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La notizia che è stata al centro delle cronache internazionali di questo inizio febbraio è stata la denuncia, da parte degli Stati Uniti, del Trattato Inf, acronimo di Intermediate-range Nuclear Forces o sui missili nucleari a raggio intermedio.

Molto si è scritto e ancor di più si è speculato sulle conseguenze di questa decisione e sui motivi che hanno condotto Washington a stracciare un trattato che aveva garantito la stabilità in Europa per quasi un trentennio, ma che ora, come avremo modo di dimostrare, non aveva più la necessità di esistere, almeno dal punto di vista americano.

Cos’era il Trattato Inf?

Il Trattato Inf (Intermediate-range Nuclear Forces Treaty) è stato siglato l’8 dicembre del 1987 dal presidente degli Stati Uniti Ronald Reagan e dal Segretario Generale del Comitato Centrale del Partito Comunista dell’Unione Sovietica Mikhail Gorbachev a Washington.

Divenuto operativo il primo giugno dell’anno successivo, esso prevedeva che entrambe le parti provvedessero a distruggere tutti i missili balistici e da crociera basati a terra con un raggio d’azione compreso tra i 500 ed i 5500 chilometri e i loro sistemi di lancio (lanciatori di qualsiasi tipo e strutture ed equipaggiamento di supporto) entro tre anni dall’entrata in vigore.

Per capire bene che portata ebbe il Trattato e le conseguenze che esso ha avuto e sulla strategia della difesa in Europa e perché questo sia divenuto ormai obsoleto per la politica americana, è bene fare alcune precisazioni.

Innanzitutto il Trattato non eliminava in toto i missili da crociera, ma solo quelli basati a terra. Quindi i sistemi navali o aviolanciabili, come ad esempio il neonato missile ipersonico russo Kinzhal o i ben noti missili Tomahawk americani lanciabili da unità navali, non rientrano nelle clausole dello stesso.

Per quanto riguarda i missili balistici a raggio intermedio, tipo gli SS-20 Saber il cui dispiegamento nell’Europa dell’Est è stato la causa scatenante dell’escalation militare avvenuta nei primi anni ’80 che prende il nome di “crisi degli euromissili”, il Trattato Inf proibisce ad entrambe le parti il possesso, non solo il dispiegamento in Europa, di tali sistemi missilistici. Pertanto anche lo sviluppo di tecnologie missilistiche di questo tipo è proibito.

Qualora un sistema di lancio basato a terra possa essere rapidamente abilitato a utilizzare missili da crociera con raggio d’azione compreso tra i 500 ed i 5500 chilometri, questo rientrerebbe comunque nelle clausole restrittive del Trattato e pertanto risulterebbe porsi in violazione dello stesso.

Entrando in vigore il Trattato ha così eliminato dagli arsenali delle due superpotenze tutta una serie di sistemi Glbm (Ground Launched Ballistic Missile) e Glcm (Ground Launched Cruise Missile). Essi a quel tempo erano costituiti da:

Per gli Stati Uniti:

 Mgm-31B Pershing II Bgm-109G Gryphon (ovvero i Tomahawk “terrestri” che erano stati dispiegati anche a Comiso) Mgm-31A Pershing IA

Per l’Unione Sovietica:

 Rsd-10 Pioneer (SS-20 Saber in Codice Nato)R-12 Dvina (SS-4 Sandal)R-14 Chusovaya (SS-5 Skean)Otr-22 Temp-S (SS-12/22 Scaleboard)Otr-23 Oka (SS-23 Spider)Un lustro di reciproche accuse

Quello che è avvenuto all’inizio di febbraio è solo la fine di un processo accusatorio reciproco che è iniziato all’incirca cinque anni fa e che ha visto protagonisti due sistemi d’arma schierati dalle due Potenze: da parte russa il missile da crociera Novator 9M729, da parte americana il sistema di lancio tipo Vls (Vertical Launch System) tipo Mk-41 del sistema Aegis Ashore sito in Romania e Polonia.

Gli Stati Uniti accusano la Russia di avere infranto il Trattato Inf in merito al dispiegamento nell’oblast di Kaliningrad del missile 9M729 (SS-C-8 in codice Nato) lanciabile da una variante della piattaforma mobile del sistema Iskander, la N, che molto probabilmente è un adattamento della K che utilizza i missili da crociera 9M728.

Il missile è una variante di quello navale 3M-14 Biryuza (SS-N-30A), a sua volta appartenente alla famiglia del ben noto Kalibr (3M-54) utilizzati entrambi durante la campagna siriana.

Secondo le stime occidentali avrebbe una gittata massima che cadrebbe tra i 500 ed i 5mila chilometri (2500 secondo alcuni analisti) e avendo anch’esso, come il 9M728, capacità atomica, violerebbe quindi le clausole del Trattato.

La Russia avrebbe dispiegato già due battaglioni di questo sistema d’arma, come riportato da fonti americane lo scorso anno: il primo nella zona del poligono di Kasputin Yar il secondo in un’altra regione del Paese, che potrebbe essere più occidentale se non addirittura in quella di Kaliningrad.

Le accuse americane di violazione del trattato sono però precedenti al 2017. Già il 29 luglio del 2014 il capo ufficio stampa della Casa Bianca Josh Earnest aveva rilasciato una dichiarazione che accusava la Russia di aver violato il Trattato Inf dopo che l’intelligence aveva raccolto informazioni a riguardo. Accusa che è stata ufficializzata sei mesi dopo che, in via riservata, Washington aveva informato gli alleati della Nato del programma di test del nuovo missile russo (in opera sin dal 2008) che violava l’accordo.

A nulla è valso il recente tentativo del Ministero della Difesa russo di svelare pubblicamente il missile fornendo rassicurazioni in merito alla sua gittata: il 23 gennaio scorso, davanti ad un folto pubblico di giornalisti, è stato presentato il 9M729 per la prima volta in assoluto con una dettagliata descrizione tecnica – fornita dal Ministero della Difesa Russo – che ha sottolineato come il suo raggio d’azione sia di 480 chilometri e quindi al di sotto del limite di 500 chilometri imposto dal Trattato Inf.

La Russia, per parte sua, sostiene invece che lo sviluppo ed il dispiegamento del missile 9M729 sia la risposta ad una prima violazione del Trattato Inf da parte americana.

Secondo Mosca, infatti, Washington avrebbe violato gli accordi schierando in Europa un sistema di lancio per missili facilmente riconvertibile all’utilizzo di Glcm.

Si tratta appunto del Mk 41 dell’Aegis Ashore, ovvero il sistema antimissile americano che è stato dispiegato in Romania e che presto sarà operativo anche in Polonia.

Il Mk 41 nella sua versione navale, infatti, è in grado di lanciare i missili da crociera Bgm-109 Tomahawk oltre che i missili Standard adibiti anche all’intercettazione dei vettori balistici e da crociera avversari (come il Rim-156 SM-2, Rim-161 SM-3 e Rim-174 SM-6). Questo sistema è montato sugli incrociatori classe Ticonderoga e sui cacciatorpediniere classe Arleigh Burke della Marina Americana ed equipaggia anche fregate e caccia delle marine di Germania, Corea del Sud, Turchia, Giappone, Australia, Canada, Danimarca, Olanda, Norvegia, Spagna, Nuova Zelanda e Tailandia.

La possibilità di lanciare da terra i missili Tomahawk dal complesso Aegis Ashore, rappresenterebbe quindi, grazie alla loro gittata compresa tra i 1250 ed i 2500 chilometri a seconda della versione, una prima e aperta violazione del Trattato Inf secondo la Russia.

Sempre Mosca, col Trattato già praticamente stracciato, ha fornito delle prove satellitari secondo le quali Washington, nel 2017, avrebbe iniziato in segreto la riconfigurazione degli impianti industriali della Raytheon, ditta specializzata nella costruzione – tra le altre cose – di razzi di vario tipo, per la produzione di missili balistici a raggio intermedio, ma le accuse appaiono del tutto pretestuose e volte a cercare una giustificazione ex post

Perché gli Usa hanno stracciato il Trattato Inf?

La domanda fondamentale, in casi come questi, è sempre una sola: perché? Per rispondere occorre guardare ad un teatro molto lontano rispetto all’Europa, sede della nascita del Trattato Inf: l’Estremo Oriente.

Non è infatti un caso che gli Stati Uniti abbiano denunciato l’accordo proprio ora, a due anni dalla salita alla Casa Bianca di Donald Trump, e non è affatto una contraddizione che questa scelta sia stata presa da un Presidente considerato da tutti “filo russo” quando non addirittura connivente con la strategia globale del Cremlino.

Per capire come non si tratti di una contraddizione occorre considerare la visione strategica della Casa Bianca che ha sempre visto la Russia come un avversario di secondaria importanza rispetto alla Cina, ed infatti le recenti dimissioni di James “Mad Dog” Mattis dal dicastero della Difesa sono motivate proprio dalla differenza di visione politica tra il Presidente Trump ed il suo, ormai ex, Segretario della Difesa: il primo più morbido nell’approccio verso Mosca, il secondo molto più duro ponendosi nel solco quasi di un maccartismo di ritorno e perfettamente in linea con il personaggio: un ex generale dei Marines da sempre considerato un falco.

Oltre a queste motivazioni “politiche” la scelta di denunciare il Trattato Inf risponde ad un’esigenza molto pratica e circostanziale: l’accordo era stato siglato solo da Russia e Stati Uniti e non considerava la Cina, che allora non era ritenuta l’avversario principale per la politica americana, in quanto, in funzione antisovietica, i legami tra Washington e Pechino erano basati sulla reciproca collaborazione, se pur con alti e bassi. 

Ora la situazione strategica è radicalmente mutata e potremmo dire quasi rovesciata, con la Russia meno minacciosa rispetto alla Cina per quanto riguarda gli interessi globali americani: è ormai risaputo che Pechino sia in possesso di missili balistici a raggio intermedio coi quali può bersagliare obiettivi americani nel Pacifico oltre che, parrebbe, perfino le portaerei Usa in navigazione.

Senza considerare che, proprio dal punto di vista globale, la Cina con la sua penetrazione in quasi ogni continente non solo nel quadro della Belt and Road Initiative, si è ormai configurata come il concorrente primario per il sistema economico americano e pertanto è passata, abbastanza rapidamente, dall’essere un partner con cui collaborare ad essere un avversario a cui contrapporsi, come si evince anche dalla loro stessa dialettica diplomatica che, proprio negli ultimi mesi, sta parlando – e valutando – apertamente della possibilità di un conflitto armato con gli Stati Uniti.

Avendo presente le clausole del Trattato Inf e le considerazioni fatte sulla Cina e su come sia diventata il nemico principale per gli Usa, risulta quindi chiaro il motivo per il quale Washington abbia stracciato il Trattato sui missili a raggio intermedio e possiamo dire che, benché ci siano forti sospetti che il missile russo incriminato – il 9M729 – non rispettasse veramente le clausole dello stesso, le accuse rivolte a Mosca fossero solo un pretesto per poter ricusare l’accordo del 1987, divenuto ormai obsoleto. 

Certamente Mosca, come sempre accade, ha contribuito attivamente affinché il Trattato decadesse, ma crediamo che anche se non avesse schierato il 9M729 Washington lo avrebbe comunque denunciato unilateralmente così come avvenne per il Trattato Abm sui sistemi antimissili balistici. 

Cosa ci aspetta?

E’ difficile fare previsioni a medio e lungo termine quando si tratta di complesse dinamiche internazionali come queste. In queste ore concitate, però, stiamo assistendo a provvedimenti da parte russa che sono indicativi più della volontà di Mosca di mascherare la propria debolezza che dettati dal dover rispondere ad una reale necessità di avere asset strategici a raggio intermedio: del resto in Europa non esistono tali tipi di armi e nel breve termine nemmeno esisteranno.

Da parte americana è difficile pensare che verranno costruiti nuovi vettori balistici a raggio intermedio: dalla progettazione all’ingresso in servizio passerebbero troppi anni. Più ragionevole pensare che, come si sta pensando anche in Russia, si aumenterà la gittata di missili da crociera già esistenti e si procederà a costruire piattaforme terrestri, molto probabilmente mobili, di nuovi sistemi di questo tipo sulla scorta delle armi già in servizio – o prossime ad esserlo – con l’Us Air Force o la Us Navy e che queste armi non arriveranno, con ogni probabilità, sul suolo europeo ma saranno dispiegate nel vasto scacchiere estremo orientale o, semmai, in quello mediorientale. 

L’uscita dal Trattato potrebbe essere anche una mossa rivolta verso l’Iran e non solo verso la Cina: del resto Teheran dispone di un arsenale missilistico primitivo ma di tutto rispetto nel quadro di un conflitto regionale che vedrebbe coinvolti alleati storici degli Stati Uniti come Arabia Saudita e Israele.

I grandi esclusi, o potremmo dire meglio “abbandonati”, siamo noi europei, che con la fine del Trattato Inf avremo puntati i missili russi senza nulla da poterci opporre se non qualche decina di bombe nucleari a caduta libera negli arsenali di Italia e Germania – ma di proprietà Usa – e i missili balistici di Francia e Inghilterra che sono adatti solo ad uno strike nucleare massiccio e non ad un attacco di precisione anche con carica convenzionale come potrebbe avvenire con un missile da crociera come il 9M729.

Con il termine del Trattato si aprono quindi diversi scenari possibili per l’Europa e per il mondo intero, e grazie alle nuove dottrine di impiego di armi convenzionali e atomiche a basso potenziale i rischi di un’escalation che porti ad un conflitto nucleare totale tra superpotenze si fanno sempre più seri: chi potrebbe mai sapere, infatti, che un missile da crociera a medio raggio, o un missile balistico a raggio intermedio come il DF-26 cinese, sia armato con una testata convenzionale e non nucleare in caso di attacco massiccio? Non lo saprebbe nessuno sino al primo impatto, ovvero troppo tardi per dare una risposta adeguata, troppo tardi per non aver impiegato preventivamente le armi atomiche.

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