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Politica

Perché il Pakistan è una polveriera pronta ad esplodere

Ad oltre dieci giorni dalle ultime controverse elezioni il Pakistan aspetta ancora di capire quale sarà la conformazione del suo nuovo governo. Che cosa sta succedendo all'interno del Paese?

Ad oltre dieci giorni dalle ultime controverse elezioni il Pakistan aspetta ancora di capire quale sarà la conformazione del suo nuovo governo. Mentre la Lega Musulmana Pakistana (PML-N) guidata dal tre volte primo ministro Nawaz Sharif e il Partito popolare pakistano (PPP) di Bilawal Bhutto Zardari e Asif Ali Zardari sono impegnati a finalizzare un accordo di condivisione del potere che consentirebbe loro di formare una coalizione in grado di governare la nazione, Imran Khan ha diffuso un messaggio dal carcere di Adiala definendo l’ultimo processo elettorale un “montaggio”.

La situazione è dunque tanto complessa quanto tesa. Già, perché tutti i sondaggi della vigilia davano come vincente la PML-N, considerata tra l’altro la formazione politica preferita del potente establishment militare nazionale. Al contrario, gli elettori hanno optato per Khan, al cui partito, Pakistan Tehreek-e-Insaf (PTI), è stato impedito di partecipare alle elezioni come un unico gruppo.

I candidati PTI hanno vinto 92 dei 265 seggi direttamente contestati nell’Assemblea Nazionale, mentre il PML-N ha chiuso con 79, al secondo posto. Nel disperato tentativo di salvare la faccia (e le elezioni), quest’ultimo ha scelto di collaborare con il PPP che ha vinto 54 seggi.

Insieme ad alcuni partiti più piccoli, PML-N e PPP hanno quindi accettato di nominare un altro ex primo ministro, Shehbaz Sharif, per la carica di prossimo leader del Pakistan. Il problema è che, al momento, i due parti citati non hanno ancora trovato la quadratura del cerchio. In un simile scenario, il potere è ancora vacante e le invettive di Khan si fanno sempre più piccate.

Quale futuro per il Pakistan

La tensione aumenta giorno dopo giorno, alimentata dalle enormi proteste cittadine per le presunte manomissioni elettorali. Se la situazione non dovesse sbloccarsi non è da escludere che il Pakistan, che conta più di 240 milioni di abitanti, possa andare incontro a uno stato di emergenza.

Il quinto round di negoziati tra il PML-N e il PPP si è concluso lo scorso lunedì senza alcun accordo. Finora il PPP ha accettato di votare per un primo ministro PML-N, ma si è rifiutato di entrare nel gabinetto. Questa è una condizione inaccettabile per il PML-N, che finirebbe per assumersi la responsabilità esclusiva delle impopolari decisioni economiche che il prossimo governo dovrà prendere, con il Paese in affanno per evitare il default.

Intanto il PTI afferma invece che i suoi candidati hanno vinto 177 seggi e che i risultati sarebbero stati truccati. Ricordiamo che per formare un governo, un partito deve vincere 133 seggi sui 266 in palio nell’Assemblea Nazionale.

In tutto il Paese, come ha spiegato Nikkei Asian Review, la rabbia dei cittadini (e non solo) per la condotta delle elezioni si è riversata nelle strade. Quattro partiti nazionalisti etnici nella provincia del Balochistan, ad esempio, hanno bloccato le autostrade per più di una settimana. Nel Sindh, la coalizione della Grande Alleanza Democratica di sette partiti ha chiesto una rielezione a causa delle citate, presunte irregolarità elettorali.

Tensioni politiche e presunte frodi elettorali

Ricordiamo che Sharif aveva formato un governo di coalizione con il PPP ed era diventato primo ministro per la prima volta dopo il voto di sfiducia che aveva rimosso Khan dal suo incarico nell’aprile 2022. Tuttavia, l’amministrazione Sharif non era riuscita a governare efficacemente e ad affrontare le sfide economiche ereditate.

Tornando al presente il PTI ha annunciato che tutti i suoi candidati indipendenti si sarebbero uniti a un gruppo religioso parlamentare più piccolo, noto come Consiglio ittehad sunnita, per consentire al partito di rivendicare la sua quota di seggi riservati nell’Assemblea nazionale. Khan, 71 anni, è in ogni caso in prigione da agosto per una serie di accuse, tra cui corruzione e perdita di segreti di Stato mentre era in carica.

Ad esacerbare ulteriormente gli animi troviamo la confessione di un alto funzionario del Paese, il commissario Liaqat Ali Chatta, secondo il quale le autorità di Rawalpindi, nella provincia del Punjab, avrebbero manomesso i risultati dei candidati indipendenti – riferendosi ai candidati sostenuti dal partito di Imran Khan – che stavano guidando le elezioni con un margine di oltre 70.000 voti.

Chatta ha anche accusato il commissario capo elettorale e il capo della giustizia del Pakistan per i loro ruoli nella fantomatica frode. Chatta è stato arrestato dalla polizia dopo la dichiarazione. Il giudice capo della corte suprema del Pakistan, Qazi Faez Isa, ha negato le accuse. Il primo ministro ad interim, Punjab Mohsin Naqvi, ha preso atto delle accuse del commissario e ha ordinato una “indagine imparziale” sulle accuse di manipolazione dei risultati elettorali.

Il futuro del Pakistan non può essere ignorato. Non solo perché il Paese è dotato di armi nucleari che, in un ipotetico vuoto di potere o colpo di Stato, potrebbero finire chissà in quali mani. Ma anche perché Islamabad è al centro di un complesso equilibrio geopolitico asiatico. Negli ultimi anni il governo pakistano – finché era guidato da Khan – è stato un solido partner della Cina (Pechino ha del resto puntato proprio sul Pakistan per estendere la sua Belt and Road Initiative fino al porto di Gwadar); al contempo, il Pakistan è un acerrimo rivale dell’India, a sua volta nemica del Dragone e, almeno in quest’ambito, dalla stessa parte degli Usa. Particolari non da poco per chi si ritroverà a governare la nazione.

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