Roberto Gualtieri è al bivio tra Roma e Bruxelles. Ovvero di fronte alla necessità di capire come districarsi in una fase in cui gli interessi dell’Italia, di cui è  ministro dell’Economia, cozzano con il “pilota automatico” dell’indecisione sulla risposta alla crisi dell’Europa dimostrata dalla Commissione europea di Ursula von der Leyen. Assieme a lui, il Partito democratico di cui fa parte si gioca una grossa fetta della sua credibilità politica, interna ed esterna al Paese, dalla gestione della crisi in coabitazione con il Movimento cinque stelle maggioritario nel governo Conte II.

Gualtieri è a un bivio perché per la prima volta emerge con cristallina nitidezza la completa divaricazione tra le prospettive che il Paese avrebbe seguendo il pilota automatico di Bruxelles o, peggio, i condizionamenti dei falchi del rigore del Nord e quelle che si aprirebbero portando avanti la campagna iniziata nella risposta alla crisi da coronavirus. Prospettiva scomoda per chi a settembre era stato chiamato dal ruolo di Europarlamentare a quello di ministro dell’Economia del neonato governo giallorosso proprio per consolidarne i legami con l’Unione.

Il presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha buttato con forza la palla nel campo delle istituzioni europee, rifiutando (è ancora da capire se a titolo temporaneo o definitivo) il ricorso al Meccanismo europeo di stabilità su cui si è molto dibattuto in passato e aprendo all’emissione di Eurobond nel contesto comunitario. La crisi rischia di demolire alle fondamenta i residui del mito dell’Europa benigna su cui il Pd e i suoi leader hanno molto insistito negli ultimi anni e su cui l’attuale titolare del Mef e l’ex premier Paolo Gentiloni, commissario agli Affari Economici dell’Ue hanno investito, bisogna ammetterlo, senza dare mai in tal senso segnali di incoerenza.

Bruxelles chiamava, il Pd rispondeva: e Gualtieri, a lungo europarlamentare, e Gentiloni, fortemente legato al partito tedesco che guida l’Unione, hanno in tal senso una lunga storia di fedeltà alla linea. Tanto da formare assieme al ministro degli Affari europei, Enzo Amendola, una vera e propria “troika” pronta a vigilare sull’ortodossia europeista del governo giallorosso. Ora messa in crisi dallo strappo di Conte e dal ritorno in campo dei Cinque Stelle, a proprio agio nella sfida all’austerità. Che spiazza l’identificazione tra il Pd e l’Europa costruita dal Nazareno sin dalla sconfitta elettorale del 2018, quando con la retorica del (presunto) euroscetticismo del governo gialloverde i democratici rafforzarono ulteriormente l’immagine di guardiani dell’europeismo nazionale.

Gualtieri si è trovato spiazzato sul rifiuto di Conte di operare l’attivazione delle clausole del Mes, da lui ritenute l’opzione preferibile per l’Italia, pure in un contesto di condizionalità leggere. Fumo negli occhi per il nostro Paese, che accettando il Mes si sarebbe incamminato su un sentiero senza reali vie d’uscita e sarebbe stato in una posizione di debolezza al momento dell’attivazione futura delle clausole sul pacchetto di riforme e di misure d’austerità da porre in essere. Di fatto Conte ha spiazzato di recente le conclusioni sottoscritte dallo stesso Gualtieri nell’ultimo Eurogruppo. I tentennamenti del Mef nel promuovere un deciso piano di stimolo economico, le incertezze nel dibattito con Palazzo Chigi e i timori di segnare la cesura tra Pd ed Europa sicuramente pesano nei balletti tra Gualtieri e il resto della maggioranza. Ma l’Italia non può permettersi paralisi istituzionali di fronte alla crisi economica e sanitaria.

Serve una risposta decisa e chiara, e Gualtieri non capisce che una forte presa di posizione politica dell’Italia e un avvio di forti politiche di risposta interna alla crisi economica, sulla scia di quanto fatto da altri Paesi membri, fanno bene non solo al nostro Paese ma anche al resto d’Europa. Di cui l’Italia resta una componente essenziale.

Forse il problema è legato a una consolidata forma mentis politica che impedisce una deviazione significativa dai desideri comunitari. Una sorta di “sindrome di Stoccolma” di cui il Pd è sembrato più volte cader preda: dall’appoggio alle critiche di Pierre Moscovici contro il governo italiano M5S-Lega nel 2018 alla recente proposta choc di Luigi Zanda, pronto a ipotecare palazzi istituzionali e asset strategici come garanzia per eventuali prestiti comunitari, il “vincolo esterno” è sembrato per il Nazareno un’ideologia difficile da erodere. Più forte che mai in chi, come Gualtieri, nei palazzi di Bruxelles è assolutamente a suo agio.

Una voce discordante e lucida nel panorama del partito è quella del responsabile Economia, Emanuele Felice, che in una recente nota ha sottolineato: “La strada da percorrere è quella di mettere da parte le rigidità del debito e di promuovere ad un livello coordinato massicci investimenti pubblici che sostengano, con azioni immediate, il crollo di quelli privati e il blocco temporaneo della produzione. Per questo motivo gli strumenti finanziari europei del passato devono essere adeguati al contesto attuale, mai conosciuto fino ad oggi, di una pandemia mondiale”. Un’accettazione della realtà anche di fronte ai limiti di Bruxelles che dal Nazareno difficilmente ci eravamo abituati a ricevere. E, in prospettiva, un pungolo a Gualtieri e agli altri big del partito per un’azione più decisa e efficace sull’economia.

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