Si chiama Yongbyon, ed è il principale reattore nucleare utilizzato dalla Corea del Nord per produrre combustibili da impiegare nell’utilizzo delle temibili armi atomiche. Qualche giorno fa, l’Agenzia internazionale per l’energia atomica (Aiea) ha lanciato un allarme, ripreso dai media Usa, che ha subito gettato nello sconforto la comunità internazionale. Il governo nordcoreano avrebbe (il condizionale è d’obbligo) riavviato il reattore, in teoria congelato dal dicembre 2018.

Pur essendo stata espulsa dal Paese nel 2009, l’agenzia atomica delle Nazioni Unite ha continuamente monitorato le attività nucleari di Pyongyang, per lo più affidandosi a immagini satellitari. L’indizio che ha fatto scattare la luce rossa? Lo scorso luglio, il reattore ha scaricato acqua di raffreddamento, suggerendo che il complesso sarebbe tornato operativo.

Non è la prima volta che la Corea del Nord maneggia reattori, lasciando intendere al mondo intero di realizzare continui progressi nello sviluppo del proprio programma nucleare. Eppure, questa volta la situazione potrebbe essere ben diversa rispetto al passato, quando gli Stati Uniti avevano la possibilità di occuparsi “a mente libera” della questione coreana senza ulteriori problemi. Ora, con l’effetto domino generato dal ritiro delle truppe Usa dall’Afghanistan, uno tsunami potrebbe generarsi nel continente asiatico e abbattersi sulla Casa Bianca. Con risvolti imprevedibili, soprattutto per quanto concerne gli affari (nord)coreani.

Il reattore nucleare di Yongbyon

Yongbyon, situato nella contea di Nyongbyon, provincia del Pyongan settentrionale, a un centinaio di chilometri a nord dalla capitale Pyongyang, è considerato uno dei complessi nucleari più importanti della Corea del Nord. Può contare su un reattore da 5 megawatt, ed è al centro del programma nucleare del Paese. Il sito è stato monitorato a lungo dagli esperti internazionali per capire a che punto di pericolosità erano arrivate le armi nordcoreane.

Il centro si estende per circa 24,8 chilometri quadrati ed è formato da due sezioni: la sezione di ricerca nucleare e un quartiere residenziale. Qui troviamo, come anticipato, un reattore da 5mw, capace di produrre energia elettrica e teleriscaldamento, oltre a un impianto di fabbricazione di combustibile, uno di stoccaggio dello stesso combustibile esaurito a breve termine e uno, infine, di ritrattamento della stessa sostanza. Quest’ultimo, in particolare, deve essere menzionato in quanto consente il recupero di uranio e plutonio dal combustibile esaurito usando il cosiddetto processo PUREX, un metodo chimico adottato al fine di purificare combustibile per reattori nucleari o armi nucleari.

A Yongbyon si trova anche un reattore di ricerca del tipo a piscina IRT-200, operativo dal 1965 ma fornito al Paese dall’Unione Sovietica nel 1963. Nel 2009 è iniziata inoltre la costruzione di un piccolo reattore sperimentale ad acqua leggera, mentre nel 2010 è entrato in funzione un impianto di arricchimento dell’uranio.

La necessità di un dialogo con Pyongyang

Considerando che il centro ha prodotto materiale fissile per i sei test sulle armi nucleari realizzati dalla Corea del Nord nel periodo compreso tra il 2006 e il 2017, una sua rimessa in funzione dopo la tregua degli ultimi anni potrebbe generare un vero e proprio terremoto geopolitico. Anche perché nel 2018, durante il vertice intercoreano, Kim Jong Un e Moon Jae In avevano firmato la Dichiarazione congiunta di Pyongyang del settembre 2018, un documento che prevedeva anche lo smantellamento del centro di Yongbyon nel caso in cui gli Stati Uniti si fossero impegnati in una non meglio definitiva “azione correlativa”.

Da qualche mese a questa parte, il sito che doveva essere chiuso, appare in realtà funzionante. L’ultimo rapporto dell’Aiea parlava di un laboratorio del centro operativo da almeno cinque mesi, e di possibile violazione delle risoluzioni del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. In tutto ciò, non sappiamo di preciso cosa possa accadere all’interno del reattore. E non lo sanno neppure gli esperti americani.

Ecco perché gli Stati Uniti vorrebbero (e dovrebbero) riprendere i dialoghi con Pyongyang. Joe Biden pensava molto probabilmente di sostituire gli impegni in Medio Oriente con una minuziosa azione di contenimento anti cinese incentrata sull’Asia. Il punto è che Washington dovrà si concentrarsi sull’Asia, ma non solo sulla Cina. La Casa Bianca sta seriamente pensando di allacciare nuove relazioni con Kim. Resta da capire se il presidente nordcoreano avrà voglia di sedersi attorno a un tavolo con Biden, cioè un uomo dal carattere completamente opposto rispetto a quello di Donald Trump.