“Non sono qui per dare giudizi su quello che fanno altri paesi ma per dire qual è la posizione del mio paese”, precisa il presidente della Repubblica Sergio Mattarella durante l’incontro bilaterale di metà ottobre con il presidente Donald Trump e i giornalisti alla Casa Bianca riferendosi all’aggressione del popolo curdo in Siria, condannata dall’Italia.

Come al solito, poche parole ma buone senza lasciarsi intimidire: la visita del presidente Mattarella a Washington mancava dal 2016 quando ad aprire la porta della Casa Bianca c’era Barack Obama e non l’imponente Donald. Il ruolo di prima ballerina è indubbiamente il suo nello Studio Ovale, così come nella East Room e durante il ricevimento serale per onorare l’amicizia tra i due Paesi. “Un’amicizia profonda, cementata nel secondo dopoguerra dalla relazione transatlantica. Il contributo offerto degli Stati Uniti alla liberazione dal nazi fascismo è inestimabile, e la riconoscenza dell’Italia e dell’Europa verso il popolo americano è intramontabile”. È Mattarella ad andare indietro nella storia richiamando il patrimonio storico, culturale e politico che va avanti da secoli sulla scia del presidente Trump.

Lasciando però da parte gli eventi ormai di vecchia data, davanti ai giornalisti, Mattarella si affida ai latinismi per mettere i puntini sulle i: “Amicus Plato, sed magis amica veritas. Più importante del mio amico è la verità”, richiama per condannare ancora una volta l’ingresso militare in Siria da parte della Turchia, parlando di “grave errore”. E poi ancora i dazi, ritenuti da Mattarella controproducenti e dannosi per entrambe le economie se di reciproca imposizione. A comandare però è sempre il padrone di casa, come per qualsiasi invitato che posa al suo fianco. E chissà a questo punto a chi possa giovare di più una pacifica alleanza come quella tra Stati Uniti ed Italia, retta politicamente da tanti piccoli e delicati equilibri. Sarà per la strategica posizione geografica nel Mediterraneo dell’Italia, o per la mansuetudine che contraddistingue l’Italia in politica estera, a volte troppo occupata a risolvere i problemi interni.
Ad un anno dalle elezioni americane, nonostante l’instabilità della politica nazionale italiana, Mattarella sembra poter essere un importante alleato per gli Stati Uniti e per Trump, sicuro di rimanere alla Casa Bianca per un altro mandato.

Oltre che il quinto contributore della Nato, l’Italia resta comunque il secondo per i militari nelle missioni dell’Organizzazione del Trattato dell’Atlantico del Nord con spese che ammontano ad un miliardo di dollari. Seppure l’Italia al momento destina solo l’1,15% del Pil alle spese per la difesa, dopo gli Stati Uniti, è infatti il paese che di più fornisce suoi militari per le missioni Nato.

Gli Usa ne spendono però 663, il doppio di tutti i Paesi dell’Unione europea messi insieme, differenza più volte rimarcata come tutt’altro che equa proprio da Trump, inviando all’inizio dell’estate una serie di lettere ai principali alleati Nato chiedendo di uniformarsi allo standard di spesa per alleggerire il peso sul budget. Anche prima del 2024, scadenza massima per raggiungere lo standard del 2% stabilito dai paesi dell’Alleanza nel 2014 – per ora, solo Grecia, Estonia e Gran Bretagna hanno centrato l’obiettivo.

“Siamo in 90 Paesi in tutto il mondo con attività di polizia e – francamente, molti di quei paesi, non rispettano ciò che stiamo facendo, non gli piace nemmeno quello che stiamo facendo, e non gli piacciamo noi”, commenta Trump sul perché della decisione di ritirare l’esercito americano dalla Siria. Patti chiari, amicizia lunga per Trump, che assicura di avere molti grandi amici anche nel governo italiano.

Visioni condivise anche sulla questione migratoria, “l’Italia non vuole i confini aperti e gli Usa neanche”, ha sottolineato Trump invitando l’Europa a collaborare di più con il governo di Roma sulla questione degli sbarchi nel Mediterraneo: “La Libia ha portato una crisi migratoria che sta mettendo una pressione iniqua sull’Italia, spero che l’Ue affronti di più questo problema – ha detto – Abbiamo un ottimo rapporto commerciale con l’Ue”.

E poi ci sono gli F35 e l’operazione da circa 14 miliardi di euro: le congratulazioni di Trump per l’acquisto di 90 nuovi esemplari da parte dell’Italia, conferma l’importanza dell’alleanza. La soddisfazione degli americani per il programma sugli aerei di guerra, accelerato nell’ultimo periodo, darà all’industria italiana che produce le ali dei velivoli un ritorno parziale. E farà più contento Trump.

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