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Il governo cileno affronta le ripercussioni del voto di domenica scorsa. Il presidente cileno Gabriel Boric, infatti, ha annunciato cambiamenti nella composizione del suo governo, dopo il rigetto da parte degli elettori della bozza di nuova Costituzione nel referendum svoltosi domenica. In un discorso pronunciato a reti unificate dal palazzo della Moneda, una volta appreso dell’ampio rigetto della bozza di nuova Costituzione (61,86% per rechazò e 38,14% per apruebò), il capo dello Stato ha affermato che il messaggio del popolo cileno è stato di “insoddisfazione per la proposta che l’Assemblea costituente ha presentato al Cile”, nelle dichiarazioni riportate dall’agenzia Ansa.

Secondo molti osservatori, fino a pochi mesi fa c’era in Cile un sostegno schiacciante per l’abolizione dell’attuale costituzione, imposta nel 1980 dal dittatore Augusto Pinochet, considerata dalla maggior parte dei cileni come illegittima e causa della netta disuguaglianza economica che vive il Paese. Infatti, le richieste di una nuova costituzione erano emerse durante le grandi proteste che hanno infiammato il Paese nell’ottobre 2019, quando milioni di cileni sono scesi in piazza per marciare contro l’aumento del costo della vita. Nell’ottobre 2020, i cileni votarono per il 79% a favore di una nuova Costituzione che sostituisse la precedente di Pinochet.

Una costituzione troppo “woke”

I dati parlano chiaro. Come sottolinea l’Ispi, infatti, il Cile è uno dei paesi più diseguali del mondo, dove l’1% della popolazione detiene il 26,5% della ricchezza, e il 50% più povero solo il 2%. Ciò è il frutto di un regime fiscale regressivo, in base al quale tutti pagano poche tasse, senza alcuna distinzione tra l’1% e il resto della popolazione. Che cosa ha portato la maggioranza dei cileni, dunque, a rigettare la bozza della nuova Costituzione e a mantenere quella di Pinochet dopo le proteste di appena tre anni fa? Uno dei fattori è sicuramente l’eccessiva influenza dell’ideologia “woke” e ultra-progressista di matrice statunitense-anglosassone nella bozza bocciata dagli elettori. Ideologia che evidentemente fa fatica ad attecchire in un Paese dove la religione e il cattolicesimo, in particolare, continuano a rappresentare una forza trainante e dominante della società.

La bozza è stata redatta da un’assemblea marcatamente spostata a sinistra, fortemente influenzata dai liberal statunitensi in tema di diritti Lgbt e politiche identitarie. Il documento, diviso in 388 articoli, pone infatti l’accento sulle questioni sociali e sulla parità di genere, riconoscendo un sistema giudiziario parallelo per i territori indigeni e mettendo l’ambiente e il cambiamento climatico al centro dell’azione politica, in un Paese che è il primo produttore di rame al mondo e uno dei primi esportatori di litio. Nella bozza, l’assemblea aveva previsto l’introduzione del diritto all’istruzione gratuita, all’assistenza sanitaria e alla casa. L’articolo 25 vieta ogni forma di discriminazione basata su razza, religione o sesso, ma anche su opinioni politiche, “classe sociale” e altre “credenze”.

Impone inoltre al governo di risarcire tutte le forme di discriminazione passate. L’articolo 61, secondo National Review, avrebbe legalizzato l’aborto (quasi) fino al momento della nascita, in un Paese profondamente cattolico che ora vieta l’aborto con eccezioni solo in caso di stupro e rischio per la vita della madre. Anche gli aborti negli ospedali governativi sarebbero stati a carico dei contribuenti. A questo si aggiungono gli articoli 40 e 64 che affermano il diritto dei cileni all’educazione sessuale e al riconoscimento della loro identità di genere, oltre all’impegno ad attuare politiche per porre fine agli “stereotipi di genere”. La bozza vieta inoltre qualsiasi impresa educativa a scopo di lucro a tutti i livelli, con il risultato che molte scuole private avrebbero chiuso, qualora la bozza fosse stata approvata.

I cileni bocciano l’isteria sul clima

Grande attenzione nella Costituzione “woke” bocciata dai cileni era dedicata al tema dei cambiamenti climatici. Il Cile esporta la maggior parte del suo litio in Corea del Sud, Cina e Giappone, ed è anche il primo produttore mondiale di rame, componente fondamentale di cavi e circuiti elettrici. La nuova Costituzione avrebbe limitato alcune di queste attività, molto importanti per l’economia del Paese, concedendo maggiori diritti di partecipazione alle comunità locali e ponendo limiti all’attività mineraria nelle regioni sensibili. Evidentemente, i cileni, pur attenti e sensibili alle questioni climatiche, hanno imparato la lezione che proviene dallo Sri Lanka.

Come ha raccontato Federico Rampini sul Corriere della Sera, qui, a migliaia di chilometri di distanza, i fratelli Rajapaksa, ascoltando consiglieri occidentali dalle credenziali ultra-ambientaliste, cercarono di convertire l’intera agricoltura dell’isola ai metodi agro-biologici. Nell’impeto riformatore, agognando alla purezza degli ambientalisti dei paesi ricchi, vietarono l’importazione di fertilizzanti chimici sull’isola. Il risultato è stato una catastrofe agricola di proporzioni inaudite, il crollo dei raccolti, la penuria. Limitare l’attività per l’estrazione del rame e del litio avrebbe sicuramente migliorato l’ambiente e sarebbe stato un passo importante in un’ottica prettamente ecologica, ma avrebbe avuto importanti ripercussioni economiche, in una fase estremamente delicata di disordine globale e di ristrettezze economiche derivate dalla guerra in Ucraina e dall’inflazione. Questo ha probabilmente contribuito a convincere i cileni che non fosse così conveniente avere una nuova Costituzione solo perché quella di Pinochet non era più al passo coi tempi. Meglio attendere una bozza più equilibrata e meno “woke”.

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