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C’è una sigla che negli ultimi mesi ha infiammato il dibattito all’interno delle sedi comunitarie. Si tratta della cosiddetta “F2F“, acronimo di Farm to Fork. È il nome dato alla strategia europea volta a rendere sostenibile, sotto il profilo ambientale, la filiera della produzione e del consumo del cibo. Ma quando si parla di alimenti inevitabilmente si sconfina in altre tematiche. A partire dalla questione identitaria, visto che le abitudini seguite a tavola sono parte integrante della cultura di un popolo e di un’intera nazione. L’Italia in tal senso è quella che forse ha più da perdere da regolamenti potenzialmente lesivi delle proprie radicate e internazionalmente riconosciute tradizioni culinarie.

Cos’è il Farm to Fork

In questi giorni il piano decennale per la transizione ambientale anche in ambito alimentare è in corso di discussione nel parlamento europeo. Il dibattito è arrivato nelle commissioni e ben presto dovrebbe approdare nelle sessioni plenarie. Il piano ha preso per l’appunto il nome di Farm to Fork e al suo interno sono contenuti regolamenti, norme e direttive in grado di incidere sull’intera filiera alimentare del Vecchio Continente. L’obiettivo principale è quello di portare la popolazione europea a consumare cibi in grado di essere prodotti in modo sostenibile, ossia senza un eccessivo sfruttamento dell’ambiente. Così come spiegato sul sito di SlowFood, sono sei i punti cardini del F2F: produzione alimentare sostenibile, sicurezza alimentare, filiera sostenibile, promozione di abitudini alimentari sane, riduzione degli sprechi alimentari, lotta alle frodi alimentari. Il piano, una volta approvato, non sarebbe comunque vincolante. Tuttavia ogni Stato membro, nel prossimo decennio, deve impegnarsi affinché tutti gli obiettivi vengano centrati.

All’interno del F2F sono contenute disposizioni anche di natura tecnica come, tra tutte, la diminuzione del 50% entro il 2030 dell’uso dei pesticidi. Sono anche previsti incentivi, a carattere sia nazionale che comunitario, a favore della ricerca e dell’agricoltura biologica. Per alcuni si tratta di un libro dei sogni, per altri una base di partenza da cui partire. Il dibattito sull’approvazione del piano però ha incrociato anche tematiche non strettamente connesse al ramo alimentare. Del resto quando si parla di transizione ecologica le maglie sono destinate a diventare molto corte. Per un settore che viene privilegiato, ce n’è un altro invece che rischia di essere pesantemente penalizzato. Potrebbe accadere così anche in ambito culinario. L’incentivo ad alcune modalità di coltivazione o al consumo di specifici cibi, potrebbe portare alcuni Paesi ad accusare non pochi danni economici e non solo. C’è infatti anche il discorso relativo all’identità culturale, tema molto caro e che ha portato il F2F a diventare oggetto di dibattito politico in Italia.

Lo spettro del Nutriscore

Il nostro Paese rischia di subire problemi legati soprattutto a una delle iniziative previste nel F2F, ossia l’inserimento del cosiddetto Nutriscore. Si tratta di un sistema di etichettatura dei cibi in cui ad ogni colore corrisponde il livello di sostenibilità ambientale di un determinato alimento. Se nelle confezioni spunta il verde con la lettera A, allora vuol dire che la filiera dietro a quella confezione corrisponde agli obiettivi di sostenibilità ambientale. Poi si va a scalare fino ad arrivare ai colori arancione e rosso, contraddistinti dalle lettere D ed E, i quali stanno invece ad indicare prodotti scarsamente sostenibili. Il problema però è che il tipo di calcolo ipotizzato darebbe colore arancione e rosso a molti prodotti della dieta mediterranea. Per l’Italia un affare non da poco. Non è un caso che dal 2013, anno in cui per la prima volta si è parlato di Nutriscore, Roma assieme ad Atene e a molti Paesi dell’est si è sempre opposta. Al contrario, Germania e Francia sono tra le più attive nella promozione di questo strumento.

Il vero problema riguarda il fatto che per assegnare un colore a un determinato alimento si usa un algoritmo. Un metodo criticato anche a livello scientifico: “Il Nutriscore non fornisce informazioni sulla composizione del cibo ma dà un verdetto generale sul cibo – ha dichiarato su European Scientist lo scorso anno il professor Philippe Legrande, docente di biochimica – Non è né più né meno che un’opinione o un giudizio. Come fonte di informazioni scientifiche, è insufficiente”. L’algoritmo andrebbe a penalizzare molti cibi pieni di grassi, dunque molti di quelli apprezzati nella nostra dieta mediterranea: “Il Nutriscore esclude dalla dieta alimenti sani come l’olio extravergine di oliva, il Grana Padano, il Parmigiano Reggiano e il prosciutto di Parma – ha sottolineato nelle scorse ore l’europarlamentare della Lega Silvia Sardone – per favorire cibi spazzatura”. In commissione il Nutriscore è stato approvato nella giornata di giovedì. Tra gli italiani ad opporsi sono stati i deputati di Lega e Fratelli d’Italia, mentre Pd e M5S hanno dato il via libera.

La difesa della dieta mediterranea

Sotto il profilo politico però il quadro europarlamentare italiano ha trovato unità nell’inserimento di un emendamento in cui, tra le altre cose, è stata riconosciuta la “specificità” della dieta mediterranea. L’emendamento a firma di Pietro Fiocchi, europarlamentare di Fratelli d’Italia, è passato a larga maggioranza: “Sono molto soddisfatto che si sia fatto un passo importante nella valorizzazione e nella difesa della dieta Mediterranea nell’ambito della strategia europea Farm-to-fork – ha dichiarato Fiocchi in una nota – che vuol dire anche difesa dei nostri territori e delle nostre economie. Difendere la dieta mediterranea significa infatti difendere il nostro Made in Italy dagli attacchi di una campagna europea che con il sistema di etichettatura Nutriscore”. Con l’emendamento dovrebbero essere create delle “eccezioni” al sistema di etichettatura volte a salvaguardare le specificità della dieta mediterranea e ad evitare contraccolpi per la nostra filiera alimentare. Il dibattito comunque va avanti e il tema è destinato a rimanere spinoso anche nelle prossime settimane.

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