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“L’energia nucleare dovrebbe essere vietata oppure accessibile a tutti”, per evitare che la “disparità” tra gli Stati che ne sono o meno in possesso danneggi gli equilibri globali.

Dichiarazioni, quelle rilasciate dal presidente turco, Recep Tayyip Erdogan, in occasione della 74esima assemblea generale delle Nazioni Unite (23-26 settembre), che lasciano chiaramente intendere la volontà di Ankara di acquisire proprie armi nucleari.

Turchia e armi nucleari

Non è la prima volta che il capo di stato turco rivela apertamente le sue intenzioni. Già il 4 settembre scorso, Erdogan ha definito “inaccettabile” che gli Stati in possesso di armi nucleari vietino ad Ankara di averne di proprie.

Secondo Erdogan, “non c’è Paese sviluppato al mondo che non sia in possesso di missili con testate nucleari“. Un riferimento particolare a Israele – che non ha mai confermato o smentito ufficialmente di avere un arsenale atomico – e agli Stati vicini alla Turchia – Pakistan, India, Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita, Giordania ed Egitto – il cui possesso di queste armi, secondo il leader turco, “spaventa le altre nazioni, così da risultare intoccabili”.

Erdogan chiede, dunque, che la Turchia possa ottenere lo stesso tipo di garanzie che ritiene vengano riservate agli altri Paesi, in modo da poter acquisire le proprie armi nucleari per scopi difensivi. Il progetto, tuttavia, andrebbe a contrastare gli storici sforzi per la non proliferazione nucleare compiuti negli ultimi settant’anni, di cui la Turchia è parte attiva.

Nel 1980, Ankara ha siglato il trattato di non proliferazione nucleare (Tnp), il trattato internazionale sulle armi nucleari che si basa sui principi di disarmo, non proliferazione e uso pacifico del nucleare. Nel 1996, ha firmato anche il trattato sulla messa al bando totale degli esperimenti nucleari (Ctbt), che contiene il divieto di nuovi test nucleari.

Inoltre, la Turchia è membro dell’accordo di Wassenaar – che controlla l’esportazione di beni e tecnologie sensibili a doppio uso, ovvero civile e nucleare -, del cosiddetto Regime di non proliferazione nel settore missilistico – che mira, attraverso il controllo delle esportazioni, a impedire la proliferazione di missili balistici, missili da crociera e droni – e del Codice di condotta dell’Aia contro la proliferazione dei missili balistici.

Le ragioni della Turchia

Stando alle dichiarazioni di Erdogan del 4 settembre, la Turchia starebbe “già lavorando” ad attività mirate all’acquisizione di armi nucleari. Un vero e proprio cambio di passo nella politica del Paese, dettato dalle inedite sfide geopolitiche che sta affrontando il Paese.

Dal punto di vista della sicurezza nazionale, la situazione della Turchia non è affatto rosea. Il recente acquisto dei sistemi di difesa aerea S-400 dalla Russia, infatti, è costato ad Ankara l’esclusione dal programma F-35 – che prevedeva la consegna di cento aerei da combattimento F-35 – e la minaccia di nuove sanzioni da parte degli Stati Uniti.

Nel lungo termine, a risentire della perdita degli F-35 sarà soprattutto l’aeronautica militare turca – ad oggi la principale fonte di deterrenza del Paese -, che potrebbe indebolirsi, non essendoci, al momento, la possibilità di colmare questo vuoto attraverso l’acquisto di aerei da combattimento russi.

Altro settore critico è quello energetico. Gli Stati Uniti intendono supportare Israele, Grecia e Cipro nel progetto di apertura di corridoi energetici nel mar Mediterraneo orientale, escludendo però la Turchia.

In Siria, la Turchia è schiacciata tra la Russia e gli Stati Uniti. Pur collaborando in occasione dei negoziati di Astana, Ankara e Mosca sostengono parti avverse del conflitto siriano – rispettivamente i ribelli e le forze del presidente Bashar Al Assad -. Al momento, il conflitto si sta concentrando nel “Grande Idlib“, l’ultima grande roccaforte dei ribelli, e sembrerebbe volgersi a favore dell’esercito governativo.

La sconfitta di Idlib significherebbe, per la Turchia, perdere il potere contrattuale finora acquisito nella guerra civile, con possibili ripercussioni su un punto fondamentale: il corridoio a nord della Siria. Qui, Erdogan mira a realizzare una zona cuscinetto che permetta il rimpatrio dei profughi siriani alla Turchia e tuteli la sicurezza meridionale del Paese.

Il nord della Siria è un fronte caldo anche con gli Stati Uniti, che sostengono i curdi siriani, considerati invece terroristi da Ankara. Pur collaborando alla creazione di una “safe zone” al confine con la Turchia, Erdogan ha ripetutamente minacciato un’offensiva nel territorio, non soddisfatto dei progressi finora compiuti; secondo il capo di stato turco, infatti, Washington si starebbe muovendo troppo lentamente.

Sarebbero tutte queste questioni ad aver spinto il capo di stato turco a ricorrere alla minaccia del nucleare per spaventare le forze da cui si sente minacciato. Il messaggio è chiaro: Ankara non è disposta a indietreggiare e, anzi, alzerà la posta in gioco.

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