“I lockdown non servono”. Sono le parole al Wall Street Journal di Philippe Lemoine, dottorando in filosofia alla Cornell University ma soprattutto analista presso il Center for the Study of Partisanship and Ideology (Cspi).

La conclusione a cui è arrivato il ricercatore è frutto di un lungo e ben documentato rapporto che prende le mosse da un fatto di cronaca di oltre Atlantico: il governatore del Texas Greg Abbott (Rep) ha annunciato la scorsa settimana che il suo Stato sta ponendo fine all’obbligo di indossare la mascherina ed è ai limiti della propria capacità aziendale. I Dem statunitensi e molti funzionari della sanità pubblica hanno denunciato la mossa di Abbott, ma secondo Lemoine ora esistono ampi dati per dimostrare che i benefici di misure così rigorose non valgono i costi che derivano dall’averle messe in atto.

Un anno di chiusure forzate

Il ricercatore però tende a sottolineare che non è sempre stato così. Un anno fa, infatti, aveva pubblicamente sostenuto l’utilità delle serrate perché sembravano le uniche mosse prudenti dato quanto poco si sapeva all’epoca sul virus e sui suoi effetti. Fa notare, però, che oggi bloccare la società è diventata l’opzione predefinita dei governi di tutto il mondo, indipendentemente dai costi.

A più di un anno dall’inizio della pandemia, la vaccinazione è in corso sia in Europa sia negli Stati Uniti, ma su entrambe le sponde dell’Atlantico sono ancora in vigore severe restrizioni. Germania, Irlanda, Regno Unito e adesso anche l’Italia sono ancora sotto regime di chiusura restrittiva, mentre la Francia fa registrare due mesi dall’inizio della decisione di imporre il coprifuoco alle 18:00, che il governo francese dice durerà per almeno altre quattro settimane. Senza considerare che, da noi in Europa come negli Stati Uniti, la scuola in presenza è ancora una rarità.

Lemoine afferma, giustamente, che guardando ad un anno fa, in questo stesso periodo non si aveva idea di come controllare la diffusione del virus e di quanto sarebbe stato difficile farlo. Data la velocità con cui si era diffuso, le persone presumevano ragionevolmente che la maggior parte della popolazione sarebbe stata infettata in poche settimane a meno che non si fosse ridotta in qualche modo la trasmissione. A quel tempo le proiezioni dell’Imperial College Covid-19 Response Team di Londra avevano previsto che più di due milioni di americani avrebbero potuto morire in pochi mesi, pertanto l’unica via per interrompere la trasmissione del virus era quella del blocco totale che, sebbene non possa prevenire tutti i contagi, ha comunque impedito che gli ospedali venissero sopraffatti dai pazienti infetti: in una parola le serrate, allora, hanno “appiattito la curva” impedendo ai sistemi sanitari nazionali di collassare.

Il ruolo della paura sulle abitudini

Da allora, però, ne è passata di acqua sotto i ponti, e Lemoine fa notare che “abbiamo imparato che il virus non si diffonde esponenzialmente a lungo, anche senza restrizioni”. L’epidemia, dati alla mano, recede molto prima che sia raggiunta la cosiddetta immunità di gregge, ovvero la copertura immunitaria di una larga fetta della popolazione (mediamente tra il 70 e il 90%). Una delle cause, individuate dal ricercatore, che è responsabile di questo andamento più lineare che esponenziale della diffusione dei contagi risiede in un fattore sociale (il campo di studi di Lemoine), ovvero la “paura” insita nella popolazione che cresceva col crescere delle ospedalizzazioni (e dei morti), cambiandone le abitudini.

Del resto è sotto gli occhi di tutti come siano cambiate: oggi, oltre a indossare la mascherina, siamo molto più attenti nella nostra vita sociale mantenendo le distanze dal prossimo (quando possibile, ovvero non sui mezzi pubblici), e siamo anche più attenti alla nostra igiene personale avendo preso l’abitudine di lavarci spesso le mani; senza considerare che molti, oggi, evitano comportamenti a rischio come quello di toccarsi parti sensibili di veicolare il contagio all’interno del nostro corpo (occhi, bocca, naso) senza prima aver provveduto alla pulizia della mani.

I limiti dei lockdown

Tuttavia, dice il ricercatore nel suo documento, fino a quando un numero sufficiente di persone non avrà acquisito l’immunità attraverso l’infezione naturale o la vaccinazione, questo effetto è solo temporaneo e alla fine l’incidenza ricomincia a crescere perché la popolazione torna a un comportamento più regolare. Secondo Lemoine i lockdown e altre restrizioni rigorose non hanno un effetto molto ampio perché sono uno strumento “spuntato” e hanno difficoltà a prendere di mira i comportamenti che contribuiscono maggiormente alla trasmissione.

La convinzione che i blocchi siano molto efficaci, tuttavia, persiste perché le autorità reagiscono allo stesso modo agli stessi cambiamenti nelle condizioni epidemiche, quindi tendono a implementare blocchi e altre restrizioni fortemente limitanti nel momento in cui le persone iniziano a modificare il loro comportamento. Ciò significa che l’effetto dei cambiamenti comportamentali volontari è attribuibile ai blocchi anche se l’epidemia avrebbe comunque iniziato a recedere in assenza di restrizioni rigorose.

È possibile affermarlo perché è esattamente quello che è successo in luoghi dove le autorità non hanno messo in atto tali restrizioni, che sono estremamente diverse dal punto di vista economico, culturale e geografico e quindi è improbabile che condividano alcune caratteristiche che consentono loro di ridurre la trasmissione senza un “lockdown”.

Il ricercatore afferma che la letteratura scientifica, per quanto riguarda gli studi sull’effetto delle restrizioni sulla trasmissione, ha ottenuto molti risultati incoerenti, ma soprattutto è metodologicamente debole e quindi completamente inaffidabile. Molti studi hanno scoperto che le restrizioni hanno avuto un effetto molto ampio sulla trasmissione, cosa che i sostenitori del blocco amano citare, tuttavia, questi risultati non superano un’analisi solo leggermente più attenta poiché è sufficiente osservare alcuni grafici per convincersi che gli studi sono stati effettuati “terribilmente fuori campione”, il che non sorprende poiché la maggior parte presume che il comportamento volontario non abbia alcun effetto di sorta sulla trasmissione o non utilizzano metodi che possano stabilire la causalità separando l’effetto delle restrizioni da quello dei cambiamenti volontari del comportamento.

L’esempio del caso svedese

L’analisi di Lemoine procede valutando il rapporto costi/benefici, e cita il caso svedese. Il ricercatore afferma che anche se si formulano ipotesi completamente non plausibili sull’effetto delle restrizioni sulla trasmissione e si ignorano tutti i loro costi tranne il loro effetto immediato sul benessere delle persone, nessuna supera una valutazione costi-benefici.

Per quanto riguarda la Svezia (dove l’incidenza sta crescendo di nuovo e il governo sta considerando di inasprire le restrizioni), se si presume che un blocco salverebbe 5mila vite (che è approssimativamente il numero totale di morti durante la prima ondata, quando la popolazione non sapeva come comportarsi e la vaccinazione non era in corso), un blocco di 2 mesi seguito da una riapertura graduale nei successivi 2 mesi avrebbe dovuto ridurre il benessere delle persone al massimo dell’1,1% in media nei 4 mesi successivi al fine di superare un rapporto costi-benefici.

In altre parole, affinché un blocco superi una valutazione di tale tipo, in base a tali presupposti si dovrebbe presumere che in media le persone in Svezia non dovrebbero essere disposte a sacrificare più di 32 ore (circa) nei prossimi 4 mesi per continuare a vivere una vita semi-normale di cui attualmente godono, invece di essere rinchiusi.

Il legame tra indice Rt e lockdown

Secondo Lemoine, dal punto di vista dei costi/benefici, la strategia tanto criticata della Svezia è stato di gran lunga superiore a quello che hanno fatto la maggior parte dei paesi occidentali, anche se rapportata all’esempio di Australia e Nuova Zelanda, che hanno adottato la cosiddetta strategia “zero Covid” dopo la prima ondata; strategia che probabilmente non sarebbe riuscita comunque nemmeno allora in Europa e Usa, figuriamoci ora. Questo ragionamento, per il ricercatore, rimane valido anche se si tiene conto della minaccia rappresentata dalle nuove varianti di Sars-CoV-2.

Lemoine, quindi, sostanzialmente dice che molti sovrastimano l’impatto dei blocchi e di altre restrizioni rigorose, ma non sta dicendo che non abbiano alcun effetto, solo che non è così incisivo come molte persone sostengono e, in particolare, sembra che la popolazione cambi volontariamente il suo comportamento in modo da impedire che sia raggiunta la diffusione esponenziale del contagio anche in assenza di restrizioni rigorose.

Nel frattempo, blocchi e altre restrizioni rigorose sembrano essere strumenti che hanno difficoltà a prendere effettivamente di mira i comportamenti che influenzano maggiormente la trasmissione. Questo è probabilmente il motivo per cui sembrano non funzionare molto bene fintanto che l’incidenza è bassa e le persone non hanno paura, il che a sua volta spiega perché l’indice R(t) spesso non crolli immediatamente dopo il blocco e perché risalga anche mentre le restrizioni sono ancora in vigore.

Gli effetti non calcolati delle chiusure

Lemoine afferma poi che non solo i sostenitori del lockdown sovrastimano drammaticamente l’effetto delle restrizioni, ma sembrano preoccuparsi solo dei risultati immediati riguardanti la salute escludendo quasi tutto il resto. In particolare, sono eccessivamente preoccupati per il possibile collasso degli ospedali, mentre non si preoccupano abbastanza dei costi che le restrizioni impongono alla popolazione. Certo, il collasso del sistema ospedaliero sarebbe un dramma, ma, dice ancora il ricercatore, lo è anche privare i bambini di un’infanzia normale impedendo loro di frequentare la scuola di persona o socializzare con i loro amici, chiudendo o limitando fortemente piccole attività che hanno esternalità positive per le comunità locali.

Anche una rapida e superficiale analisi costi/benefici sarebbe sufficiente, viene detto nel rapporto, per convincersi che i costi di restrizioni rigorose superano i loro benefici con un margine così enorme che solo l’isteria collettiva può spiegare perché così tante persone continuano a sostenere quelle politiche assurde. Non solo le società nel loro insieme sarebbero molto più vicine all’optimum dal punto di vista di questo rapporto se si iniziasse immediatamente a revocare le restrizioni rigorose, ma molte persone, individualmente, potrebbero migliorare il proprio benessere non astenendosi da determinate attività che non sembrano hanno un grande impatto sulla trasmissione, di cui non si rendono conto a causa di tutto l’allarme.

Sfortunatamente, non solo i sostenitori del lockdown non stanno imparando dall’esperienza passata, ma molti di loro stanno enfatizzando la politica “zero Covid”, che è ancora più ridicola dal punto di vista dei costi/benefici rispetto a quella dei lockdown.

Lemoine termina la sua lunga analisi affermando che anche se molti governi in tutto il mondo hanno abolito molte delle libertà individuali di cui godono le loro popolazioni per mesi, per quanto ne sappia, nessuno di loro ha mai pubblicato un’analisi costi/benefici per giustificare questa politica, anche se è qualcosa che dovrebbero fare per prendere decisioni molto meno incisive di un lockdown, e se non l’hanno fatto è perché sanno perfettamente quale sarebbe il risultato che otterrebbero.

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