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Alle prime luci dell’alba di domenica si è riaccesa la tensione nel Caucaso, la piccola regione montuosa incuneata tra mar Nero e mar Caspio, luogo di incontro (e scontro) tra la cristianità e il dar al-islam e punto di contatto tra il mondo russo, quello turcico e, in esteso, quello occidentale. Il Nagorno-Karabakh è tutto questo, è lo specchio perfetto del Caucaso: una regione remota, che risulterebbe sconosciuta all’opinione pubblica mondiale se non fosse per la sua storia conflittuale, e nella quale si mescolano, toccano e divergono gli interessi di diverse potenze.

Il Nagorno-Karabakh è prima di tutto una questione di interessi tangibili e materiali, ovvero di aspirazioni di espansione territoriale e di appetiti energetici, ma sarebbe erroneo escludere dal quadro della vicenda il ruolo giocato da un fattore meno visibile, ma non per questo ininfluente e/o scarsamente rilevante, che è quello dell’identità.

Non si tratta semplicemente ed esclusivamente di un confronto tra Armenia e Azerbaigian ma di uno dei tanti capitoli delle nuove guerre russo-turche, che sono al tempo stesso un’attualizzazione contemporanea degli scontri per l’egemonia sull’Asia tra la Terza Roma e la Sublime Porta – quest’ultima supportata dalle potenze occidentali, esattamente come nel 18esimo e 19esimo secolo – ed una conferma della validità del pensiero di Samuel Huntington, il teorico dello scontro di civiltà.

Cosa sta succedendo?

I venti di guerra tra Armenia e Azerbaigian per il controllo del Nagorno-Karabakh, o Artsakh, hanno iniziato a soffiare (di nuovo) alle prime luci dell’alba di domenica e giungono sullo sfondo di una stagione di tensioni, contornata da manovre militari e schermaglie. Non è dato sapere il motivo esatto che ha provocato la riaccensione degli scontri, congelati da marzo dell’anno scorso, perché tra i due Paesi è nata anche una guerra di narrative basata sul lancio di accuse reciproche – evento che complica in maniera significativa il lavoro di ricostruzione dei fatti.

Il bilancio degli scontri, che stanno vedendo anche l’impiego di aviazione militare, droni e blindati, è indicativo della gravità della situazione: 40 morti ufficialmente accertati, 32 dei quali appartenenti alle forze armate dei separatisti filo-armeni. Ad ogni modo, essendo che l’Azerbaigian non ha rilasciato dati inerenti le proprie perdite, è impossibile avere una stima realistica della situazione.

Un conflitto di di faglia

Per capire il motivo per cui quello del Nagorno-Karabakh è inquadrabile all’interno del macro-panorama dei cosiddetti scontri di civiltà, più precisamente nella categoria dei conflitti di faglia, è necessario recuperare e interpretare alcune delle foto-simbolo degli scontri di questi giorni, pubblicate rispettivamente da Yeravan e fatte filtrare dai media turchi.

Nel primo caso il governo armeno ha pubblicato la foto di un prete, verosimilmente appartenente alla chiesa apostolica nazionale, che impugna una mitragliatrice ed un crocifisso. Nel secondo caso si tratta di materiale foto e videografico, distribuito dai media turchi e azeri, che cattura l’entrata in Azerbaigian di combattenti dei Lupi grigi e dell’Esercito Siriano Libero.

Queste foto riassumono perfettamente la natura di questo conflitto che, lungi dall’essere semplicemente una questione etno-territoriale tra azeri e armeni, è un caso di conflitto di faglia, un fenomeno bellicoso descritto da Samuel Huntington nel celebre (e incompreso) saggio “Lo scontro di civiltà” del 1996.

Si tratta di un tipo di conflitto che avviene lungo le linee di faglia, ossia di confine, che separano Stati appartenenti a blocchi-civiltà differenti e, talvolta, sono presenti anche entro la cornice di un singolo Stato. Secondo Huntington, e la storia gli sta dando ragione, i conflitti di faglia sono particolarmente pericolosi poiché esercitano un potere d’attrazione che, propagandosi all’interno dei blocchi-civiltà di riferimento dei belligeranti, spinge altre potenze ad intervenire, gettando le basi per l’estensione su scala transnazionale di dispute inizialmente circoscritte.

È per mezzo della teoria dei conflitti di faglia, e dello scontro di civiltà, che si può comprendere il motivo per cui decine di migliaia di combattenti provenienti dalle petromonarchie wahhabite, dal Pakistan e dall’Iran, all’epoca delle guerre iugoslave, si riversarono nei Balcani per supportare i bosgnacchi e i kosovari; e lo stesso fenomeno si registrò nel fronte opposto, con l’arrivo di mercenari e volontari provenienti dai Paesi ortodossi a supporto di Belgrado.

Ed è nella stessa ottica che va interpretato quanto sta accadendo nel Nagorno-Karabakh: un punto di contatto tra la civiltà ortodossa, capitanata dalla Russia, e la civiltà islamica, guidata dalla Turchia, all’interno del quale le due potenze-guida hanno già iniziato a muovere le proprie pedine e a fare uso dello strumento più potente di cui dispongono, il richiamo dell’identità. La forza di quel richiamo ha già attratto i primi combattenti appartenenti ai Lupi grigi e all’Esercito siriano libero, ed è altamente probabile che condurrà sullo stesso suolo schiere di soldati provenienti dalle nazioni ortodosse.

L’attualità del pensiero huntingtoniano

Huntington credeva che l’ordine mondiale post-guerra fredda, dopo un periodo di caos e transizione, si sarebbe mosso nella direzione di un riallineamento geopolitico degli attori statuali sulla base di un elemento primordiale: l’identità. Non sarebbe stata l’appartenenza ad un ideale politico ad unire gli stati, spingendoli a formare alleanze e costruire dei blocchi di potere, ma il richiamo ancestrale delle proprie origini.

Seguendo questa linea di pensiero la Russia, abbandonati i panni dello stato-guida della rivoluzione proletaria mondiale, avrebbe probabilmente tentato un recupero dell’antico ruolo di protettore dei popoli slavi e della cristianità orientale, ridimensionando la propria agenda: dalla conquista del pianeta, in conformità con gli ideali comunisti, al più realistico mantenimento dell’egemonia in quelle aree dello spazio eurasiatico abitate da popoli slavi o, quando non slavi, di fede cristiana.

Per le stesse ragioni, sempre secondo Huntington, la Turchia avrebbe intrapreso un percorso di autoriflessione critica, motivato dalla ricerca del proprio “io interiore”, la cui destinazione finale sarebbe stata la de-occidentalizzazione con conseguente ritorno all’antico ruolo di Sublime Porta: rivale eterno del sistema-Europa e potenza-guida della civiltà islamica.

Ciò che Huntington aveva predetto, a proposito del destino di queste due potenze, si è avverato. La Russia, terminata prematuramente l’era Eltsin, ha elaborato una dottrina di politica estera (e interna) basata sull’esaltazione dell’epoca zarista, sul mantenimento del controllo nelle aree ex sovietiche, e sul recupero del panslavismo – funzionale per garantire la permanenza nei Balcani e per legittimare gli interventi esteri in difesa delle minoranze russofone in pericolo – e del ruolo politico-spirituale di Terza Roma.

Il percorso turco è stato più lungo e tortuoso: complice il ruolo delle forze armate quali garanti del kemalismo e della permanenza del Paese ad Occidente, sia da un punto di vista geopolitico che culturale, Recep Tayyip Erdogan ha dovuto nascondere per quasi un decennio le proprie ambizioni di ridisegnamento integrale del sistema-Turchia.

Nel lungo periodo ha prevalso il sogno di Erdogan, e del suo mentore Necmettin Erbakan, perché una saggia combinazione di terra bruciata contro i kemalisti e i gulenisti e di re-islamizzazione delle masse ha permesso che si avverasse uno scenario fino agli anni ’90 ritenuto impossibile: la de-occidentalizzazione della Turchia.

Le origini dello scontro

Quello del Nagorno-Karabakh è uno dei numerosi conflitti etno-territoriali che hanno fatto la loro comparsa nel Caucaso, sia settentrionale che meridionale, a cavallo tra il tramonto e la dissoluzione dell’Unione Sovietica. Non si possono, però, capire le motivazioni dei belligeranti rifacendosi solamente a quanto accaduto fra il 1988 e il 1994 perché l’origine dell’intera questione risale al 1921, anno in cui il governo centrale di Mosca decise di trasferire l’amministrazione della regione, storicamente a maggioranza armena, all’Azerbaigian.

Sul finire dell’epopea sovietica, verso il 1988, complice l’arretramento del Cremlino dal Caucaso meridionale, gli antichi dissidi interetnici e interreligiosi tra armeni e azeri riapparvero con forza: disordini urbani, faide, trasferimenti di popolazione, stupri punitivi, linciaggi ed episodi di pulizia etnica da ambo le parti.

Il 1988 è l’anno di due eventi-chiave: gli scontri di Askeran, ritenuti dalla storiografia il vero preludio alla guerra, e l’annuncio del Soviet del Nagorno-Karabakh di una prossima secessione dall’Azerbaigian in favore di un’amalgamazione all’Armenia motivata da ragioni di sopravvivenza – la politica locale la riteneva l’unica via percorribile per vincere l’agenda di assimilazione forzata e sostituzione etnica promossa dall’allora segretario generale azero (e futuro presidente) Heydar Aliyev, il capostipite dell’omonima dinastia che ha creato una dittatura familiare nel Paese.

Agli scontri di Askeran e all’attivismo della politica locale del Nagorno-Karabakh corrisponde, come conseguenza naturale e contraria, l’estensione del clima anti-armeno nell’Azerbaigian, come palesato dal pogrom di Sumgait, che a sua volta spinge Yerevan e i separatisti ad accelerare i lavori per la secessione. Nel dicembre 1991, mentre l’Urss collassa su stessa, il parlamento del Nagorno-Karabakh utilizza in maniera intelligente gli strumenti legali di secessione previsti dalla legislazione sovietica e dichiara l’indipendenza unilaterale da Baku, poi convalidata via referendum: è l’inizio di una guerra che durerà fino al 1994, causa di almeno 30mila morti e centinaia di migliaia di sfollati.

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