Il referendum sulla Brexit nel Regno Unito, l’elezione di Donald Trump negli Stati Uniti e la crescita del nazional-populismo in Europa continentale sono chiari segni di un malcontento popolare verso il nostro sistema politico attuale. Qual è l’ideologia dietro questo sistema, perché ha fallito e cosa lo rimpiazzerà? Abbiamo intervistato Patrick Deneen, filosofo politico, professore di Scienze politiche all’Università di Notre Dame e autore del libro Perché il Liberalismo ha Fallito rinomato specialmente tra i nuovi conservatori americani, si trova anche nelle liste delle letture preferite dell’ex presidente degli Stati Uniti Barack Obama – per spiegarci meglio quali sono i difetti del sistema che ha dominato le società occidentali dal diciassettesimo secolo fino a oggi.

Prima di tutto, che cosa intende esattamente quando si riferisce al “liberalismo”?

Riconosco che la terminologia in Europa è diversa, ma quello che intendo io per liberalismo è la tradizione negli Stati Uniti e in Gran Bretagna che è apparsa per la prima volta nel 17esimo e nel 18esimo secolo con Thomas Hobbes, John Locke, Adam Smith e altri filosofi. In sostanza è la filosofia che inaugura la tradizione politica americana, ma che include anche il liberalismo di mercato e il liberalismo progressista. La mia tesi è che c’è una continuità più profonda tra queste due visioni del mondo che le rende in realtà molto simili, al contrario di quello che si pensa. Le recenti elezioni negli Stati Uniti e quello che sta succedendo in Europa sono una dimostrazione di un rigetto delle masse verso questi due lati del liberalismo: quello di mercato e quello progressista.

Che cosa direbbe a quelli che dicono che sta confondendo i valori liberali dell’Illuminismo con quelli progressisti e quelli del post-modernismo?

Il post modernismo per me è una versione estrema del liberalismo, essenzialmente ne critica i modi e le forme di potere che sono designate al fine di controllare in maniera subdola il comportamento umano. Il liberalismo per me è la ridefinizione di libertà nell’età moderna. In sostanza significa la libertà dalle costrizioni esterne nel fare ciò che voglio, invece della tradizione classica e cristiana di libertà, che significava governare se stessi e quindi essere liberi dai propri vizi e dalle proprie voglie. Il dibattito tra gli illuministi e i progressisti riguarda i metodi, non i fini – il dibattito tra queste due ideologie è: la libertà di fare ciò che si desidera è meglio ottenuta con il libero mercato (pensiero degli illuministi) o con il potere dello stato (pensiero dei progressisti)? I post-modernisti invece rigettano sia il libero mercato che lo statismo – hanno una visione anarchica della società dove tutte le forme di potere dovrebbero essere eliminate, così da essere del tutto liberi. Tutte e tre queste filosofie si basano sulla definizione moderna di libertà intesa come libertà di fare ciò che uno vuole. Michel Foucault è un perfetto esempio del post-modernismo a cui mi riferisco – è un grande critico dell’Illuminismo – descrive come l’Illuminismo cerca di controllare l’individuo e come non ci rende realmente liberi, ma fa questa analisi cercando una visione ancora più estrema di libertà, dove c’è addirittura una liberazione da ciò che significa essere umani. Essere liberi dalle nostre definizioni di umanità per lui significa essere arrivati alla liberazione più grande.

Con le manifestazioni che stiamo vedendo in Francia contro il sistema liberale che secondo lei sta fallendo, pensa che questa forma di resistenza sia legittima? Se sì, non le sembra molto simile alle rivoluzioni del diciottesimo secolo, che si basavano di fatto sulle idee liberali che lei critica?

Viviamo in tempi strani, in cui una filosofia nata dalla rivoluzione – il liberalismo in senso più classico negli Stati Uniti e quello radicale in Francia – è adesso diventato dominante e detiene il potere su tutte le nostre istituzioni. La domanda che ci dobbiamo fare è: come si può protestare contro una filosofia rivoluzionaria che è diventata istituzionalizzata? L’ironia è che sta portando le persone che cercavano stabilità, la difesa della tradizione, la cultura e il proprio modo di vivere a diventare rivoluzionari essi stessi. Quindi le persone che erano reazionarie stanno diventato rivoluzionarie e i rivoluzionari sono di fatto oggi reazionari. Se le persone giungono alla conclusione che non c’è modo di articolare il loro pensiero nel sistema democratico attuale, allora troveranno una nuova forma di espressione e, storicamente, quella è stata la violenza o la disobbedienza civile. La vedo come una dimostrazione di una rottura nel nostro sistema politico attuale – non sono qui per dire che questi metodi sono giusti o sbagliati, ma sto cercando di dimostrare come la politica attuale non sia più una via adatta per esprimere queste insoddisfazioni.

Nel suo libro lei incoraggia una società più comunitaria e locale, basata sulla fede e la famiglia come soluzione, ma come vede questa opzione realizzarsi in una società che sta diventando sempre più globalizzata e connessa dallo sviluppo tecnologico? 

In certi sensi quel consiglio era un mio modo per suggerire una maniera di vivere alternativa a quella dominante sotto il liberalismo. La mia intenzione è incoraggiare una protesta contro l’ordine liberale più pacifica, che richiederebbe un modo di vivere consapevole e che resiste all’anti-cultura del liberalismo. Ma non era inteso come soluzione politica, perché non penso che ci debba essere in questo momento. Quando finisco il libro parlo di come ci deve essere una riforma nella vita della comunità che è stata persa, ma queste pratiche e virtù devono essere coltivate prima di trovare una soluzione politica. La soluzione politica deve venire come reazione a un cambiamento culturale. Per quanto riguarda la rivoluzione tecnologica, ha radicalmente cambiato il modo in cui ci relazioniamo con gli altri, ma lo stile di vita che ho descritto può convivere e forse anche correggere l’irresponsabile modo di vivere che la tecnologia moderna ci ha portato. La mia proposta è una soluzione per correggere la traiettoria senza senso della modernità. Quello che era una volta una vita naturale di un villaggio tradizionale italiano, adesso deve essere vissuta in maniera molto più cosciente, con una forma di iper-consapevolezza dei difetti della modernità.

Lo sviluppo della tecnologia probabilmente porterà anche all’automatismo che, a sua volta, porterà a meno lavoro manuale, a economie ancora più globalizzate e quindi a un allontanamento dalla vita locale ancora più grande di quello portato dalla rivoluzione industriale. Come può invertirsi secondo lei questo processo?

È difficile da prevedere ora. C’è una fantasia eterna dell’umanità di essere liberata dal lavoro, ma il lavoro ci ha sempre dato significato e dignità. Da un lato uno può immaginare che le persone troverebbero altri modi per avere significato e dignità nella loro vita quotidiana che non includono il lavoro – coltivando hobbies e passioni, per esempio – ma dall’altra uno si immagina una vita di infelicità, inutilità, dove non si contribuisce al benessere della società. L’immaginaria utopia marxista del diciannovesimo secolo ha anche portato a profondi malcontenti culturali e politici, instabilità e violenza, nello stesso modo in cui la rivoluzione industriale ha portato reazioni come i Luddisti che distruggevano le macchine perché gli portavano via il lavoro. Penso che sia difficile prevedere quello che succederà al momento perché è un’arma a doppio taglio, ma quello che è certo è che non riusciremo a fuggire dalla nostra condizione umana.