Angela Merkel non ha affatto gradito la scelta unilaterale di piattaforme social come Facebook e, sorvegliato speciale, Twitter di limitare l’attività degli account del presidente uscente degli Stati Uniti Donald Trump dopo i complessi fatti dell’Epifania conclusisi nell’assalto a Capitol Hill. La cancelliera ha parlato per mezzo del suo portavoce Steffen Seibert, che durante una conferenza stampa a Berlino ha dichiarato che la Merkel “ritiene problematico che sia stato bloccato in modo completo l’account Twitter di Donald Trump”. Una posizione condivisa, oltre il Reno dal ministro dell’Economia francese Bruno Le Maire e che la dice lunga sull’importanza della questione tecnologica nei rapporti transatlantici.

I giganti del web statunitensi non godono certamente delle prime posizioni tra le simpatie di Angela Merkel. Circa un anno fa, prima della pandemia, il suo governo ha iniziato a lavorare su politiche volte a garantire un controllo più stretto su eventuali pratiche abusivi dei colossi digitali, che spazino dall’abuso dei dati degli utenti al trasferimento illecito tra piattaforme aventi lo stesso proprietario (ad esempio Instagram e Facebook). La pandemia di Covid-19 e la conseguente iper-digitalizzazione dei sistemi economici più avanzati hanno portato con sé anche una spinta da parte di Francia e Germania ai progetti di autonomia digitale europea, sostanziati principalmente dal cloud “sovrano” Gaia-X, cui dopo lunghe e complesse titubanze si è unita anche l’Italia. Inoltre,  Parigi e Berlino hanno sviluppato il motore di ricerca “autarchico” Qwant.

Nel disegno politico della Cancelliera e, per interposto ruolo del governo tedesco, dell’Europa c’è dunque una limitazione delle manovre unilaterali del big tech di oltre Atlantico. E alla Merkel non sarà parso vero vedere i colossi del web a stelle e strisce arrivare a silenziare l’account stesso del capo di Stato di Washington, per quanto diverse sue affermazioni possano essere apparse a dir poco problematiche. Merkel è arrivata a dover ricordare quanto sia elementare sottolineare la natura fondamentale del diritto di libertà di espressione, ma non solo. Secondo uno dei massimi studiosi dell’impatto della rivoluzione digitale sulla democrazia contemporanea, Julian Jaursch, contattato da Il Foglio, il tema esiziale è capire quali sono i limiti del potere degli amministratori delegati dei giganti digitali, ma non la mancanza di regole. Secondo Jaursch, la Commissione, anche su iniziativa della Germania, sta andando sulla giusta direzione e la Merkel ha fatto l’errore di non ricordarlo.

Fatto sta che difficilmente un rapporto fiduciario tra la Cancelliera e i colossi del web a stelle e strisce potrà essere ricostruito facilmente. La rendita di posizione dei grandi oligopolisti tecnologici crea un potere di influenza sulle società europee che condiziona a favore degli Stati Uniti i rapporti di forza sul piano politico, economico, sociale. Non a caso i piani di autonomia strategica nascono proprio dalla frontiera delle nuove tecnologie. Su cui pesa l’influenza ramificata ed estesa di un nucleo sempre più ridotto di imprese che non solo traggono i maggiori dividendi economici e finanziari dall’attività quotidiana e dall’iper-connessione di cittadini e imprese ma diventano anche veri e propri punti di riferimento per la diffusione e la circolazione di idee e opinioni politiche e culturali. Logico che ogni forza politica che ambisca a ruolo di potenza non possa fare a meno di capire cosa porre in essere per evitare che questa rilevanza si tramuti in una forza frenante e in un fattore di ridimensionamento delle prerogative della sovranità nazionale e dell’autonomia degli attori politici interni.

Merkel lo ha capito, e pur avendo aspramente criticato l’istigazione degli assalitori del Campidoglio da parte di Trump si è mossa per arginare e controbilanciare la spinta dei giganti tecnologici. In quel “problematico” pronunciato dal suo portavoce si condensano tutte le preoccupazioni di una Cancelliera che, in vista del passaggio di consegne al suo erede alla guida della Germania dopo le elezioni autunnali, vuole lasciare in eredità una nazione più forte e sovrana di quella che ha iniziato ad amministrare nel 2005. Rendendola protagonista della partita più importante per l’economia globale, quella dell’innovazione di frontiera e della definizione dei nuovi standard. Che non può passare per una vera e propria definizione di regole certe per piattaforme che hanno una pervasività sociale impensabile per qualsiasi gruppo editoriale o televisivo e la cui autonomia nei confronti di soggetti istituzionali o privati cittadini deve essere definita e codificata da regole certe. Indipendentemente dall’opinione che si possa avere su Donald Trump, derogare a principi da ritenere universali per logiche di parte sarebbe ingenuo e pericoloso.

 

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