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La punta dell’iceberg delle relazioni diplomatiche tra Cina e Pakistan non può che essere rappresentata dal Corridoio Economico Cina-Pakistan (CECP). Questo progetto infrastrutturale complessivamente costerà a Pechino qualcosa come una sessantina di miliardi di dollari. Investimenti di vario tipo sorgeranno in tutto il territorio pakistano, tra autostrade, centrali energetiche, ferrovie e porti. L’obiettivo della Cina, spiegato nel dettaglio qui e qui, è uno: creare un collegamento tra la città cinese di Kashgar, nello Xinjiang, e quella pakistana di Gwadar. Quest’ultima ha un’altissima valenza strategica, tanto dal punto di vista economico che geopolitico. Il motivo è semplice: Gwadar è un porto che si affaccia sul Mar Arabico.

Connettendosi fin qui, il governo cinese riuscirebbe, in un colpo solo, a ottenere, seppur indirettamente, uno sbocco marittimo e avere un’alternativa allo Stretto di Malacca. Sul perché questo collo di bottiglia, o meglio choke point, sia così importante, basta leggere alcuni dati: il 40% del commercio mondiale transita proprio da qui, lungo il sottile corridoio che unisce Oceano Pacifico e Oceano Indiano.

Che cosa significa? Il flusso commerciale tra i Paesi dell’Estremo Oriente e i Paesi del Golfo Persico (e non solo) passa attraverso una lingua marittima estesa circa 800 chilometri e larga appena 2.5. I rischi che qualcosa possa andare storto sono dietro l’angolo, e la Cina non ha alcuna intenzione di veder andare in fumo possibili affari. Ecco perché l’alternativa del porto di Gwadar ha assunto una valenza altamente strategica, e perché il Pakistan rappresenta un alleato da coccolare il più possibile.

Progetti, investimenti, infrastrutture, debiti

In effetti, in un primo momento, il Cpec è stato accolto trionfalmente sia dalla parte cinese che dalla controparte pakistana. Pechino lo ha definito un “progetto pilota”, mentre per gli Stati Uniti si tratterebbe un ibrido tra un “progetto di sviluppo” e una “trovata strategica”. Dagli accordi iniziali, come ha ben sintetizzato Limes, la Cina dovrebbe costruire un’autostrada capace di collegare Karachi e Lahore, costruire la Karakorum Highway, edificare un gasdotto dall’Iran al suddetto Gwadar e pianificare centrali elettriche tali da consentire a Islamabad di mitigare l’endemica carenza di elettricità che attanaglia il Paese.

Ricordiamo, inoltre, che dal 2016 le attività del porto di Gwadar sono gestite dalla China Overseas Port Holding Company, azienda statale incaricata, tra l’altro, di coordinare il commercio petrolifero cinese in loco. Scendendo nello specifico, questo è uno dei punti più importanti della Nuova Via della Seta, data la convergenza tra una rotta terrestre della BRI e una marittima. Se è vero che la presenza cinese in Pakistan ha creato, soprattutto in seguito all’ascesa del nuovo premier Imran Khan, qualche perplessità, tali dubbi sono stati in parte spazzati via dalla realpolitik di Islamabad. Il Paese ha fame di investimenti. E la Cina, al momento, è l’unica forza esterna in grado di prestare denaro a volontà, o investire in loco, senza chiedere troppe spiegazioni.

Qual è il rischio più volte evidenziato dagli analisti? Che il Pakistan possa ritrovarsi ben presto stritolato dalla trappola del debito. Esagerazione o eventualità concreta? Basta sapere che le passività dovute sui progetti finanziati dal Dragone nell’ambito del CPEC avrebbero superato i 31 miliardi di dollari, e che Pechino avrebbe rifiutato di ristrutturare i primi 3 miliardi di dollari di passività in scadenza che, se la situazione non dovesse cambiare, Islamabad non pagherà mai. La somma di passività e debiti totali del Pakistan ammonterebbe invece a 294 miliardi di dollari e rappresenterebbe il 109% del pil. Una soglia più che critica.

Un partner inaffidabile?

I margini di collaborazione tra Cina e Pakistan non mancano, così come non mancano i vantaggi reciproci di un’ipotetica relazione win-win. Vale tuttavia la pena chiedersi se Islamabad possa avere i connotati di un partner affidabile. Pechino non fa distinzioni in base alla forma di governo e, come dimostra l’esempio africano, intrattiene relazioni commerciali con chiunque. Eppure il Dragone avrà sicuramente analizzato il contesto pakistano, che in certe aree assomiglia molto a una polveriera. A peggiorare la situazione troviamo anche le 2 mila famiglie musulmane uigure che starebbero fuggendo dalla provincia occidentale cinese dello Xinjiang per trovare rifugio nel territorio pakistano.

Secondo quanto riferito da Asia Times, le autorità del Pakistan affermano che il governo cinese starebbe facendo pressioni per chiedere alla controparte di rimpatriare gli uiguri. La preoccupazione di Pechino è che questi possano unirsi al Movimento indipendente del Turkestan orientale (ETIM), o ad altri gruppi militanti musulmani che hanno preso di mira i cittadini e gli interessi di Pechino in Pakistan. Le tensioni religiose rischiano così di far naufragare progetti milionari e danneggiare una relazione apparentemente di mutuo beneficio.

La Cina ha sempre tenuto a precisare di ritenere il Pakistan un partner importante ma, sostanzialmente, un satellite. L’inaffidabilità che gli Stati Uniti hanno più volte riscontrato in Islamabad non è stata ignorata, a più riprese, dalla Cina, che già in passato non ha dato sponda ai più radicali propositi politici del suo alleato. Negli Anni Settanta, ad esempio, nonostante le ampie collaborazioni in campo commerciale e militare, infatti, la Cina considerò sempre con freddezza i propositi del leader pakistano Zulfikar ali-Bhutto di lanciare un programma volto alla costruzione di un arsenale nucleare pakistano autonomo, in risposta all’analogo percorso di sviluppo compiuto dall’India, che nel 1974 avrebbe testato con successo la sua prima bomba atomica. Fu solo il deciso sostegno pakistano alla Cina dopo l’isolamento internazionale seguito ai fatti di Tienanmen e la ripresa del programma nucleare indiano a spingere Pechino a un più deciso sostegno, culminato nella conquista pakistana di un deterrente atomico che porta, in ogni caso, l’impronta cinese.

I timori di Pechino

Pechino teme, inoltre, che il Pakistan possa esplicitamente declinare in chiave anti-indiana la partnership con la Cina. Contribuendo a amplificarne le componenti divisive e fornendo così benzina per alimentare il fuoco del contenimento anti-cinese posto in essere dai suoi rivali strategici. Pechino mira a convincere a un modus vivendi l’India, contenendone le ambizioni ma non affrontandola direttamente e, anzi, il Santo Graal dell’Impero di Mezzo sarebbe rappresentato da un oggigiorno poco plausibile adesione di Nuova Delhi alla Belt and Road Initiative. L’India ha sempre reagito provando a sabotare la convergenza sino-pakistana facendo leva sulle fragilità del vicino e rivale.

L’India con finanziamenti e sostegno sotterraneo ha alimentato un vulnus allo sviluppo di Gwadar e, più in generale, all’implementazione effettiva del CPEC, ovvero la difficile situazione oggigiorno vissuta dal Balochistan, già rilevata da Ahmed Rashid nel suo Pericolo Pakistan, nel quale il famoso giornalista ha scritto a proposito di un’ondata di violenze iniziata nel 2010: “Il Balochistan, la più povera e negletta delle province pachistane, diventa teatro di un’insurrezione in cui leader beluci radicali ma laici chiedono la secessione dal Pakistan. […] Le azioni militari, benché di basso profilo, erano brutali. I militanti beluci attaccavano le forze di sicurezza con imboscate, omicidi mirati e attentati esplosivi […] Amnesty International e Human Rights Watch hanno parlato di una politica di “preleva, ammazza e butta via”, con cui le forze di sicurezza arrestavano, sequestravano, torturavano e uccidevano nazionalisti, attivisti, gente comune e studenti beluci”. Alimentare un clima di tensione nell’area non è nell’interesse della Cina, che dunque vede con sospetto la possibilità che Nuova Delhi sia incentivata a premere sulla Belt and Road Initiative sfruttando il ventre molle pakistano.