La Libia è ad appena 300 km dal primo (od ultimo, a seconda delle prospettive e dei punti di vista) lembo di terra italiano. I legami tra i due paesi sono di ordine storico, economico ed anche sociale. Eppure per raggiungere da Roma o Milano sia la città di Tripoli che Bengasi occorrono, se tutto va bene, più di cinque ore di aereo tra scali e coincidenze. Non ci sono voli diretti, non più da quando la guerra inizia a fare capolino a seguito della cosiddetta primavera araba nel 2011. Lì l’Italia ha alcuni dei più importanti giacimenti gestiti dall’Eni in Libia, lo stesso aeroporto di Tripoli danneggiato dagli scontri dell’estate del 2014 lo sta ricostruendo un consorzio di aziende italiane. Roma dunque è ben presente in Libia, eppure non ha collegamenti diretti: basta questo per comprendere l’importanza di puntare gli occhi sulla situazione interna al paese e vedere da vicino cosa accade.

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L’attuale situazione in Libia 

Alla vigilia del vertice di Palermo voluto fortemente dal premier Giuseppe Conte, spesso si è fatto riferimento all’importanza di avere in Sicilia almeno quattro attori fondamentali per la Libia: Fayez Al-Sarraj, Khalifa Haftar, Aguila SalehKhaled al-Meshri. Si tratta delle personalità più importanti e più influenti all’interno del panorama libico. Il primo è il premier attuale, a capo del consiglio presidenziale nato a seguito degli accordi di Skhirat del 2015. Il secondo invece è l’uomo forte della Cirenaica, colui che è a capo di una forza militare denominata “Libyan National Army” ed è in grado di controllare gran parte dell’est del paese. Gli altri due sono invece rispettivamente il presidente del parlamento di Tobruk, “braccio politico” di Haftar, ed il numero uno dell’alto consiglio di Stato di Tripoli. Sono loro a tessere maggiormente i rapporti con i principali soggetti internazionali, da qui l’importanza di averli tutti al vertice di Palermo e da qui anche la volontà delle potenze presenti in Libia di dialogare principalmente con loro.

La Libia grossomodo è divisa in due parti, anche se questa appare una semplificazione fin troppo superficiale. Ad ovest vi è il governo di Tripoli, il cui capo è Al Sarraj, ad est invece vi è il parlamento di Tobruk e l’esercito di Haftar. Pur tuttavia esistono situazioni che rendono il quadro libico ben più frastagliato. In primo luogo l’esecutivo guidato da Al Sarraj non ha un vero controllo del territorio. Questo perchè al governo insediato nella capitale e riconosciuto ufficialmente dall’Onu manca una vera e propria forza di sicurezza. Al Sarraj si serve di diverse milizie che fanno capo al ministero dell’interno, guidato dal misuratino Fathi Bishaga. Ma tali gruppi non possono certo essere considerati come forze regolari: ogni fazione prova a ritagliarsi un proprio spazio e questo porta spesso a scontri a Tripoli, in cui la posta in gioco appare il controllo parziale della capitale. In Tripolitania poi, sono presenti vere e proprie città Stato. La più importante tra queste è Misurata, le cui forze di sicurezza sono le principali al fianco di Al Sarraj ed in cui operano almeno 250 milizie che amministrano e governano la sicurezza in città. Vi è poi Tahruna, sede della Settima Brigata e quindi di una delle forze spesso impelagate negli scontri di Tripoli. A Zintan diversi miliziani, nonostante la cittadina si trovi non lontana dalla capitale, sono fedeli ad Haftar. 

In Cirenaica invece il quadro appare più chiaro, con il governo stanziato ad Al Beyda, il parlamento a Tobruck e le forze di Haftar che lo scorso anno hanno ripreso il controllo di Bengasi. Ma anche qui non mancano distinguo per via, soprattutto, della presenza di sacche di terroristi sia islamisti che ricollegabili all’Isis. Vi è poi in Libia una terza regione storica, quella del Fezzan. La situazione in queste terre desertiche appare ancora più grave e difficile. Il territorio è diviso tra zone controllate da tribù arabe, quali gli Awlad Suleiman ed i Qadhadhfa, e zone invece in mano ad altre storiche tribù del Fezzan: Tebu, di origine etiope, e Tuareg in primis. La mancanza di sicurezza e di controllo da parte di un’autorità centrale però, favorisce anche le incursioni di gruppi stranieri: mercenari ciadiani, criminali sudanesi e nigeriani ed altre fazioni di altri paesi si contendono il contrabbando di armi ed esseri umani. Per quanto concerne proprio il Fezzan, a preoccupare è anche e soprattutto la situazione sotto un profilo umanitario. 

Gli interessi in gioco in Libia 

L’elemento che certamente appare di maggior risalto nel paese nordafricano è il petrolio. Quantità e qualità dell’oro nero presente nel sottosuolo libico donano all’ex colonia italiana un elemento di grande ricchezza. Il greggio estratto in Libia è poco denso e con poco zolfo e questo implica una maggiore facilità nella lavorazione e, soprattutto, un vero e proprio abbattimento dei costi di raffinazione. Anche il trasporto è nettamente più semplice per i paesi europei: la Libia è molto più vicina rispetto alla penisola arabica, il tempo per la navigazione delle petroliere è ridotto per più della metà rispetto a quello impiegato dall’Arabia Saudita e dai paesi vicini. Dunque appare palese come il maggiore affare e l’interesse più ambito in Libia sia il petrolio. Ma non è l’unico motivo per il quale adesso molti paesi provano a ridare stabilità a Tripoli dopo sette anni in cui, a seguito della caduta di Gheddafi, la guerra ha imperversato in tutte le regioni. 

A risaltare è anche l’interesse relativo alla sicurezza. La mancanza di un vero e proprio Stato in Libia ha permesso l’insediamento di numerosi gruppi terroristici. Dal 2015 al 2016 l’Isis ha avuto un vero e proprio piccolo califfato nel paese, prima nella zona di Sabrata e successivamente a Sirte, città natale di Gheddafi. Nonostante le milizie di Misurata, con il supporto aereo degli Usa, abbiano ripreso il controllo del territorio, l’Isis continua comunque ad imperversare ancora oggi specialmente nel sud della Libia. I miliziani del califfato avrebbero costruito basi e campi di addestramento tra le dune del deserto compreso tra Cirenaica e Fezzan. A settembre un attentato ha preso di mira la sede della Noc, ossia della società di Stato che si occupa dell’estrazione del petrolio. Si suppone che quell’azione sia stata coordinata ed organizzata dall’Isis. Proprio le bandiere nere hanno inoltre rivendicato di recente un attacco armato nell’oasi di Tazerbo, nel sud della Libia. Non mancano poi testimonianze di raid, anche nelle scorse settimane, compiuti da droni Usa contro postazioni ritenute roccaforte dell’Isis. Oltre al califfato, in Libia sono presenti anche numerosi altri gruppi integralisti collegabili ad Al Qaeda ed alla galassia jihadista attiva tra Sahel e nord Africa. Appare chiaro dunque come la questione della sicurezza, in un paese a pochi passi dalle coste europee, appaia tra le priorità principali da affrontare. 

Inoltre non può non mancare un riferimento all’immigrazione, specie per quanto concerne il nostro paese. Soprattutto dalla zona di Sabrata partono le tante carrette del mare che portano dal 2011 centinaia di migranti specialmente in Italia. Da quando lo Stato libico è imploso l’emergenza immigrazione ha coinvolto politicamente e sotto un profilo anche della sicurezza le autorità italiane. Ad organizzare i viaggi della speranza sono sodalizi criminali che controllano la costa ad ovest di Tripoli. Ben si comprende dunque come il caos generato in questi anni dalle tante partenze dagli improvvisati porti libici sia, di fatto, un’altra delle dirette conseguenze della caduta di Gheddafi. 

Petrolio, economia, terrorismo ed immigrazione: sono questi soltanto alcuni dei principali capisaldi che impongono uno sguardo sempre più approfondito verso il paese africano. 

Gli attori internazionali in campo

A tanti interessi internazionali in gioco corrispondono diversi paesi che provano a ritagliarsi un proprio ruolo in Libia. L’Italia, dal canto suo, cerca di recuperare il terreno perduto con la caduta di Gheddafi. Tra Roma e Tripoli durante gli ultimi anni del rais si erano instaurati rapporti privilegiati, culminati poi con il trattato di amicizia siglato a Bengasi nel 2008. Poi la guerra ha certamente vanificato molti dei precedenti sforzi economici e diplomatici. Attualmente l’Italia sta operando una strategia volta ad includere tutte le forze libiche in campo. A Palermo infatti, il governo ha voluto riunire come detto in precedenza i principali attori libici interrompendo una fase, che perdurava da alcuni anni, in cui invece Roma riconosceva soltanto l’esecutivo stanziato a Tripoli. L’obiettivo dell’Italia è quello ovviamente di preservare i propri interessi energetici, con l’Eni oggi impegnata ad estrarre il 70% del petrolio libico. I giacimenti più importanti della nostra azienda sono situati in Tripolitania e nel Fezzan. Ma l’Italia in Libia, come detto, è impegnata anche negli sforzi volti a contenere l’emergenza immigrazione. Dal 2016, sul fronte della lotta al terrorismo, circa 300 nostri soldati sono stanziati a Misurata nell’ambito della missione Ippocrate

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Altro importante paese che vuole esercitare un ruolo in Libia è indubbiamente la Francia. Con Sarkozy presidente l’Eliseo è stato tra i promotori della guerra contro Gheddafi, oggi con Macron Parigi prova a ritagliarsi un proprio spazio. Anche i transalpini hanno i propri interessi energetici ricollegabili alla Libia, con la Total impegnata soprattutto in Cirenaica. Tra Francia ed Italia spesso è sembrato esserci un vero e proprio duello sulla Libia, anche se gli avvenimenti delle ultime settimane hanno portato a ritenere all’esistenza di un principio di collaborazione tra le due diplomazie. Parigi da anni è impegnata a sostenere Khalifa Haftar, al pari della Russia. Anche Mosca appare molto attiva e dinamica in Libia: dalla Gazprom agli interessi sulla sicurezza, fino all’obiettivo mai del tutto nascosto di costruire una nuova base russa sul Mediterraneo in Cirenaica. Sono tanti i motivi per i quali dunque anche il Cremlino guarda con decisione alla Libia. Più defilati appaiono invece gli Usa, i quali però mantengono operative le proprie basi nel vicino Niger da cui partono i droni impiegati nei raid contro l’Isis. All’interno del mondo arabo, l’Egitto negli ultimi anni è riuscito a ritagliarsi un ruolo importante ed è attivamente impegnato nell’appoggio ad Haftar. Contrapposto ad Il Cairo è invece il sostegno dato da Doha ai Fratelli Musulmani, assieme all’alleato turco. 

La presenza al vertice di Palermo di 38 delegazioni internazionali, ha dimostrato comunque come sono diversi i paesi impegnati direttamente od indirettamente nello scacchiere libico. Un’ulteriore testimonianza dell’importanza degli interessi in gioco nel paese nordafricano.