La Cina sta trovando terreno fertile in America Latina. A colpi di accordi e intese, il gigante asiatico ha scavalcato gli Stati Uniti nel ruolo di principale partner economico del continente. Un continente ormai diventato, a pieno titolo, il nuovo appendice della riesumata Belt and Road Initiative lanciata da Xi Jinping nel 2013.
C’è però per il Dragone un ostacolo diplomatico, l’ultimo, nel cosiddetto “cortile di casa Usa”: si chiama Paraguay. Il motivo? Semplice: è l’unico Paese della regione (uno dei 12 al mondo) che riconosce Taiwan come nazione.
Negli ultimi giorni la tensione tra Pechino e Asuncion è salita alle stelle dopo che il governo paraguaiano ha espulso un diplomatico cinese con accusandolo di presunta “ingerenza negli affari interni”. Il ministero degli Esteri del Paraguay ha fatto sapere che il visto di Xu Wei, un alto funzionario cinese presente in loco per partecipare alla conferenza annuale dell’Unesco – l’organismo delle Nazioni Unite per la cooperazione internazionale nella cultura, nelle scienze e nelle arti – era stato annullato.
L’uomo, dichiarato persona non grata, ha ricevuto 24 ore di tempo per andarsene. Secondo l’accusa Xu avrebbe saltato la riunione dell’Unesco per presentarsi al Congresso Nazionale invitando i legislatori ad abbandonare il sostegno diplomatico a Taiwan e a rafforzare i legami con la Cina.

Braccio di ferro diplomatico
“Questo signore aveva un programma parallelo. È venuto per fare politica interna per niente appropriata”, ha spiegato Juan Baiardi, viceministro dell’amministrazione e degli affari tecnici del ministero degli Esteri del Paraguay.
“O la Cina o Taiwan. Raccomando al governo del Paraguay di prendere una decisione corretta il prima possibile”, sarebbe stato il contenuto del messaggio del signor Xu. Che, in base a quanto scrivono i media paraguaiani, avrebbe fatto presente ai politici paraguaiani che abbandonare il sostegno diplomatico a Taipei avrebbe portato maggiori opportunità di commercio e “migliaia di altri vantaggi”. “Attualmente, non c’è quasi nessun commercio diretto o esportazione che dal Paraguay finisce in Cina. È un vero peccato. I paraguaiani stanno regalando i loro profitti agli intermediari”, haproseguito Xu.
In effetti c’è chi, tra le fila del Congresso paraguaiano, starebbe iniziando a prendere in considerazione un fantomatico cambio di agenda. Anche perché altri Paesi del continente, dal Brasile all’Argentina, esportano ingenti quantità di prodotti agroalimentari oltre la Muraglia intascando miliardi di dollari che mancano, invece, all’appello nelle casse di Asuncion.

Ma perché il Paraguay sta con Taiwan
Negli ultimi anni, diversi Paesi latinoamericani, tra cui Honduras, Panama, Repubblica Dominicana ed El Salvador, hanno tagliato i loro legami con Taipei in favore di Pechino, la cui influenza nella regione è cresciuta a macchia d’olio. Basti pensare che nel 2023 il commercio della Cina con il Sud America ha raggiunto quasi i 500 miliardi di dollari.
“Si è infiltrato per minare la solida amicizia tra Paraguay e Taiwan”, ha tuttavia dichiarato l’ambasciata taiwanese ad Asuncion in merito alla vicenda che ha coinvolto Xu Wei. “Il Paraguay è aperto a stabilire relazioni diplomatiche, consolari o commerciali con la Cina ma senza condizioni. Non accettiamo alcuna condizione per rompere le nostre relazioni con Taiwan”, ha affermato il ministro degli Esteri paraguaiano Ruben Dario Ramirez Lezcano, fresco di incontro con il presidente taiwanese William Lai.
Per quale motivo il Paraguay sostiene Taiwan? Asuncion ha fin qui pagato – e continua a farlo – un prezzo enorme nel riconoscere la “provincia ribelle”. Un prezzo che coincide con l’assenza totale di investimenti, prestiti e crediti da parte di Pechino (gli stessi che, in sostanza, hanno riempito le casse del resto dell’America Latina). Taipei non può, ovviamente, compensare tale mancanza, anche se ha spesso fornito assistenza e prestiti interessanti al Paraguay. E allora per quale motivo puntare sull’isola e non sul Dragone? Per rispondere alla domanda ci viene in soccorso la storia.

Retaggio storico
Alfredo Stroessner, leader autoritario del Paraguay fino al 1989, non era un grande sostenitore del comunismo ed era così conservatore (e contrario al cambiamento) che il suo Paese rimase indietro su quasi tutto, anche nel riconoscere la Cina continentale come unica Cina.
Grazie alla “relazione speciale” con Taiwan, inoltre, Asuncion ha potuto beneficiare di condizioni agevolate per l’importazione di prodotti elettronici. Tra gli anni ’80 e ’90, l’economia paraguaiana dipendeva in larga misura dalle importazioni di questi beni taiwanesi da (ri)vendere ad acquirenti brasiliani e argentini.
Prima degli anni ’90, tra l’altro, la Cina non era la potenza industriale che conosciamo oggi, e la maggior parte dei gadget elettronici proveniva dal Giappone o, appunto, da Taiwan. In sostanza, prodotti del genere venivano importati dal Paraguay e distribuiti nella regione.
C’è altro? Sicuramente la pressione degli Stati Uniti, che non hanno alcun interesse nel consentire ai cinesi di piantare bandierine strategiche nella regione. La sensazione, tuttavia, è che l’amicizia tra Paraguay e Taiwan sia soltanto un retaggio storico. E che, presto o tardi, la Cina riuscirà a portare dalla sua parte anche Asuncion. I vantaggi economici e la realpolitik fanno gola a tutti.

