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I rapporti tra Russia ed Europa hanno raggiunto in queste settimane un nuovo minimo storico, equiparabile ai livelli vissuti durante la Guerra fredda. Questa volta, però, la ragione non è ideologica. La Russia non è più un Paese comunista, anzi, per certi aspetti molto più liberista di alcuni Stati europei, Italia inclusa. 

La reciproca espulsione di diplomatici dai rispettivi Paesi si configura come una ritorsione politica, giustificata dal Consiglio europeo come un dovuto atto di solidarietà euroatlantica nei confronti di Londra. 

La risposta dell’Ambasciata russa a Roma non si poteva far attendere, e in modo più che giustificato ha contraddistinto l’accaduto e il comportamento dal lato italiano come un atto di “inimicizia” nei confronti di un Paese con il quale Roma ha sempre intrattenuto ottime relazioni politiche ed economiche, oltre che una certa affinità elettiva in ambito culturale. 

L’Italia fascista fu il primo Paese a riconoscere a livello internazionale la neonata Unione Sovietica di Lenin nel 1924, nonostante la posizione ideologica diametralmente opposta. L’Italia democristiana di Fanfani fu il primo Paese ad Occidente della Cortina di ferro a riallacciare delle importantissime relazioni economiche con la Federazione capeggiata da Kruscev, al timone delle quali fu posto un pioniere della nuova economia italiana, Enrico Mattei. Dal 1960 in poi, infatti, anche con Cefis e tutti gli altri vertici dell’Eni, l’interscambio commerciale tra Roma e Mosca crebbe costantemente. 

Altri importanti interlocutori del grande Paese/continente sono stati uomini politici di altre colorazioni partitiche, come Romano Prodi e, naturalmente, Silvio Berlusconi. Il primo è stato un forte promotore della cooperazione economica tra Italia e Russia, il secondo ha fatto uscire la Russia e gli Usa dalla Guerra fredda. 

Nonostante il “clima infame” generato dalle sanzioni emesse in seguito alla crisi in Ucraina, durante il Forum Economico Internazionale di San Pietroburgo del 2016, Putin ed il suo entourage espressero delle parole di apprezzamento per l’operato di Matteo Renzi e del suo governo, auspicandosi di riuscire a restaurare delle buone relazioni economiche, sia a livello di import/export che di import substitution, con l’Italia. 

Oggi, il gesto della Farnesina riflette un atto di gratuita ostilità da parte di un governo dimissionario, autorizzato ad espletare soltanto gli “affari correnti”, tra i quali l’attribuzione dello status di “persona non grata” certamente non rientra. 

L’andamento delle relazioni italo-sovietiche prima e italo-russe poi, dunque, non hanno seguito un canovaccio meramente politico. Il Cremlino ha sempre saputo dialogare con tutti gli inquilini di Palazzo Chigi, senza badare al colore politico alla maggioranza.

Non si può chiaramente negare una responsabilità politica delle forze di centrosinistra che, negli ultimi quattro anni, hanno allineato la politica estera italiana verso una direttrice europea russofoba, o addirittura anti-russa, che rassomiglia terribilmente alla “dottrina del Containment” elaborata da George Kennan nel 1947. 

L’auspicio con cui si conclude il commento pubblicato dalla rappresentanza diplomatica russa a Roma riguarda il mantenimento di una finestra di dialogo con il prossimo governo, che presumibilmente sarà formato dalle due forze trionfanti nelle elezioni del 4 marzo scorso, vale a dire la Lega  di Matteo Salvini e Movimento 5 Stelle

Entrambi i partiti, infatti, hanno curato in maniera rilevante le relazioni con Putin e la Russia, grazie ad importanti contatti tra i propri vertici e i rappresentanti delle istituzioni e del partito maggioritario, Russia Unita. La lettura delle relazioni bilaterali non va chiaramente interpretata come una ricerca di finanziamento delle campagne elettorali dei due partiti anti-establishment, ma come una chiara necessità di porre un freno alle notevoli perdite economiche derivanti dal crollo delle esportazioni verso la Russia, calate di 3 miliardi all’anno a partire dal 2014. 

La Russia è un Paese geograficamente vicino all’Unione europea, e sembrerebbe irrinunciabile stabilire una Azione di Politica Estera  (EEAS) che non preveda una adeguata politica di vicinato basata sul dialogo tra Bruxelles e Mosca, con il rischio conclamato di spingere la Russia verso il famoso “Pivot to Asia“, con una strategia di avvicinamento di Pechino e di altri grandi Paesi in via di sviluppo del continente asiatico. 

Inoltre, la linea dura contro Mosca provoca necessariamente uno svantaggio europeo su alcuni dei principali tavoli internazionali correnti: la Russia, non bisogna dimenticarlo, ricopre un ruolo chiave riguardo al posizionamento dell’Iran in Medio Oriente, nonché su quello dell’Arabia Saudita, che ora guarda al Cremlino con interesse, mentre al-Sisi, fresco di vittoria nelle ultime elezioni egiziane, estende la presenza russa nel Paese con nuove basi militari. Interrompere il dialogo con la Russia, in questo momento, significa perdere importanti treni sullo scenario internazionale.