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Il geografo svedese Rudolf Kjiellen fu il primo a coniare il concetto di geopolitica nel 1899, definendola come “la teoria dello stato come organismo geografico o fenomeno nello spazio”. Ciò significa che gli stati, principali attori nello scacchiere internazionale, non perseguono un interesse nazionale sempre uguale a sé stesso bensì lo modellano in base al mutamento di fattori economici, antropologici e politici. Da questo punto di vista gli stati del 21esimo secolo sono dei camaleonti perennemente cangianti, meno prevedibili ma certamente più malleabili. Il mondo di oggi, rispetto anche solo a 100 anni fa, ha ormai acquisito una complessità ed una volatilità estrema che non permette più agli stati di agire in base alle tradizionali dottrine delle relazioni internazionali come il realismo o il liberalismo: la dottrina classica viene dunque rimodellata sulla scia di sfide globali ma sempre più caotiche. Ergo, salta la tradizionale dicotomia amico/nemico a favore del concetto di partners che scelgono, caso per caso, settore per settore, di collaborare o far saltare il dialogo. In un mondo ridisegnato in questo modo le geopolitica diventa la nuova veste delle relazioni internazionali, in questo 2020 ancora di più: risorse naturali, spazi marittimi contestati, cambiamenti nell’equilibrio di potere regionale, cybersicurezza, climate change e terrorismo domineranno la scena internazionale.

Alcune sfide geopolitiche per il 2020

La geopolitica, come l’economia, si muove in cicli. Si svolgono solo per periodi di tempo molto lunghi – all’incirca circa 70-80 anni. Quando la geopolitica è nella fase crescente, le istituzioni e i governi internazionali sono ben coordinati ed efficaci nell’affrontare le preoccupazioni globali, i conflitti diminuiscono e la cooperazione economica aumenta. Quando la geopolitica è in modalità calante, la cooperazione internazionale diminuisce insieme all’efficacia delle istituzioni e aumentano i conflitti. In cima agli eventi più attesi del 2020 vi sono senza dubbio le elezioni americane: ciò che interessa la geopolitica non è tanto il vincitore ma quanto questi sarà capace di ridisegnare la politica estera americana ove latita da tempo un grand design. Un altro nodo caldo è certamente il futuro dell’Unione Europea: un gigante dai piedi d’argilla o una federazione momentaneamente in crisi? Da più parti proprio la nuova commissione von der Leyen è stata salutata come una “commissione geopolitica”: cosa significa? L’attuale commissione è quella che più di altre dovrà affrontare delle sfide mutaforme che disegneranno la forza futura dell’Unione: arrivare ad un consenso unanime al green deal, proteggersi dall’arma del dollaro, scegliere una linea in termini di difesa e sicurezza tra atlantismo e regionalismo, la minaccia alla cyber sicurezza e la concorrenza agguerrita della Cina sono perfetti esempi di problemi geopolitici che attraversano il Vecchio Continente.

Vi è poi la minaccia nucleare che vede il continuo braccio di ferro Iran-Stati Uniti, l’atavico scontro Pakistan-India ed il colosso cinese fermamente deciso a fare di Pechino la Roma del Terzo Millennio. Nell’intricato intreccio di geopolitica ed instabilità vi è poi il dilagare delle proteste popolari: dal sud America al Maghreb, i paesi in via di sviluppo stanno vivendo una fase nuova nella quale si mescolano i bisogni postmaterialisti dei giovani, il malcontento delle classi medie ed un bisogno di affrancarsi da regimi populisti e corrotti.

Nell’anno più geopolitico della storia, invece, che fine fa l’eterna rivalità Stati Uniti-Russia? Qui nel futuro prossimo incideranno diverse vicende tra le quali l’impeachment di Trump, l’esito delle elezioni americane, le trattative di pace tra Russia ed Ucraina. Che strada prenderà invece il terrorismo internazionale, in particolar modo quello di matrice islamica? A parte casi isolati nelle grandi città del mondo, organizzazioni come Al Quaeda e simili sembrano aver mutato luoghi, modus operandi e interessi: se la loro linea d’azione un tempo si poggiava sullo “scontro di civiltà” di huntingtoniana memoria, oggi le attività terroristiche si spostano nel cuore dell’Africa, monopolizzando traffico di armi e di droga. Occuparsi del fenomeno terroristico sarà quindi non solo compito delle grandi potenze ma anche dei regimi sub-sahariani che lottano internamente contro populismo e corruzione dilagante.

La via della seta: un esempio di nuova geopolitica

Ultime, ma non ultime, le questioni energetiche e le nuove rotte commerciali: sono queste le nuove frontiera della geopolitica. Un progetto come la Silk Road mostra come hub energetici e vie di comunicazione alternative sono in grado di ribaltare gli assets geopolitici: il governo di Pechino ha scelto di utilizzare le vie dell’ex URSS creando hubs logistici ed energetici nell’Asia centrale per raggiungere l’Europa. L’idea di creare una nuova rotta commerciale, via terra, nasce dalla scarsa convenienza della rotta marittima per via delle sue tempistiche e delle difficili situazioni geopolitiche di alcune aree in questo preciso momento storico (ad es. Suez). Pechino, infatti, vuole a tutti i costi mantenere una propria autonomia nel progetto utilizzando solo alcune delle vecchie infrastrutture sovietiche e puntando sulle proprie eccellenze: il Paese, infatti, ha sviluppato dei link ferroviari che coprono lunghissime distanze e dei sistemi di trazione all’avanguardia, con i quali quelli russi di certo non possono competere.

Nella realizzazione di queste nuove rotte paesi come l’isolato Kazakhistan risultano un passaggio strategico fondamentale. Ad esempio, questo paese contava, e conta ancora molto, sui propri giacimenti petroliferi caspici: la Cina è riuscita ad attestarsi in questa area, assicurandosi il top dei giacimenti kazakhi. Ergo, Pechino, oltre ad esercitare qui un interesse indiretto esercita ed eserciterà sempre più un interesse soprattutto diretto. Modernizzando strutture preesistenti, la Cina mira a costruire (utilizzando anche l’alta velocità) un’opera faraonica attraverso il contributo delle proprie banche, di investitori occidentali ma anche, e soprattutto, dei Paesi centro-asiatici, interessati a prender parte ad un progetto di tale levatura. Eccezion fatta per l’Afghanistan, tagliato fuori per ovvie ragioni dal Silk Road Corridor, Paesi come il Kazakistan (fondamentale per il petrolio), il Kirghizistan, l’Uzbekistan, il Tajikistan, il Turkmenistan e l’Iran diventeranno snodi fondamentali per l’approdo cinese in Europa, non solo perché “di passaggio”, ma perché alcuni di questi possiedono risorse idriche utili a permettere il funzionamento di reti ferroviarie elettrificate.

Se la geopolitica sia un’evoluzione positiva rispetto alle relazioni internazionali classiche è presto per dirlo: tuttavia, una tale volatilità di interessi e rapporti ha prodotto un sistema dove il diritto internazionale rischia di svuotarsi e di divenire impotente contro i potenti. Anche se il sistema internazionale è apparentemente diventato più solido – sostenuto, ad esempio, dalle  Nazioni Unite – la legge del più forte continua a prevalere sullo stato di diritto. Un Risiko eccitante da studiare ed imprevedibile che ha moltiplicato l’interdipendenza ma non di certo la stabilità.





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