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Dopo un biennio vissuto intensamente tra esplosione della pandemia e duri dibattiti interni l’Unione Europea e gli Stati membri della comunità dei 27 si troveranno di fronte a sfide non meno importanti in vista del 2022.

Dopo la sospensione dei Trattati legata alla risposta alla crisi, la Commissione europea ha affrontato la vera e propria “ordalia” dei vaccini, il caos di carenza di dosi, l’avvio del Recovery Fund, lo scacco afghano e lo schiaffo inflitto dagli Stati Uniti agli alleati di oltre Atlantico col trattato Aukus. Inoltre, va definendosi con difficoltà lo scenario dei rapporti tra Londra e Bruxelles per il post-Brexit e si avvicina una fase di transizione ai vertici del Vecchio Continente con l’addio alla cancelleria tedesca da parte di Angela Merkel che dopo il voto del 26 settembre si fa sempre più imminente.

Diversi nodi, in prospettiva, verranno al pettine. E bisognerà definire diversi scenari per capire in che misura l’Europa potrà farsi trovare pronta per l’avvenire nell’anno che si spera possa portare una normalizzazione dopo la pandemia e, soprattutto, spazio per poter discutere delle rotte future del Vecchio Continente.

I tre rischi per l’Unione

La prima questione dirimente sarà capire come si strutturerà la leadership dell’Europa dopo l’uscita di scena della Merkel. Olaf Scholz, vicino a diventare il prossimo capo del governo di Berlino, intende proseguire sulla continuità con l’operato del governo di cui è stato ministro delle Finanze nel quadro della coalizione tra Cdu e Spd. E se l’asse con i Verdi e i Liberali andrà in porto e si confermerà l’impostazione che vede oggigiorno i tre partiti convergere sulle issues cardine (salario minimo per la Spd, transizione ecologica per i Grunen, abbassamento della pressione fiscale per Fdp) potrebbe anche essere rafforzata la linea avviata dalla Cancelliera.

E qui veniamo al secondo punto: il futuro dell’Unione tra ritorno del rigore e stabilizzazione della svolta keynesiana. Next Generation Eu e i piani stabiliti dai governi comunitari per il rilancio del Vecchio Continente hanno giovato dell’assenza di vincoli connessi alle regole e ai Trattati, come la sospensione del 3% nel rapporto debito/Pil. Ora più che mai ci si accorge che riportare il Vecchio Continente nelle secche del rigore e dell’austerità sarebbe una scelta decisamente rovinosa, e che la guerra di Stati come l’Olanda per rilanciare il fronte pro-rigore rischia di riportare pericolosamente indietro le lancette della storia.

In quest’ottica, andrà come terzo punto posto sotto osservazione il fatto che la leadership dei Paesi di testa è destinata a subire rimescolamenti. Della Germania si è detto; in Francia Emmanuel Macron si avvia verso una pericolosa elezione presidenziale in cui sarà sfidato da Marine Le Pen e dal centrodestra dei Repubblicani, in attesa di capire cosa farà il tribuno populista Eric Zemmour. In Italia, invece, Mario Draghi ha ricevuto dalla Merkel le “chiavi” della leadership europea nel corso dell’ultima visita della Cancelliera a Roma, e andrà valutato se il futuro del presidente del Consiglio sia quello di rimanere a Palazzo Chigi in cabina di regia a capo del governo di larga coalizione o se si aprirà per lui la porta del Quirinale. In Olanda il “falco dei falchi”, Mark Rutteè intento nella difficile formazione del suo quarto governo, mentre il duo più solido appare quello costituito dai leader socialisti di Spagna e Portogallo, Pedro Sanchez e Antonio Costa. Secondo quanto scritto su Key4Biz da Gianni Bonvicini dell’Istituto Affari Internazionali “Mario Draghi, pur nella sua grande credibilità europea, […] può aspirare ad un ruolo importate allorquando il motore franco-tedesco si rimetterà in moto e dove l’Italia, come terzo pilastro, darà un segnale agli altri membri dell’Unione che le nuove iniziative saranno aperte all’adesione di tutti coloro che vorranno starci”.

I rischi per Bruxelles dall’Est Europa

Uno scenario fondamentale sarà inoltre comprendere il futuro delle nazioni centroeuropee, ovvero Austria, Polonia, Ungheria e Repubblica Ceca, su cui si concentrano i venti di crisi politica in questa fase storica. Queste nazioni rappresentano il cuore dell’Europa, l’anello di congiunzione tra Europa mediterranea, Nord del Vecchio Continente e Est Europa, oltre che Paesi fondamentali per il dibattito sull’austerità (Vienna) e i valori identitari (i tre di Visegrad). L’evoluzione del dibattito politico in questi mesi potrà sicuramente impattare profondamente le negoziazioni di più alto livello a Bruxelles.

L’Unione dovrà, in quest’ottica, compiere scelte strategiche su almeno tre campi, a definire la quinta sfida fondamentale: capire in che maniera bilanciare la riforma dei Trattati, l’impostazione del piano di transizione energetica ed ecologica e i piani per il rilancio del Vecchio Continente per l’autonomia strategica in campo tecnologico. Da questa prospettiva sarà possibile, di conseguenza, vedere l’ambizione dell’Unione e degli Stati membri di promuovere politiche di discontinuità attive e dinamiche.

In gioco c’è la necessità per l’Europa di scegliere se giocare in futuro da oggetto o da soggetto dell’ordine internazionale. La pandemia ha segnato il brusco e definitivo risveglio dal placido sogno che vedeva l’Europa essere l’ultima Thule dell’utopia antipolitica, focalizzata su mercati e questioni monetarie, per gestire la propria intrinseca multipolarità interna e governare divisioni economicistiche prima ancora che politiche. La crisi afghana e la firma di Aukus hanno messo in crisi anche la prospettiva di un paradigma fondato sulla mera tutela geopolitica da parte di Washington, invitando l’Europa a una prova di maturità. All’Europa serve iniziare a riflettere sul futuro. Dopo la pandemia, dopo l’uscita di scena della Merkel, dopo l’apertura della discussione sui Trattati pensare nel lungo periodo è l’unica strategia possibile per evitare di accelerare un trend declinista ormai in corso da molto tempo.