Una potenziale trappola da disinnescare al più presto oppure un’inaspettata occasione commerciale e geopolitica? La Cina si interroga sul dilemma Afghanistan, a maggior ragione dopo il ritiro delle truppe americane, ed è pronta a confrontarsi con qualsiasi scenario le si presenti di fronte. Il possibile effetto domino nasce dal ritiro di Stati Uniti e Nato dal palcoscenico afghano, ritiro che si concretizzerà entro il prossimo 11 settembre. Senza più ostacoli in mezzo, i Talebani sono pronti a riconquistare il Paese, mettendo alle strette le fragilissime istituzioni nazionali. Se così dovesse essere, Kabul verrebbe inghiottita dall’instabilità. La stessa che tanto spaventa la Cina.

Fonti locali hanno confermato che i Talebani, supportati dai rimasugli di Al Qaeda, controllano ampie aree del territorio e assediano la città di Kandahar. C’è poi ancora l’ombra dell’Isis, desideroso di prendere la capitale afghana per far rinascere il suo impero. A detta dell’Afghanistan Study Group del Congresso Usa, citato da Repubblica, i Talebani possono rientrare a Kabul in un lasso di tempo compreso tra i 18 e i 36 mesi, mentre il fragilissimo esercito locale, senza più il sostegno delle potenze occidentali, è destinato ad essere spazzato via. Attenzione, poi, alla possibile sponda che i militari di Islamabad potrebbero offrire ai Talebani. Ecco: un ipotetico quadro del genere preoccuperebbe, e non poco, la Cina.

Le tre preoccupazioni della Cina

Due i motivi principali. Innanzitutto il Pakistan è uno dei più importanti alleati della Cina in Asia. L’asse di ferro formato da Islamabad e Pechino si regge su basi economiche e geopolitiche. E un eventuale coinvolgimento dei pakistani in Afghanistan non farebbe che allontanare dal Dragone uno dei partner chiave della Nuova Via della Seta. Come se non bastasse, l’Afghanistan dei Talebani potrebbe destabilizzare lo Xinjiang, provincia cinese sensibile che in passato ha già dovuto fare i conti con l’instabilità rappresentata da vari movimenti separatisti uiguri. Questa regione, non a caso, è una meta ambita per i membri del Movimento islamico del Turkestan Orientale.

Ci sarebbe poi un terzo aspetto da considerare, di natura prettamente commerciale. Qualora l’Afghanistan dovesse perdere la bussola, c’è il rischio che alcuni hub strategici della Belt and Road Initiative (BRI) cinese possano risentire effetti negativi, o esser presi di mira dai terroristi. Citiamo il Corridoio Economico Cina-Pakistan – che, una volta terminato, dovrebbe collegare la città cinese di Urumqi, nello Xinjiang, al porto pakistano di Gwadar – ma anche le limitrofe ferrovie che collegano la Repubblica Popolare agli “stan” dell’Asia centrale.

La contromossa di Pechino

Per evitare di subire eventi tanto inaspettati quanto indesiderati, la Cina è pronta a giocare il suo jolly preferito: la Nuova Via della Seta. Il ministro degli Esteri cinese, Wang Yi, si è attivato per dare vita a una triangolazione con il Pakistan al fine di trasformare l’Afghanistan in un asset fondamentale della BRI.

“Le tre parti hanno concordato di approfondire la cooperazione nell’Iniziativa Belt and Road, sostenendone la sostanziale espansione all’Afghanistan e rafforzando il livello d’interconnessione tra i tre paesi”, ha spiegato Wang al termine di un incontro con l’omologo afgano, Mohammad Haneef Atmar, e il capo della diplomazia pachistana, Shah Mahmood Qureshi.

Ecco che assume una rilevanza fondamentale il citato CECP. “Noi possiamo espandere il Corridoio economico Cina-Pakistan all’Afghanistan e migliorare il livello della cooperazione commerciale e dell’interconnessione tra l’Afghanistan e gli altri paesi nella regione”, ha aggiunto il ministro cinese. Eppure, all’orizzonte filtra un clima di pericolosa incertezza.

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