A oltre cinque mesi di distanza dal pronunciamiento mediatico-politico, prima ancora che reale, con cui il carneade Juan Guaidò si è autoproclamato presidente del Venezuela pretendendo di poter in questo modo rovesciare Nicolas Maduro, un dato è certo: Maduro ha vinto, Guaidò ha perso. Ha perso, in primo luogo, per la superficialità con cui ha promosso la sua azione. Pensando che i ricevimenti ai vertici internazionali latinoamericani, i tweet della Casa Bianca e la solidarietà della stampa occidentale rappresentassero altrettanti fattori di legittimazione, dimenticando il fronte interno e consegnando i suoi destini politici alle iniziative del National Security Council di John Bolton. Il quale partiva da un’assunzione dimostratasi errata: ritenere plausibile che l’autoincoronazione di Guaidò spingesse l’esercito e il resto delle forze armate a passare armi e bagagli al servizio di Guaidò, dimenticando vent’anni di rapporti vantaggiosi e clientelari (quando non apertamente cleptocratici) col governo di Caracas.

Il risultato è stato al contempo comico e penoso: quando Guaidò è sceso in campo a fine aprile chiamando i militari alla rivolta, si è trovato completamente privo di alcuna copertura e destinato ad andare incontro a sicuro insuccesso. Decisivo il doppio gioco del ministro della Difesa Vladimir Padrino Lopéz e del vice presidente del partito socialista Diosdato Cabello, che hanno fornito a Guaidò e Bolton finte assicurazioni circa l’ammutinamento dei militari per poi presentarsi di fronte all’ex delfino di Chavez nel suo discorso di invito all’unità nazionale contro Guaidò.

Nonostante l’economia in dissesto, le problematiche sociali e l’aspro scontro politico, l’esercito non ha lasciato Maduro, dimostrandosi sempre più compatto al suo fianco nel momento topico dello scontro con Guaidò. E non è solo l’inconsistenza politica del personaggio a giocare a sfavore di Guaidò (Maduro è figura grigia e altrettanto ombrosa): l’esercito ha scelto la continuità ragionando sul potenziale guadagno garantito dal supporto al governo bolivariano e dalla volontà di mantenere uno status quo favorevole, soprattutto, agli alti papaveri militari del Paese, che si sono moltiplicati a dismisura negli anni. Con 2.000 generali e ammiragli, il Venezuela ha un numero di quadri superiore al complesso di tutti i Paesi Nato,e questa la dice lunga sulle modalità d’inserimento nei gangli vitali del potere e dell’economia.

I generali-manager di Maduro

Come fa notare Reuters, Maduro ha accelerato la politica di Chavez riguardante l’ingresso dell’esercito bolivariano nella gestione manageriale delle strutture economiche del Paese. “A partire dal 2013, anno di elezione di Maduro, il governo ha dato in mano segmenti chiave della devastata economia del Paese alle forze armate. Ufficiali hanno preso il controllo della distribuzione di cibo e materie prime strategiche. Un generale della guardia nazionale, Manuel Quevedo, è amministratore delegato della compagnia petrolifera nazionale Pdvsa”, incarico che di fatto lo porta di diritto nello stato maggiore madurista, in quanto fornisce il controllo su oltre il 96 per cento delle entrate pubbliche e le maggiori riserve petrolifere del mondo. Quevedo, privo di alcuna esperienza nel settore petrolifero, rischia di essere certificato come il peggior amministratore della storia di Pdvsa: la produzione di petrolio del Venezuela, pari a oltre 3,2 milioni di barili al giorno nel 1990, era crollata a poco più di un milione del 2017 ed è prevista in picchiata a mezzo milione.

Ma non finisce qui. Come sottolinea Il Foglio, che segnala la figura del generale Quintana: “Alexander Cornelio Hernández Quintana, generale di divisione, è direttore della Camimpeg. Si tratta dell’incarico più significativo, dal momento che questa Compañía Anónima Militar de Industrias Mineras, Petrolíferas y de Gas, è stata creata nel 2016 proprio per affidare ai militari le riserve minerarie non petrolifere (bauxite, oro, diamanti, gas, coltan). In particolare, il traffico di oro sta diventando la principale risorsa del regime di fronte al collasso della produzione petrolifera”.

Un controllo capillare

I privilegi accordati agli alti gradi militari consentono a Maduro di assicurarsi che lo Stato venga amministrato (concetto difficilmente sostenibile per il Venezuela odierno) da persone leali, vincolate nelle loro fortune alle sorti del chavismo. Oltre a Camimpeg, segnala Limes, tra il 2013 e il 2017 sono state create 14 nuove imprese militari, portando a 20 i conglomerati in mano a ufficiali di alto o medio rango. Diosdado Cabello, l’architetto della manovra anti-Guaidò, è dominus delle forze armate e uomo forte del regime, mentre Padrino Lopez ne rappresenta l’ombra e, in un certo senso, il contrappeso. La “giunta” Maduro-Cabello-Lopez è il centro nevralgico della congiuntura tra socialismo bolivariano e attivismo politico-economico della componente castrense del potere venezuelano.

La volontà di Guaidò, Bolton e Trump di defenestrare Maduro e i suoi demolendo l’architrave politico-economica del governo bolivariano a colpi di sanzioni e progressivo isolamento degli apparati venezuelani si è rivelata fallace. Anche perché a tale sovrapposizione orizzontale il governo ha unito un controllo verticale capillare sulla gerarchia militare. Se negli ultimi anni molti soldati di linea o potenziali tali hanno lasciato il Paese nel catastrofico esodo di quattro milioni di persone che ha colpito il Venezuela, il consenso al governo bolivariano è altissimo a livello di sottufficiali, ufficiali inferiori e staff. La moltiplicazione dei comandanti è stata corrisposta da una polverizzazione delle unità e dei comandi locali, divisi in cellule piccole, stanziate nelle varie regioni del Paese e controllate politicamente. Il comando andino, ad esempio, conta 20 generali assegnati per un numero di effettivi non superiore a 3mila: ciò rende l’esercito venezuelano una macchina totalmente inefficiente per qualsiasi impiego operativo ma, al tempo stesso, un formidabile strumento di potere per Maduro. Che ne ha fatto, gradualmente, la sua guarnigione. E fino a che, anche nel contesto di tracollo generalizzato dell’economia del Paese, i tempi di vacche grasse per i militari non finiranno nessuna reale transizione, interna od esterna al chavismo, è ipotizzabile nella Repubblica bolivariana.