Agosto potrebbe essere un mese cruciale per i rapporti tra Stati Uniti e Cina. Molto dipenderà dal possibile viaggio che Nancy Pelosi a Taiwan. Se, come svelato dal Financial Times, la speaker della Camera dei Rappresentanti Usa, dovesse veramente visitare l’isola per esprimere il proprio sostegno a Taipei di fronte alle crescenti pressioni cinesi, allora è lecito supporre una forte reazione cinese. Anche perché Pechino ha già minacciato il ricorso a “misure energiche e decise” per “salvaguardare fermamente la sovranità nazionale e l’integrità territoriale”.

Ricordiamo che Pelosi avrebbe dovuto recarsi a Taiwan, su cui Pechino rivendica la sovranità, già ad aprile scorso, ma la sua visita era stata cancellata perché l’82enne democratica aveva contratto il Covid-19. In quei giorni convulsi, il ministro degli Esteri cinese, Wang Yi, aveva definito il viaggio una “maligna provocazione“. Alla fine la positività della donna fece saltare la visita e ogni minaccia rientrò da dove era venuta. Adesso il problema si è riproposto, arricchito di nuove tensioni internazionali.

Il programma di Pelosi, che potrebbe ancora subire variazioni e che avrebbe generato divisioni nell’amministrazione Usa, assomiglia molto ad un tour asiatico. Prevede infatti visite in Giappone, a Singapore, in Indonesia e Malaysia. Pelosi viaggerebbe con altri undici membri del Congresso. Qualora la visita si concretizzasse, Pelosi sarebbe il funzionario Usa di più alto livello a visitare l’isola dal 1997, quando si recò a Taiwan l’allora presidente della Camera dei Rappresentanti, il repubblicano Newt Gingrich, mentre la missione scatenerebbe l’ira di Pechino, che si oppone a qualsiasi contatto tra l’isola e gli Stati Uniti.



L’ira di Pechino

La Cina ha avvertito gli Stati Uniti di cancellare la possibile visita a Taiwan di Pelosi. Lo ha dichiarato a chiare lettere il portavoce del ministero degli Esteri cinese, Zhao Lijian, a commento della possibile missione, citata dal Financial Times, contro cui la Cina esprime “ferma opposizione”. Pechino, ha detto il portavoce, chiede agli Stati Uniti di “non organizzare la visita a Taiwan della presidente della Camera Pelosi, di interrompere gli scambi ufficiali tra Stati Uniti e Taiwan e di smettere i creare tensioni nello Stretto di Taiwan“.

L’eventuale trasferta di Pelosi, non certo l’unica del suo genere, ma sicuramente la più importante per rango istituzionale da decenni a questa parte, rischia seriamente di destabilizzare il rapporto, già ridotto ai minimi termini, tra Cina e Stati Uniti. Il motivo è semplice: Pechino considera Taiwan una sua provincia, una sua estensione territoriale, e dunque ogni rapporto che Taipei ha con altri Paesi viene letto dal governo cinese come un’ingerenza nei suoi affari politici interni. Non è ovviamente dello stesso avviso Taiwan, desiderosa di smarcarsi dall’abbraccio del Dragone e ben lieta di essere coperta dall’ombrello statunitense.

Viaggi e casus belli

Il punto è che, stando così la situazione, il casus belli è potenzialmente sempre dietro l’angolo. Non solo perché gli Stati Uniti potrebbero aumentare la pressione su Taiwan, alludendo al rischio di una possibile invasione cinese. Ma anche perché potrebbe essere Pechino – come sostengono alcuni analisti – a fare la prima mossa riannettendo de facto quella che da sempre considera una “provincia ribelle”.

Va da sé che la visita di Pelosi è considerata dai cinesi come un vero e proprio affronto, punibile con contromosse più o meno pesanti (dalle sanzioni contro la stessa Pelosi alla sospensione della cooperazione Usa-Cina sui cambiamenti climatici). In ogni caso, nel recente passato, come detto, non sono mancati viaggi analoghi a quello di Pelosi, organizzati da funzionari e alti funzionari Usa proprio per rafforzare l’asse tra Taipei e Washington in chiave anti cinese.

Considerando le visite più recenti, lo scorso aprile citiamo la trasferta di un gruppo di sei legislatori statunitensi, tra cui il presidente della commissione per le relazioni estere del Senato Usa Bob Menendez, atterrata a Taiwan proprio per sostenere le cause indipendentiste dell’isola. Andando ancora a ritroso, troviamo uno sterminato elenco di viaggi effettuati da senatori Usa. Anche qui, ricordiamo i casi più emblematici e recenti.

A maggio della senatrice dem Tammy Duckworth ha incontrato funzionari taiwanesi per discutere delle relazioni Usa-Taiwan, della sicurezza regionale, del commercio e degli investimenti, delle catene di approvvigionamento globali e di altre importanti questioni di reciproco interesse. Un anno fa era invece toccato al senatore Rick Scott a fare lo stesso viaggio del collega Duckworth. Tra poco potrebbe essere il turno di Nancy Pelosi. In tal caso, la reazione cinese potrebbe non limitarsi alla semplice condanna verbale.

Una prima reazione, a dire il vero, è arrivata dagli Stati Uniti. Dove l’esercito americano pensa che la visita di Pelosi a Taiwan sia “una cattiva idea“. “Le autorità militari ritengono che non sia una buona idea in questo momento, ma non so se ci siano stati ulteriori sviluppi sull’argomento”, ha detto il presidente statunitense, Joe Biden, durante un punto stampa organizzato al termine del suo viaggio in Massachusetts.

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