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Dall’inizio del mandato, il governo italiano si è caratterizzato – fra le altre cose – per avere inserito molte volte i Balcani nella propria agenda.

Giorgia Meloni, nel vertice di Tirana tra i leader dell’Unione europea e dei Balcani occidentali, ha ribadito la centralità della regione nei piani di Palazzo Chigi, sottolineando il fatto che tutti questi Stati possono fare affidamento sull’Italia come partner e alleato anche per la loro volontà di entrare a far parte dell’Ue o rafforzare l’integrazione dei rispettivi sistemi economici. In questi giorni, il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, da sempre attento alle dinamiche balcaniche, ha annunciato una conferenza ad hoc a Trieste sulla regione, e alla XV Conferenza delle Ambasciatrici e degli Ambasciatori d’Italia ha definito i Paesi dell’area “un’opportunità, una necessità” ma anche “strategicamente fondamentali”. Mentre il ministro della Difesa Guido Crosetto, dal Comando operativo di vertice interforze (Covi), ha sfruttato gli auguri per i contingenti impegnati all’estero ricordando come sia “essenziale” la “partecipazione alle operazioni Nato nei Balcani occidentali, in particolare in Kosovo”. Nel Paese, dove le tensioni con la Serbia non accennano a diminuire, l’Italia è impegnata con un contingente di quasi mille uomini sotto mandato dell’Alleanza Atlantica e in questo momento è il generale italiano Angelo Michele Ristuccia ad avere il comando di tutta Kfor (la forza Nato in Kosovo).

L’attenzione dell’esecutivo Meloni al dossier balcanico è giustificata non solo dalla semplice vicinanza geografica con l’Italia, condizione di per sé sufficiente per sviluppare una politica estera più articolata verso l’area, ma anche perché i Balcani, specialmente in questi ultimi mesi, rappresentano una regione dove le criticità dell’Europa trovano vecchie ferite e nuove sfide. Con annesse opportunità, ma anche pericoli.

La regione dei Balcani è una delle frontiere più complesse dell’intera Alleanza Atlantica oltre che luogo in cui si proietta la volontà dell’Ue di rafforzare la propria sfera politica. Una condizione fatta di luci e ombre che, specialmente per l’Europa, si è caratterizzata nell’ultimo anno anche da alcune importanti note positive. Il via libera al percorso di adesione all’Ue per Albania e Macedonia del Nord, che da molti anni aspettavano che si sbloccasse l’impasse per iniziare il processo, così come il riconoscimento a dicembre dello status di Paese candidato per la Bosnia Erzegovina da parte del Consiglio europeo, nell’ultima riunione di dicembre, sono stati momenti di svolta non secondari in un’era di pericoloso stalli per tutta la regione sotto il profilo della proiezione verso l’Unione europea.

Nello stesso tempo però nei Balcani si assiste da anni una sfida tra le varie potenze, regionali ma anche di livello mondiale, per aumentare il proprio peso. Da un lato qui si riverberano in modo più marcato le conseguenze del duello tra Russia e Stati Uniti, con questi ultimi che cercano di ridurre sempre di più l’influenza di Mosca e in cui la Serbia, oggi, rappresenta l’ultimo baluardo del Cremlino in tutta la regione sud-orientale dell’Europa. Questo duello è il copione principale che si attua in tutti i Balcani, e che vede il suo principale palcoscenico a Belgrado e Pristina ma che interesse anche altre aree. Insieme a questo tradizionale scontro dell’epoca della Guerra Fredda e maturata dopo la dissoluzione dell’Urss e della Jugoslavia, si sono aggiunti altri interessi di altre forze, antiche e nuove, vicine ma anche lontanissime. La Turchia ha ampliato la propria proiezione ripercorrendo gli antiche percorsi dell’impero ottomano, culturali ma anche economici e strategici. Germania e Francia cercano di rafforzare le proprie posizioni anche incanalando in precisi binari la rotta politica dell’Unione europea nella regione. I Paesi arabi, specialmente le petromonarchie, possono sfruttare le loro sconfinate risorse economiche e i canali religiosi per ampliare la rete di partnership e di investimenti. E nel frattempo la Cina, attraverso la via della seta ma anche grazie alle possibilità di finanziare progetti infrastrutturali in tutti i Paesi, ha allargato la propria sfera di influenza dalla Grecia fino all’Ungheria, passando per Montenegro e Serbia.

Accanto a queste sfide tra potenze, si inseriscono poi le difficile questioni interregionali, mai sopite nel corso di questi anni. Gli Stati non riescono spesso a gestire in modo coordinato e armonico l’intera area, anche per fornire maggiore stabilità e garanzie di politiche integrate. I rapporti bilaterali sono molto diversi tra i diversi Paesi, mentre esistono ancora nodi irrisolti potenzialmente esplosivi come appunto il Kosovo, in particolare la sua regione settentrionale, o la Repubblica Serba di Bosnia ed Erzegovina. Sfide etniche e culturali che fanno da substrato a una condizione economica fragile e in cui tutti i Paesi cercano di elevarsi in un misto di integrazione e di competizione.

A queste difficoltà diplomatiche che rappresentano appunto il terreno dove si attua questo scontro complesso e articolato tra potenze medie e grandi, si uniscono poi quelle criticità nate dalla stessa struttura balcanica, terra di confine e crocevia tra Mediterraneo e Europa centrale, Oriente e Occidente. I Balcani sono percorsi da una delle principali rotte migratorie verso il cuore del Vecchio Continente: una via che in alcuni momenti si è riempita di persone provenienti da diverse parti del Medio Oriente e dell’Asia che, valicato il territorio turco, si dirigevano verso nord provocando reazioni diverse dai governi locali, scontri tra popolazioni e migranti, difficoltà a gestire i flussi sia sotto il profilo dell’accoglienza che per quanto riguarda controlli di sicurezza e esigenze economiche. Accanto a queste rotte dell’immigrazione clandestina, si aggiungono poi le rotte, o meglio, le potenziali rotte per l’energia, in particolare gli sviluppi del Balkan Stream, prolungamento balcanico del Turkish Stream.

Di fronte a questi complessi sommovimenti strategici, l’Italia ha posto di nuovo l’attenzione sui Balcani sia proiettandosi come forza per mediare tra Kosovo e Serbia, proponendo, come detto in precedenza, la conferenza di Trieste sui Balcani, ma anche rafforzando la propria diplomazia in tutte le cancellerie della regione. In assenza di una forte leadership tedesca e francese e con la Nato che ha bisogno di interlocutori solidi nell’area, l’Italia può sfruttare non solo gli indubbi legami geografici ma anche l’impegno sul campo di migliaia di militari che hanno preso parte alle missioni nella regione, dalla Bosnia al Kosovo. Inoltre, anche sul fronte adriatico, Roma ha un forte interesse nella costruzione di rapporti sempre più saldi con i Paesi rivieraschi sia per lo sfruttamento delle risorse energetiche che per la logistica e il commercio. E questo è stato dimostrato anche sul fronte delle zone economiche esclusive.