Il Giappone viene percepito e considerato dagli arabi come il Paese che, in Medio Oriente, potrebbe rappresentare il miglior conciliatore e paciere per la questione israelo-palestinese. La quale si configura come un nodo spinoso, eternamente vivido, sin dal 1949, e colto spesso come l’ago della bilancia del fragile equilibrio del Vicino Oriente.

È quanto emerge da uno studio di YouGov, riportato da Arab News, il quale ha effettuato un sondaggio su un ampio campione di 3.033 persone. Sparse, queste ultime, fra gli Stati del Consiglio di Cooperazione del Golfo Persico (Arabia Saudita, Qatar, Emirati Arabi Uniti, Bahrein, Oman, Kuwait), fra quelli del Levante (Siria, Iraq, Iran, Libano, Giordania) e fra quelli del Maghreb (Egitto, Libia, Algeria, Tunisia, Marocco).

I dati sono lampanti, il risultato è schiacciante: il Giappone è stato prediletto con uno score del 56%, seguito a lunga distanza dall’Unione europea (15%), dalla Russia (13%), dagli Stati Uniti (11%) ed infine dal Regno Unito (5%).

I motivi della scelta araba del Giappone

Alla base dell’opzione prediletta dagli arabi, su quello che potrebbe essere il miglior interprete nel ruolo di ambasciatore di pace fra Israele e Palestina, si collocano diverse questioni: geografiche, politiche e storiche.

Rispettivamente, delle tre succitate ragioni, le prime sono senza ombra di dubbio evidenti, ma non scontate. Il Paese del Sol Levante si colloca a migliaia di chilometri di distanza dal Medio Oriente, intrattiene rapporti diplomaticamente equilibrati ed economicamente fruttuosi con gli Stati dell’area, e non ha mai rappresentato una minaccia bellica. A differenza dei suoi alleati a stelle e strisce, che in quella delicata zona del mondo contano decine di basi militari operative: in questo senso, la lontananza geografica è un fattore niente affatto banale e defalcato.

Dal punto di vista politico, il Giappone non ha mai creato motivi di frizione evidenti con tale amalgama di Paesi arabi. Anche nelle situazioni più complicate, al di là di una lecita ed indispensabile dimostrazione di preoccupazione, non ha mai scelto in via definitiva una parte, né men che meno privilegiato o sfavorito un attore piuttosto che un altro. Il che lo rende naturalmente appetibile come mediatore.

Infine, a livello storico, la sua alleanza con gli Stati Uniti e la sua appartenenza alla Nato non hanno mai significato un avallo a qualunque operazione (più o meno occultamente, più o meno manifestamente) imperialista di Washington in Medio Oriente. Pur contributore del budget dell’organico Nato internazionale, la sua consolare discrezione ha rappresentato e rappresenta tuttora un punto di forza di Tokyo nell’opinione pubblica e politica di quei Paesi.

Non una sorpresa, agli occhi dei più avveduti

Theodore William Karasik, analista e ricercatore alla Gulf State Analytics di Washington DC, non è rimasto sorpreso da questi esiti, e li ha commentati con lucidità: “I risultati della ricerca non sono inaspettati, se consideriamo l’approccio giapponese a quella regione e la peculiare natura della società nipponica, che attribuisce a Tokyo una luce particolare”. Non incidentalmente, secondo gli arabi, il Giappone è sinonimo di lavoro, organizzazione e metodicità. Una prospettiva più che positiva della weltanschauung esercitata in Estremo Oriente.

Ha proseguito Karasik: “Il modus operandi del Giappone in Medio Oriente si è guadagnato e continua a guadagnarsi la stima ed il rispetto di molte delle parti coinvolte. Si tratta di una combinazione fra una politica accomodante e l’evoluzione delle pratiche economiche nipponiche, rappresentate in special modo dalla Japan External Trade Organization (Jetro), dal Ministro dell’Economia, del Commercio e dell’Industria (Meti) e da altre agenzie”.

Anche il professor Al-Badr Al-Shateri, del National Defense College di Abu Dhabi, ha la medesima opinione, non meravigliata, dei polls. Essendo che il Giappone ha sempre mantenuto equidistanza fra i belligeranti nella questione israelo-palestinese, mai perdendo di vista le amicizie con tutti i Paesi coinvolti, non può che rappresentare il Paese più bilanciato ed assennato per trattare la questione con gli stakeholders.

Del resto, la linea nipponica era già emersa con vigore e chiarezza nel dicembre del 2017, quando il Ministro degli Esteri Taro Kono era andato in visita presso She ikh Mohammed bin Zayed, principe degli EAU. Ivi, egli aveva sottolineato l’importanza imprescindibile del Medio Oriente per la pace mondiale, per gli scambi economici internazionali (essendo il punto di mezzo fra Asia ed Africa, con una porta aperta su Europa e Mediterraneo) e per l’armonia fra i popoli.

Kono medesimo aveva inoltre specificato che “ci sono cose che soltanto il Giappone può fare. Il Giappone è unico perché noi, a livello religioso ed etnico, siamo rimasti neutrali, e storicamente non abbiamo lasciato un’impronta negativa in Medio Oriente”. Perciò, l’azione giapponese – volta alla ricerca della stabilità e della sicurezza – non poteva allora, e non può adesso, che essere indirizzata e guidata da quattro pilastri teoretici e fattuali: “Capacità di contribuzione intellettuale ed umana; investimenti nelle persone; sforzi durevoli nel tempo; continui miglioramenti politici”.

Arabi e Giappone: economia e tecnologia, al di là della politica

Non desta stupore, per ciò stesso, che anche la valutazione degli arabi intervistati da YouGov abbia dato come esito una netta vittoria del Giappone rispetto a qualunque altro attore internazionale. Un sincero propugnatore di equilibrio per tutte le parti: laddove Stati Uniti e Russia (tra gli altri) hanno interessi ben precisi a difendere la posizione di alcuni protagonisti; laddove l’Unione Europea – silentemente bellicosa al proprio interno, dal punto di vista economico e sociale – è incapace di esprimere una posizione comunemente accettata da tutti i suoi membri, checché ne dicano i proclami dei suoi leader.

Per di più, la posizione favorevole del Giappone in Medio Oriente non si limita alla possibilità di presentarsi come Stato politicamente e diplomaticamente credibile – l’Iran, nondimeno, lo reputa come il miglior Paese che possa essere capace di ammorbidire la posizione statunitense sulle sanzioni (per la sua vicinanza a Washington, e per l’appunto per la benevolenza di cui gode).

Ma si estende anche a fattori economici e culturali. La stessa YouGov ha enucleato – nel sondaggio di cui sopra – le preferenze degli abitanti del Medio Oriente in fatto di prodotti importati: quelli giapponesi sono nettamente i prediletti, in quanto considerati quelli di maggiore qualità. Il grande apprezzamento del brand Toyota ne è parte integrante. Senza considerare la curiosità e l’interesse suscitati dal Giappone negli animi degli arabi: non soltanto come luogo d’affari, ma anche come meta turistica e culturale.

Infine, a questa marcata positività, si aggiungono i programmi di cooperazione internazionale fra l’Impero nipponico ed i partner mediorientali:

  • quello riguardante l’esplorazione e la scoperta dello spazio assieme agli Emirati Arabi Uniti;
  • quello riguardante la crisi siriana, nella guerra oramai decisamente pendente dalla parte di Bashar al-Assad, ed i rifugiati siriani, che ha visto la collaborazione fra JICA (Japan International Cooperation Agency) ed UNHRC;
  • quelli più generico riguardante gli investimenti giapponesi in Medio Oriente e gli investimenti arabi in terra nipponica.

La cordialità nipponica fa breccia nell’incandescente panorama mediorientale

Lo studio condotto da YouGov, quindi, riflette non soltanto i sentori popolari, ma anche emblematici dati di fatto. Il Giappone – ammirato dagli arabi perché riemerso dalla macerie della Seconda Guerra Mondiale come uno straordinario leader planetario – è un Paese storicamente alleato della pace nella Mezzaluna Fertile, mai infingardo nelle proprie operazioni politiche ed economiche, lucido nell’analisi dei contesti e capace di intrattenere buoni rapporti con tutti quanti.

In futuro sarebbe, secondo gli abitanti di quelle terre, quanto mai auspicabile che sia il Paese del Sol Levante a condurre le trattative per una eventuale riconciliazione fra israeliani e palestinesi. A maggior ragione, se si considera che l’opinione nipponica in merito sarebbe quella di un’equa spartizione del territorio, alla presenza di due Stati distinti. I numeri dei sondaggi corroborano questa visione: tra i Paesi levantini, ad esempio, i giordani sono tra i maggiori sostenitori del Giappone, con un 73% di preferenze. Essi sono seguiti dal 60% dei siriani, i quali riconoscono l’immenso ruolo della Russia nel supporto al presidente Assad e contro gli jihadisti, ma sono al contempo consci dei suoi interessi in Medio Oriente, laddove starebbe formandosi un nuovo (seppur transitorio) ordine mondiale.

Lo ha scritto con adamantina trasparenza anche il giornalista Faisal J. Abbas in suo recente editoriale per Arab News“Il cordiale business, assieme alle relazioni commerciali e culturali, esistono da lungo tempo fra il Giappone ed il mondo arabo. Il Giappone, infatti, è uno dei più importanti partner economici e diplomatici nella regione. […] L’assenza di un passato coloniale nel mondo arabo e l’interesse nazionale affinché vi sia un continuativo passaggio sicuro delle petroliere significa che il Giappone è genuinamente spinto a dare priorità alla pace ed alla stabilità della regione”.

Il Giappone comprende l’esplosività e la radioattività del conflitto ivi presente (fra Israele e Palestina, ma coinvolgente tutti i vicini): un conflitto tanto sentito da aver attanagliato le menti, i sogni e gli incubi del mondo arabo per decenni, dalla metà del XX secolo in avanti. Addebitata dal The Economist ancora nel 1986 come una delle tre maggiori ossessioni arabe (in quell’articolo, incarnate dal Raís libico Mu’ammar Gheddafi): “[L’odio per] Israele, [l’avercela] con l’Occidente e, in particolare, con l’America, per aver appoggiato Israele, e [il disprezzo per l’esacerbato] materialismo di questi atei di Occidentali” [riportato in A. Del Boca, “Gheddafi. Una sfida dal deserto”, Laterza, Roma-Bari 2010]. Una mediazione, da parte del Giappone, sarebbe la benvenuta, in questo rovente scacchiere. “Che essa poi conduca a dei frutti, è tutto da stabilire” (Al-Badr Al-Shateri).