Rue de la Loi non è soltanto una delle vie principali di Bruxelles, ma è un’arteria su cui convergono tutte le principali anime della capitale belga: da un lato c’è l’innesto con Rue Royale e l’area attorno la cattedrale di Saints Michel, dall’altro capo invece c’è la Bruxelles “europea”, vissuta e abitata dai funzionari delle istituzioni comunitarie e che hanno come riferimento Palazzo Berlaymont.
Portare qui i trattori ha quindi voluto significare per gli agricoltori far sentire i rumori della propria protesta nel cuore del potere europeo. E da alcune ore almeno 900 trattori, secondo le stime della polizia belga, sono confluiti da tutta Europa su Rue de la Loi. Il tutto in concomitanza con il consiglio dei ministri dell’agricoltura dei Paesi Ue. Si è quindi davanti a una fase molto complicata della mobilitazione degli agricoltori, iniziata nelle prime settimane dell’anno tra Francia e Germania e oramai dilagata in tutto il Vecchio Continente.
La mobilitazione a Bruxelles
Arrivare a Palazzo Barlaymont con i trattori è vietato: per motivi di sicurezza, le autorità di Bruxelles hanno inibito agli agricoltori il passaggio verso la sede comunitaria. I mezzi hanno così preso di mira il Palazzo Lex, lì dove hanno sede i servizi di traduzione del segretariato generale del consiglio Ue. Qui il traffico è stato bloccato da pile di pneumatici in fiamme e dal fieno scaricato dai trattori, mentre alcuni agricoltori hanno lanciato uova e arance contro l’edificio. Un modo per far intendere, ai ministri riuniti pochi metri più avanti, che l’obiettivo delle proteste è puntato contro le istituzioni comunitarie.
Gli agricoltori hanno avviato il braccio di ferro contro l’Ue su due temi ben specifici: i redditi, considerati troppo bassi per chi è impegnato nel settore primario, e la fine dell’era della deregolamentazione del mercato. Due elementi considerati, dalle varie associazioni di categoria, strettamente connessi. A spiegarlo al quotidiano Le Soir è stato Timothée Petel, a capo della principale sigla di agricoltori belgi presenti in queste ore a Bruxelles.
“La nostra richiesta numero uno – si legge nelle sue dichiarazioni – è garantire un reddito dignitoso agli agricoltori. E per questo non abbiamo altra scelta che abbandonare le politiche di libero scambio e di deregolamentazione del mercato”. Le misure portate avanti dalla commissione europea dopo l’inizio delle proteste, hanno riguardato una semplificazione amministrativa delle procedure per gli agricoltori e una sospensione di alcune norme ambientali, giudicate dalla categoria come ulteriormente dannose per la produttività.
Ma le norme potrebbero non bastare per placare gli animi: “Sono un passo avanti – ha ancora commentato Petel – sono norme che servono agli agricoltori ma ancora non soddisfano la nostra priorità, che è quella di fissare prezzi equi”. Un passaggio quest’ultimo sfociato nella critica al paventato accordo di libero scambio tra Ue e Mercosur, l’area dei Paesi sudamericani: “Se quell’intesa non verrà fermata – ha paventato Petel – noi non ci fermeremo”.
Occhi puntati sulla Polonia
Il riferimento all’accordo con il Mercosur non è certo casuale. Per chi sta protestando a Bruxelles e tra le strade dell’Ue, libero scambio con altre aree del pianeta è sinonimo di forte concorrenza sui prezzi e quindi di gravi ricadute poi sui redditi. Il tema della concorrenza sleale è tra i più sentiti dai manifestanti. La rabbia degli agricoltori è data proprio dalla sensazione di dover soccombere rispetto agli attori di altri mercati che non devono aver a che fare con le stringenti normative Ue.
Il tema è molto sentito anche in Polonia, dove le proteste degli operatori del comparto agricolo negli ultimi giorni hanno ulteriormente scaldato il clima politico. Se a Bruxelles si parla di Mercosur, qui invece il dito è puntato sugli accordi con l’Ucraina. Gli agricoltori polacchi, in particolare, hanno lamentato i timori di dover rinunciare a redditi recenti per via dell’arrivo sul mercato di prodotti ucraini, esenti da dazi.
Nell’ultimo fine settimana i trattori sono stati piazzati lungo alcuni dei posti di frontiera con la Germania. Le autostrade delle regioni occidentali del Paese risultano bloccate e in gran parte presidiate dagli stessi agricoltori. Insieme a quello di Bruxelles, dove la protesta è stata portata all’ombra delle istituzioni comunitarie, il fronte polacco è quello più caldo. Quello dove le manifestazioni appaiono tanto sentite quanto radicate nel tessuto del comparto agricolo e dell’opinione pubblica.

