Quello del socialismo negli Stati Uniti d’America è da sempre una sorta di argomento tabù, acutizzato a suo tempo dal clima della guerra fredda e dalla divisione del mondo in due blocchi contrapposti. È risaputo che negli USA la paura rossa è stata agitata più volte in passato, dando vita già nei primi anni Venti del secolo scorso e poi in quelli immediatamente successivi alla fine della Seconda guerra mondiale (cd. maccartismo) a due vere e proprie “crociate” anticomuniste.
Eppure, le cose sembrano cambiare, quantomeno nel comune sentire. Stando ad alcune recenti rilevazioni, ben quattro statunitensi su dieci (addirittura 2 su 3 tra gli elettori democratici) avrebbero una visione positiva del socialismo, non certo intesa nel senso di una collettivizzazione dei mezzi di produzione e/o di una pianificazione dell’economia – sul modello sovietico per intenderci – quanto piuttosto in quello di un’istituzionalizzazione negli USA di un modello di welfare state, lo stesso che gli europei negli ultimi decenni sembrano essersi impegnati senza sosta a defenestrare, in nome di un liberismo sfrenato ispirato al sistema di oltreoceano.
Non servono molte parole per spiegare come una simile tendenza possa essere avversata da un personaggio come Donald Trump, che per i 250 anni dell’indipendenza, appena celebrati, torna ad agitare lo spettro della minaccia comunista. Difficile non intravvedere nel tentativo di riportare in auge la cosiddetta paura rossa (red scare) una precisa strategia elettorale, in vista dell’appuntamento di novembre con le mid-term, che secondo tutti i sondaggi potrebbero segnare una netta sconfitta dei repubblicani, che potrebbero perdere la maggioranza in uno, se non addirittura in entrambi i rami del Congresso.
Le ultime e altisonanti dichiarazioni dell’inquilino della Casa Bianca, cui siamo oramai abituati, sembrano confermare questa lettura. Tra le altre cose, Trump ha detto che “La minaccia comunista sta risorgendo nel nostro paese, compresi i nuovi arrivati che abbracciano idee totalmente opposte al nostro stile di vita” e che “L’America non sarà mai un paese comunista!”, rassicurando tutti circa il suo impegno contro gli “invasori rossi”, aggiungendo di essere pronto a rimandarli “tutti a casa”. Destinatari dei suoi strali sono specialmente i democratici, indicati come i nuovi portatori della minaccia rossa e dell’immigrazione incontrollata, contro la quale il tycoon si era schierato in campagna elettorale.
Il marxismo non è estraneo alla storia politica statunitense
In realtà, per quanto da sempre avversato, il marxismo negli Stati Uniti è tutt’altro che sconosciuto. Non tutti sanno, ad esempio, dei contatti epistolari tra il presidente Abraham Lincoln e lo stesso Karl Marx. Come scrive Lucio Caracciolo in uno dei suoi ultimi interventi, il filosofo di Treviri “… esule a Londra che giocava con l’idea di trasferirsi in America. Nella convinzione che gli Stati Uniti in quanto patria del capitalismo allo stato puro si sarebbero svelati avanguardia della rivoluzione mondiale. Secondo lo storico Michael Perelman, il fondatore del comunismo scientifico “è stato una figura importante del Partito repubblicano”. E “forse un giorno la testa di Karl Marx sarà scolpita a Mount Rushmore”. Una corrispondenza favorita dal fatto che Marx scriveva per il New York Tribune, pare il giornale preferito di Lincoln, e che si fosse schierato contro il sostegno inglese ai sudisti nella della guerra di secessione americana.
Ai giorni nostri, però, non si tratta di combattere un pericolo rosso che col crollo dell’URSS sarebbe oggettivamente difficile da sostenere – la stessa Cina ha abbracciato da tempo un modello di “economia socialista di mercato” molto distante da quel paradigma – quanto di contrastare l’ascesa politica di nuovi personaggi come il nuovo sindaco di New York, l’islamico Zohran Mamdani, o di Alexandria Ocasio Cortez, punto di riferimento dei cosiddetti demo-socialisti, una corrente politica nata con Bernie Sanders, il fautore dei Democratic Socialists of America.
Il sistema USA garantisce vantaggi e opportunità, ma solo a pochi (eletti)
Come scrisse il sociologo ed economista tedesco Werner Sombart, in un saggio pubblicato nel 1906 e intitolato “Perché non c’è il socialismo negli Stati Uniti?”, il socialismo (e il marxismo) negli USA Uniti non attecchirebbero grazie alla prosperità economica, mentre tutte le utopie socialiste si infrangerebbero sugli “scogli di roast beef e torta di mele”. Una metafora per significare che abbondanza materiale, prospettive di crescita e condizioni di vita agiate sarebbero state un muro contro l’avanzata di certe dottrine.
Una visione che si presta, però, a due ordini di obiezioni, che il tycoon, vista la sua provenienza, forse fatica a prendere in esame.
La prima è che il sistema statunitense ha favorito indubbiamente la nascita di enormi ricchezze e l’accumulo di consistenti patrimoni, ma con una distribuzione assai ineguale, come certificano importanti analisi e rilevazioni, con milioni di cittadini che vivono in condizioni di indigenza.
La seconda è che l’accumulo di queste immense fortune – basti citare quelle conseguite dall’industria militare, da quella farmaceutica o dalle big tech – traggono i maggiori profitti proprio dall’interazione con il potere pubblico e istituzionale, col quale, non certo a caso, esistono da sempre comprovati e importanti legami.
Al che sorge quello che qualcuno chiamava un “leggerissimo sospetto”. Se l’avanzata di certe dottrine fosse la risposta a un sistema profondamente elitario e ineguale, che promuove il mercato e la libera iniziativa economica solo se (e fino a quando) favoriscano una cerchia ristretta, legata a doppio filo col potere?
E non è che Donald Trump sia esattamente estraneo a un certo mondo…
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