Il “caso Tymoshenko” ha avuto il grosso pregio di riportare l’attenzione sulla vita politica dell’Ucraina, tema di cui, un po’ perché la guerra incombe e un po’ perché i media europei preferiscono glissare, si parla pochissimo. Breve riassunto delle puntate precedenti: Yulija Tymoshenko, 65 anni, già oligarca e “zarina del gas”, fondatrice e leader del partito Patria (Bat’kivščyna in ucraino), due volte primo ministro negli anni Duemila, amante del potere e tenace contestatrice del potere altrui (due volte in carcere per accuse di dubbia legittimità), da tempo relegata ai margini dei giochi che contano (Patria ha 25 seggi sui 450 del Parlamento), nelle scorse settimane ha ricevuto la visita della NABU (l’Agenzia investigativa anticorruzione) e della SAP (la Procura anticorruzione), che l’accusano di compravendita di deputati. La Tymoshenko avrebbe addirittura proposto a una sessantina di parlamentari uno “stipendio” di 10 mila dollari al mese per votare secondo le sue indicazioni.
Come possa disporre di tanti soldi una dirigente politica tagliata fuori dalle leve del potere e della corruzione in grande stile, che infatti non è mai stata chiamata in causa nelle recenti indagini, resta uno dei tanti misteri dell’Ucraina odierna. Comunque sia, il tribunale ha ordinato alla Tymoshenko di pagare una cauzione di 33 milioni di grivne (circa 760.000 dollari) e le ha vietato viaggiare fuori dalla regione di Kiev e comunicare con sessantasei deputati. Quelli, appunto, che avrebbe cercato di “comprare”.
La vicenda, una storia di ordinario malcostume ma non certo la peggiore degli ultimi tempi, ha innescato diversi commenti. Ci sono quelli che la leggono come una “vendetta” di NABU e SAP contro una dei politici che l’estate scorsa si erano schierati con il presidente Zelensky nel sostenere la legge che, di fatto, sterilizzava i poteri delle agenzie anti-corruzione, legge che era stata poi ritirata per le proteste di piazza e i malumori della Ue. La Tymoshenko, fedele alla sua linea di populismo nazionalista, ne aveva fatto una questione di indipendenza nazionale, accusando NABU e SAP di essere in qualche modo manovrate dall’estero. Altri pensano che il “caso Tymoshenko” segni una rivalsa del Parlamento ucraino, che per anni ha lavorato come mero timbro delle leggi volute da Zelensky e ora cerca di recuperare autonomia con gesti dimostrativi come, nelle scorse settimane, ritardare la conferma della nomina dell’ex premier ed ex ministro della Difesa Denis Shmyhal a nuovo ministro dell’Energia, proprio in una fase in cui il settore energetico ucraino, a causa dei bombardamenti russi, è in piena emergenza.
Colpire ovunque ma risparmiare Zelensky
A noi, invece, pare di vedere una situazione diversa. L’attività delle agenzie anti-corruzione dell’Ucraina ha un evidente orientamento: colpire ovunque si può ma risparmiare il presidente Zelensky. Non vogliamo qui sostenere che Zelensky sia corrotto. Ma che sia politicamente responsabile del dilagare della corruzione sì, innegabilmente. Come potrebbe non esserlo se corrotti sono risultati il suo braccio destro Andrij Jermak (capo dell’amministrazione presidenziale), due ministri del Governo in carica, il suo vecchio amico e socio in affari Timur Mindich? E se poche settimane fa quattro deputati del suo partito, Servo del popolo, sono stati a loro volta accusati di corruzione, avendo alla testa Yuriy Kisel, un altro suo vecchio amico dei tempi della natia Krivij Rih?
Zelensky, però, in questa fase non può nemmeno essere sfiorato. Perché è inattaccabile e indispensabile. E’ inattaccabile perché gli ucraini mostrano chiaramente di volerlo alla presidenza finché la guerra non sarà finita. Anzi: vogliono che sia lui a farla finire. E’ indispensabile perché è l’unico interlocutore riconosciuto fuori dell’Ucraina, dagli Usa e soprattutto dall’Europa. Un po’ perché la guerra e la conseguente legge marziale hanno impedito qualunque eventuale ricambio via elezioni, e molto perché cambiare condottiero a quello che sembra l’ultimo miglio (peggio ancora se non lo è) di una guerra così atroce sarebbe una follia.
Questa, ovviamente, non è una garanzia a vita per Zelensky. Vale per ora. Quando arriverà la pace, chissà… E proprio qui, secondo noi, sta il punto. Il “caso Tymoshenko”, semmai, dimostra che nella pancia del Parlamento c’è movimento. Se così tanti deputati sono indagati o sospettati (i 66 con cui la Tymoshenko non può comunicare) vuol dire che la disciplina di partito dentro Servo del popolo è ormai relativa. E se la Tymoshenko poteva pensare di influenzare i lavori parlamentari a colpi di bustarelle, vuol dire che tra i parlamentari ci si sta già riposizionando per il dopo: quel dopo che vorrà dire elezioni e un gran rimescolamento delle carte, essendo ormai certo il fatto che Servo del popolo (basso negli indici di gradimento, mentre è bassissimo il Parlamento come istituzione) non arriverà nemmeno a sognare i grandi successi del 2019, quando ottenne la maggioranza assoluta dei seggi parlamentari.
NABU e SAP, quindi, stanno facendo pulizia in ambienti che, in fondo, sono già politicamente in via d’estinzione. Sempre dando per scontato che prima o poi la guerra finisca. Che poi lo facciano anche su spinta o ispirazione degli Stati Uniti, che nel 2015 fecero grandi pressioni per farle nascere, ha importanza relativa: gli Usa hanno sempre messo molto mano alla politica ucraina, come ben sappiamo, da Victoria Nuland a Donald Trump passando per Joe Biden. E quindi d’ora in poi sarà interessante seguire non tanto chi verrà indagato ma chi NON verrà indagato. Nel suo genere, potrebbe essere un ottimo test pre-elettorale.
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