La decisione del Consiglio di Stato della Turchia di avallare la riconversione in moschea di Santa Sofia è stata fonte di scalpore, sorpresa e indignazione nei paesi occidentali. Ma quello che l’opinione pubblica ed una parte del mondo politico di Europa e Stati Uniti hanno visto come un gesto minaccioso nei confronti della cristianità ha, in realtà, un valore molto più intimo che si lega all’identità della Turchia.

Il ritorno di Santa Sofia ad essere Ayasofya era previsto e prevedibile nello stesso modo in cui la salita al potere di un personaggio come Recep Tayyip Erdogan era inevitabile. Un secolo di indottrinamento kemalista e di imposizione coercitiva di usi, costumi e valori di matrice occidentale, non si è rivelato sufficiente: la Turchia profonda ha prevalso e, da ora in poi, il suo sguardo sarà rivolto sempre più ad Oriente.

L’equivoco durante la pandemia

L’atteggiamento di Israele nei confronti della Turchia è cambiato radicalmente negli ultimi mesi. La grande stampa e gli analisti politici dello stato ebraico sono passati dal mostrare ottimismo sulle possibilità di una riconciliazione con Ankara, che era sembrata possibile per via della timida collaborazione avvenuta all’apice della pandemia di Covid19, alla caduta in un profondo stato di disillusione e pessimismo per via di una serie di eventi: l’aumento della retorica da scontro di civiltà fra i politici turchi, il muscolarismo di Erdogan nel Mediterraneo orientale e l’apparente nascita di un sodalizio con l’Iran.

Lo stesso peccato di ingenuità è stato commesso anche dagli analisti politici europei ed americani, perché si è creduto che il coordinamento reciproco fra Ankara e l’Alleanza Atlantica per portare avanti una diplomazia degli aiuti sanitari nelle aree di interesse critico per la Russia, come i Balcani e il Caucaso meridionale, fosse la prova di una normalizzazione sotterranea in divenire. Ma in quegli stessi giorni, nelle colonne di InsideOver, avevamo messo in guardia i lettori, spiegando come quei gesti di cooperazione fossero da imputare più a ragioni di contingenza estemporanea che di politica.

Nel caso israeliano, ad esempio, non aveva avuto luogo nessun tipo di assistenza mutua e disinteressata ma un puro e semplice do ut des. Il governo israeliano aveva chiesto di poter comperare diversi lotti made in Turkey di beni igienico-sanitari come mascherine, tute protettive, e guanti sterili, ed il governo di Ankara aveva accettato – ma ad una condizione: che fosse permesso il transito “senza intoppi” ad una spedizione umanitaria turca diretta nei territori palestinesi, anch’essi duramente colpiti dal Covid19.

E se è legittimo e verosimile pensare che la richiesta di Tel Aviv fosse stata ideata per lanciare un messaggio ad Ankara, lo è altrettanto pensare che Erdogan fosse sceso ad accordi semplicemente perché quella era l’unica via percorribile per aiutare i palestinesi e che dietro non vi fosse alcun secondo fine, nessuna velleità di riavvicinamento con Israele. Quanto accaduto nei mesi successivi, e quanto sta accadendo in questi giorni, sembra corroborare questa ipotesi.

Turchia, un destino già scritto

Il Centro di Studi Strategici Begin-Sadat, uno dei più importanti think tank di Israele, ha preso atto del cambio di paradigma ormai avvenuto nella politica e nella società turca, pubblicando un approfondimento in cui si elencano le ragioni per cui l’allontanamento di Ankara dalla sfera d’influenza e dal blocco-civiltà occidentale sarà inevitabile.

Partendo da un breve riepilogo delle ultime azioni di “bullismo” perpetrate dalla Turchia ai danni di quelli che dovrebbero i suoi alleati – dall’utilizzo strumentale dei flussi migratori per tenere sotto scacco l’Unione Europea alle tensioni permanenti con la Grecia, dal matrimonio di convenienza con la Russia all’antagonismo con Israele – il centro studi osserva come il processo di re-islamizzazione delle masse non sia stato avviato da Erdogan; a lui va il merito di aver colto la tendenza e di aver saputo come cavalcarla ed alimentarla così da portare a compimento la sua visione.

Secondo l’istituto, infatti, “l’islamizzazione del paese è più un processo dal basso verso l’alto che non dall’alto verso il basso. I turchi anatolici, che tendono ad essere più religiosi e conservatori, presentano tassi di natalità più elevati dei turchi occidentalizzati di Istanbul e della costa egea. Molti, oggi, vedono il secolarismo kemalista come un ordine culturale e politico [che è stato] imposto ignorando la ricca eredità islamica del paese”.

Inoltre, occorre tenere in considerazione che i turchi sono e restano i legittimi successori degli ottomani. L’impero è caduto, sostituito dalla repubblica, ma i suoi abitanti sono sempre gli stessi. Credere che il kemalismo potesse cancellare le tracce di oltre cinque secoli di storia – la storia di un impero che è stato e si è considerato a capo del mondo musulmano – è stato miope ed illogico.

Il secondo motivo è che lo scoppio della guerra civile siriana, durante la quale Ankara si è inizialmente schierata contro Bashar al-Assad, ha finito con il risvegliare degli antichi timori presso le istituzioni turche che, alla lunga, hanno giocato contro l’Occidente. La nascita della regione autonoma curda del Rojava ha riportato la mente della Turchia al trattato di Sèvres e al progetto, poi abortito, di creare un Curdistan indipendente a partire dai territori ottomani.

Come osserva il centro studi, una delle cause di maggiore attrito fra Ankara ed i suoi alleati occidentali è il supporto di questi ultimi ai curdi, sia all’interno dei suoi confini che all’estero. Inoltre, negli anni recenti, la Turchia sospetta che dietro le velleità indipendentiste dei curdi iraqeni possa esserci la longa manus israeliana.

La terza ragione è l’ascesa della Turchia in termini di potenza e ricchezza. Nonostante le persistenti difficoltà economiche, il paese continua ad essere saldamente nella classifica delle prime venti economie del globo e, inoltre, possiede il secondo esercito più grande dell’Alleanza Atlantica. L’instabilità in Siria, Iraq e Libia, è stata l’occasione per testare le capacità operative delle truppe turche, che hanno condotto campagne di successo senza il supporto degli alleati occidentali. Questi eventi hanno convinto Erdogan che la Turchia è ormai in grado di affrontare possibili minacce esterne in maniera autonoma; e la stessa appartenenza alla Nato viene mantenuta più per ragioni di pragmatismo che per la necessità di godere di un supporto multilaterale qualora scoppiasse una guerra aperta contro una grande potenza.

La quarta ragione è l’avvicinamento con la Russia che, secondo l’ente di ricerca, “non è né tattico né casuale”. I due paesi sono entrambi interessati a riscrivere la divisione del potere in Eurasia e sebbene il Cremlino abbia aumentato la propria esposizione nel Medio Oriente, il suo futuro è altrove, nell’Artico, che il cambiamento climatico sta per trasformare in una regione dalle mille opportunità economiche e geopolitiche. La ritirata strategica di Mosca all’interno dei propri confini potrebbe portare ad una distensione di Ankara destinata a durare nel tempo, poiché i due paesi smetterebbero di rivaleggiare in uno dei più teatri di conflitto più accesi. Con la Russia fuori dai giochi, e gli Stati Uniti con gli occhi puntati sulla Cina e sull’Estremo Oriente, la Turchia avrebbe libertà d’azione in Medio Oriente, e la costruzione di uno spazio egemonico neo-ottomano renderebbe l’appartenenza al blocco occidentale irrilevante “se non un ostacolo ad una politica estera ancora più revisionista”.

Infine, nella visione di Erdogan non c’è spazio per la democrazia liberale di stampo occidentale. L’islamizzazione ed il revisionismo in politica estera stanno procedendo di pari passo con lo smantellamento dello stato di diritto, che ha subito un’accelerazione all’indomani del fallito colpo di stato del luglio 2016. Una simile evoluzione politica non potrà che rendere sempre più complicati e tesi i rapporti con l’Occidente, culla e sponsor mondiale della liberal-democrazia, la cui influenza su Ankara sta scemando rapidamente.

I punti deboli dell’analisi

La previsione finale del centro studi è estremamente pessimistica e rappresenta senza dubbio un avviso indirizzato ai partner di Israele: “L’Occidente deve prepararsi allo scenario peggiore, una Turchia che si unisce ad un’alleanza anti-occidentale in un futuro non troppo distante. Fortunatamente, ci sono tre paesi nel Mediterraneo orientale che possono fungere da bastioni della democrazia e degli ideali occidentali. Grecia, Israele e la Repubblica di Cipro sono la migliore opportunità dell’America per mantenere influenza nella regione”.

In quelle righe è contenuto sia un messaggio agli Stati Uniti, che vengono invitati ad appaltare definitivamente la loro agenda per il Medio Oriente ad Israele, che alla Grecia, con la quale i rapporti si sono intensificati a dismisura negli ultimi due mesi per via della comune ambizione di contrastare l’espansionismo turco nel Mediterraneo orientale.

L’analisi è accurata e tiene in considerazione una serie di elementi, come la legge della storia e il fraintendimento del fenomeno Erdogan in Occidente, senza i quali sarebbe impossibile capire le dinamiche che hanno portato la Turchia ad abbandonare il kemalismo e ad indossare nuovamente le vestigia ottomane.

C’è un punto, però, che è stato esaminato in modo superficiale ed è quello riguardante il futuro delle relazioni russo-turche. Infatti, non è la divergenza di interessi e visioni il Medio Oriente a rappresentare l’impedimento principale alla trasformazione dell’attuale matrimonio di convenienza in uno basato sulla reale comunanza di intenti e sulla fiducia reciproca.

La verità è che Russia e Turchia sono due rivali naturali che si trovano su schieramenti opposti in qualunque teatro esse si trovino a combattere. La fragile pace raggiunta in Siria, che periodicamente si spezza, e l’acquisto del sistema S400 non dovrebbero ingannare né i lettori né gli analisti, perché la Terza Roma e la Sublime Porta si stanno affrontando oggi, nel 2020, negli stessi territori in cui si affrontavano nel 18esimo e nel 19esimo secolo.

La Russia è certamente interessata allo sviluppo dell’Artico e, forse, ad una ritirata strategica ed intelligente dall’Eurasia ma non è detto che questa sarà accompagnata da una distensione con la Turchia, anche alla luce delle velleità egemoniche di quest’ultima in ognuna delle aree di interesse vitale per il Cremlino, ovvero Balcani, Mar Nero, Caucaso e Asia Centrale, e del suo protagonismo minaccioso all’interno degli stessi confini russi nelle repubbliche a composizione turcica ed islamica.

Il futuro della Turchia non sarà in Occidente per un semplice motivo: non lo è mai stato neanche in passato. Sottomessa l’Unione Europea al proprio volere, siglato un fragile accordo di coesistenza con la Russia ed ampliato il proprio raggio d’azione nella regione Medio Oriente e Nord Africa, da ora in avanti Erdogan potrà concentrarsi sulla riscrittura di Sykes-Picot e sulla rottura della divisione di potere regionale incardinata sul duo Israele-Arabia Saudita.

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