Perché Erdogan ha deciso di far visita al Papa

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Politica /

Un presidente della Turchia, per di più uno come Recep Tayyip Erdogan, chiede di essere ricevuto in udienza dal Papa, ed è il primo nella storia del proprio Paese a farlo. In un momento, tra l’altro, in cui la Turchia è protagonista su (quasi) tutti i fronti: cerca di porsi alla guida del mondo islamico arabo sul problema di Gerusalemme capitale di Israele, triangola con Russia e Iran per decidere le sorti del Medio Oriente, colpisce i curdi a dispetto dei timidi borbottii degli Usa, polemizza con la Germania, tratta con la Francia… Come si può non ritenerlo un fatto eccezionale, di cui rallegrarsi? Se poi si tiene conto che l’ultimo precedente risale al 1959, quando il presidente turco Celal Bayar fu ricevuto da Giovanni XXIII (che era stato delegato apostolico in Turchia dal 1934 al 1943) per un incontro che spianò la strada all’istituzione di relazioni diplomatiche tra Turchia e Santa Sede, inaugurate appunto nel 1960, la sensazione non può che rafforzarsi.

Ma nonostante questo, anzi proprio per questo, la visita di Erdogan in Vaticano, organizzata con una certa celerità e prevista per domani, va maneggiata con le pinze. E con essa le insidie che nasconde e di cui la diplomazia della Santa Sede è più che avvertita. Per abbordare la questione bisogna prima di tutto ricordare che solo un paio d’anni fa i rapporti tra il Presidente Erdogan (allora non ancora investito dei poteri quasi assoluti previsti dalla riforma costituzionale approvata per referendum nel 2017) e il Governo della Turchia e il Papa e la Santa Sede erano al punto più basso della storia recente. Anzi: erano a un punto così basso da sfiorare la rottura delle relazioni.



Si era nell’aprile del 2015 e papa Francesco, nel centenario delle stragi subite dagli armeni per opera dei turchi nel 1915, aveva detto durante un’omelia: “Nel secolo scorso la nostra famiglia umana è passata attraverso tre enormi tragedie senza precedenti. La prima, che è ampiamente ritenuta il primo genocidio del ventesimo secolo, ha colpito il popolo armeno”. Come si sa, la parola “genocidio”, applicata alla sorte degli armeni, è più che una bestemmia per i turchi. Il Governo di Ankara reagì con aggressività, convocando il nunzio apostolico al ministero degli Esteri per una protesta ufficiale e richiamando per consultazioni il proprio ambasciatore in Vaticano. Come se ciò non bastasse, lo stesso Erdogan aveva insultato il Papa e lo aveva di fatto minacciato, dicendo: “Avverto il Papa di non ripetere questo errore, e lo condanno. Quando dirigenti politici, religiosi, assumono il compito degli storici, ne deriva delirio, non fatti”. Una crisi in piena regola, arrivata tra l’altro dopo pochi mesi da una visita (novembre 2014) di papa Francesco in Turchia che era stata apprezzata da tutti.

Il tempo e il lavoro dei diplomatici hanno ricucito lo strappo. E di certo l’attuale mossa di Erdogan è un riconoscimento al carisma e al grande ruolo internazionale di questo Papa. Ma il ricordo di quei mesi, e la coscienza di quanto il tema dell’orgoglio nazionale turco (secondo molti ormai trasformatosi in un’ambizione neo-ottomana) sia importante per la politica interna ed estera di Erdogan, rendono lecita una domanda: che cosa cerca il Presidente in Vaticano? Che cosa spera di ottenere? Che cos’ha in mente?

Secondo molti osservatori il tema centrale dell’incontro dovrebbe proprio essere la situazione di Gerusalemme. Per decenni Israele ha sfidato le risoluzioni dell’Onu, che considera Gerusalemme Est territorio occupato, e ha annesso illegalmente la città. Poche settimane fa, infine, è arrivato il provvedimento con cui la Casa Bianca ha annunciato il trasferimento della propria ambasciata da Tev Aviv alla Città Santa, essendo ormai arrivata, nelle parole di Donald Trump, “l’ora di riconoscere Gerusalemme come capitale dello Stato di Israele”. Un riconoscimento di fatto del più clamoroso tra i tanti insediamenti di Israele. La decisione di Trump ha fatto infuriare larga parte del mondo arabo (ma non le petromonarchie del Golfo Persico, che si sono defilate) ed Erdogan ha provato a calarsi nel ruolo di capofila della protesta.

Ancor prima che Trump prendesse le sue decisioni, papa Francesco aveva espresso “profonda preoccupazione” per la sorte di Gerusalemme. E pare che nelle settimane successive Erdogan lo abbia consultato almeno due volte al telefono. Certo, l’ipotesi di un asse su Gerusalemme tra Erdogan (autonominatosi rappresentante dei musulmani del Medio Oriente e vindice dei diritti dei palestinesi) e il Papa (a sua volta capo della Chiesa cattolica e figura guida del mondo cristiano) è suggestiva, se vista dalla parte di Erdogan. Il problema, però, è che il Vaticano ha su Gerusalemme la stessa posizione da almeno 70 anni, cioè dall’enciclica Redemptoris Nostri Cruciatus (1949) di papa Pio XII: Gerusalemme deve restare una città internazionale sotto il controllo dell’Onu. Mentre Erdogan proclama che Gerusalemme Est deve diventare capitale di uno Stato indipendente di Palestina.

A dispetto di tutto questo, però, l’incontro con papa Francesco può in ogni caso tornar utile a Erdogan. Il Presidente turco cercherà di accreditarsi come uomo di pace e mediazione proprio mentre spedisce le sue colonne corazzate contro il cantone siriano di Afrin e i curdi siriani del Rojava, compiendo con un solo gesto due diverse aggressioni: una contro uno Stato sovrano come la Siria, l’altra contro una minoranza etnica straniera che ha combattuto l’Isis (un tempo sostenuto proprio da Erdogan) ma è da lui accusata di connivenza con movimenti terroristici interni alla Turchia.

Allo stesso modo, Erdogan cercherà di adottare la postura del politico musulmano pronto a dialogare con il mondo cristiano, proprio mentre l’islamizzazione della Turchia procede con provvedimenti a larghi passi. Gli ultimi provvedimenti sono indicativi: l’istituzione di “cappellanie” musulmane negli ospedali e nei reparti dell’esercito e l’esenzione dagli esami d’ammissione alle’università per gli studenti usciti dalle scuole coraniche.

Proprio per questo qualche perplessità sull’opportunità di questa visita alberga anche nell’animo di diversi ambienti cattolici. Ne parleremo nell’articolo di domani.