l’assegno di 2 mila dollari. Un provvedimento che richiederà una mediazione delicata dato che molti repubblicani, e qualche democratico, non sono d’accordo.

Forse per Biden sarebbe più utile rimandare come suggerito da Clyburn, ma qui ci sarebbe un altro problema. Il rischio è di perdere quel minimo di supporto che qualche senatore repubblicano poteva concedere all’impeachment e questo perché verrebbe proprio a cadere il senso di urgenza legato ai fatti del 6 gennaio, trasformando il provvedimento in una semplice mossa politica.

Un Natale di pace per i Cristiani che soffrono
DONA ORA
Un Natale di pace per i Cristiani che soffrono
DONA ORA