Capire la finanza, per capire il mondo FOLLOW THE MONEY

Un terremoto giudiziario che scuote il cuore dell’Unione. Il fermo di Federica Mogherini, figura simbolo della diplomazia europea ed ex Alto rappresentante dell’Unione per gli Affari Esteri, non è solo una vicenda giudiziaria. È il sintomo di una crepa profonda in quel circuito istituzionale che dovrebbe formare, selezionare e legittimare la classe dirigente europea. Con lei sono stati fermati Stefano Sannino, uno dei funzionari più potenti del corpo diplomatico UE, ed Enzo Zegretti, alto responsabile dei programmi di formazione al Collegio d’Europa di Bruges. Il mosaico che emerge dall’inchiesta belga mostra un possibile corto circuito tra istituzioni e centri di formazione, tra chi produce regole e chi le influenza, tra chi gestisce fondi e chi li riceve.

La traccia del whistleblower e la lunga ombra del 2023

A differenza della narrativa delle ultime ore, l’indagine non è un fulmine a ciel sereno. Nasce nel 2023, quando un whistleblower interno al Collegio d’Europa segnala all’Eppo una serie di anomalie nei rapporti con il Servizio europeo per l’azione esterna. Email, bozze riservate, anticipazioni sui criteri della gara per un programma di formazione finanziato dall’UE: frammenti che, messi insieme, suggeriscono un clima in cui il Collegio avrebbe avuto accesso a informazioni di gara prima della loro pubblicazione ufficiale. Un vantaggio che, se provato, configurerebbe una violazione grave del principio di concorrenza e un abuso delle relazioni informali che legano il Collegio ai vertici del SEAE. Da quel momento l’Eppo apre un fascicolo preliminare, poi trasformato in indagine formale nel 2024. Una storia lunga, silenziosa, costruita passo dopo passo, fino al fermo di oggi.

Non solo 990 mila euro: il perimetro economico si allarga

Le cifre emerse non esauriscono il quadro. L’appalto da 990 mila euro citato nei media è solo la punta dell’iceberg di una serie più ampia di contratti, sub-contratti e moduli formativi aggiuntivi che portano la somma complessiva a oltre 1,3 milioni di euro. Non è ancora chiaro se tutte le gare precedenti presentino irregolarità, ma gli inquirenti vogliono capire se esista un modello ricorrente: stesse persone coinvolte, stesso flusso di informazioni, stessa dinamica di assegnazione. Il Collegio è da decenni il centro attraverso cui passa la formazione delle élite comunitarie. Questa posizione di privilegio si traduce naturalmente in una concentrazione di fondi. Il punto, oggi, è capire se quella collaborazione istituzionale si sia trasformata in una rendita opaca, protetta da relazioni personali capaci di influenzare la macchina degli appalti europei.

La rimozione dell’immunità e il segnale politico

Il passaggio decisivo è stato la rimozione dell’immunità diplomatica per Mogherini e Sannino. Un atto raro, concesso dal Segretariato del Consiglio UE, che indica la convinzione della magistratura belga di avere indizi sufficienti per procedere. L’Unione manda un messaggio chiaro: l’immunità non è uno scudo per chi gestisce risorse pubbliche. Ma allo stesso tempo rivela la fragilità del processo decisionale europeo, perché due figure centrali – una al vertice del SEAE fino a pochi mesi fa, l’altra a capo del Collegio che forma i futuri diplomatici – si ritrovano oggi sospettate di aver manipolato le regole che loro stessi avevano contribuito a costruire.

L’impatto geopolitico: l’Europa perde credibilità proprio dove ne ha più bisogno

Questo scandalo arriva in un momento in cui l’Europa è chiamata a rafforzare la propria autonomia strategica. Mentre Washington rivede il ruolo nella Nato, mentre la Russia consolida la sua posizione in Ucraina, mentre la Cina penetra in America Latina e Africa con investimenti mirati, l’UE dovrebbe mostrarsi compatta, credibile, trasparente. Invece il caso Mogherini apre una faglia in uno dei luoghi più simbolici dell’integrazione europea: il processo di formazione delle sue élite. Se l’istituzione che educa e seleziona i futuri alti funzionari diventa oggetto di un’inchiesta per frodi e favoritismi, allora l’immagine di un’Europa meritocratica e regolata rischia di sgretolarsi sotto il peso del sospetto.

La geopolitica non è solo rapporti fra Stati, ma anche costruzione della fiducia interna. E il cuore dell’UE, oggi, appare vulnerabile. Ogni scandalo che riguarda l’uso dei fondi europei alimenta l’euroscetticismo nei Paesi membri, indebolisce le politiche di coesione e rende più difficile negoziare pacchetti finanziari comuni. Bruxelles dovrebbe esportare governance, non scandali. Invece la vicenda di oggi rischia di trasformarsi in un assist per chi sostiene che l’Unione sia una struttura autoreferenziale, dove le carriere si costruiscono nei corridoi più che nei concorsi.

Il Collegio d’Europa sotto pressione: da fucina delle élite a caso politico

Il Collegio d’Europa è molto più di un’università. È un simbolo della continuità politica dell’Unione, un crocevia dove si formano futuri commissari, alti funzionari, diplomatici. Per questo l’indagine tocca un nervo scoperto. Non si tratta solo di presunte irregolarità tecniche, ma della capacità dell’UE di selezionare la propria classe dirigente senza zone d’ombra. Se il Collegio avesse beneficiato di informazioni riservate per aggiudicarsi corsi da centinaia di migliaia di euro, significherebbe che l’Europa sta perdendo la battaglia culturale prima ancora di quella politica: quella della trasparenza, della concorrenza e della correttezza amministrativa.

Un’Europa che deve guardarsi allo specchio
Il caso Mogherini non cambierà da solo il destino dell’Unione. Ma obbligherà Bruxelles a interrogarsi sulle proprie procedure, sulla gestione dei fondi, sulla permeabilità delle istituzioni alle relazioni personali. In un momento in cui l’UE parla di difesa comune, di un nuovo patto industriale e di diplomazia più autonoma, questa inchiesta rischia di diventare un boomerang: mina il capitale simbolico, logora la fiducia pubblica e indebolisce il progetto politico europeo proprio mentre dovrebbe rafforzarsi.

L’indagine è ancora in corso e non è escluso che emerga un quadro meno grave di quello che oggi appare. Ma il messaggio è già chiaro: l’Europa non può chiedere rigore ai suoi membri se non lo pratica dentro le sue istituzioni. E i suoi vertici non possono guidare la politica estera del continente se non sono i primi a rispettarne le regole.

Abbonati e diventa uno di noi

Se l’articolo che hai appena letto ti è piaciuto, domandati: se non l’avessi letto qui, avrei potuto leggerlo altrove? Se pensi che valga la pena di incoraggiarci e sostenerci, fallo ora.

Non sei abbonato o il tuo abbonamento non permette di utilizzare i commenti. Vai alla pagina degli abbonamenti per scegliere quello più adatto