Niente da fare. Cina, Corea del Sud e Giappone hanno risposto picche alla richiesta di Donald Trump. Il presidente statunitense aveva implicitamente chiesto il loro contributo per riaprire lo Stretto di Hormuz attraverso l’invio navi da guerra in loco per difendere le petroliere e le altre imbarcazioni commerciali dagli attacchi iraniani. “Noi ricaviamo meno dell’1% del nostro petrolio dallo stretto. Il Giappone il 95%. La Cina il 90%. Molti europei ne detengono una quota considerevole. La Corea del Sud il 35%. Quindi vogliamo che vengano ad aiutarci”, aveva dichiarato l’inquilino della Casa Bianca. Un appello che, di fatto, ha però avuto lo stesso effetto di un sasso gettato in acqua. Nessun governo asiatico, infatti, intende assecondare una simile richiesta correndo il rischio di ritrovarsi in un conflitto lontano e pericoloso. Nel frattempo Trump, a causa dei guai mediorientali, ha persino lasciato intendere di voler posticipare l’attesissimo incontro con Xi Jinping in programma a fine marzo.
Incrociando gli ultimi avvenimenti emergono con chiarezza almeno due aspetti da considerare. Il primo: i Paesi asiatici, persino i più stretti alleati degli Stati Uniti, non hanno alcuna intenzione di essere risucchiati da una guerra che sta già drenando loro importanti risorse energetiche. Il secondo: se la priorità degli Usa coincide adesso con l’Iran, e più in generale il Medio Oriente, allora i dossier asiatici – che di fatto, fino a qualche settimana fa, erano i più importanti dell’agenda Usa – rischiano di scivolare in secondo piano.
Effetti collaterali
Meno pressione, interesse, attenzione statunitense sugli affari asiatici significa automaticamente maggiore libertà di manovra per i governi regionali. Ci sono, non a caso, da segnalare interessanti manovre diplomatiche nell’intero continente.
Cina e India, per esempio, hanno avviato una decisa de escalation, con Delhi che ha allentato alcune norme che limitavano gli investimenti cinesi, mentre Pechino ha deciso di rafforzare ulteriormente la cooperazione energetica con la Russia a causa dei tumulti nello Stretto di Hormuz.
Sul fronte militare pesa, poi, la decisione degli Usa di spostare alcuni importanti armamenti dalla Corea del Sud al quadrante mediorientale. Il riferimento è ai sistemi di difesa missilistica Thaad (Terminal High-Altitude Area Defense), che da Seongju sono in procinto di essere trasferiti altrove, in Medio Oriente appunto, dove infuria la guerra contro l’Iran. E pensare che dieci anni fa, quando i Thaad erano stati piazzati in questo tranquillo villaggio sudcoreano, il governo sudcoreano dell’epoca aveva ignorato le fortissime proteste della popolazione locale, per niente felice di accogliere un dispiegamento militare che, in caso di tensioni, avrebbe potuto trasformare l’intera area in un bersaglio prediletto per i missili balistici della Corea del Nord. La replica di Seoul? I Thaad rappresentavano il metodo più efficace per localizzare e distruggere i missili nordcoreani prima che minacciassero la Corea del Sud e le 28.500 truppe statunitensi stanziate al suo interno.
L’autogol di Trump sull’Asia
Adesso è a dir poco complicato, se non impossibile, giustificare lo spostamento di una parte dei Thaad. Se per quasi un decennio queste armi erano la garanzia assoluta contro i missili di Kim Jong Un, adesso che stanno per essere trasportati in Medio Oriente chi o che cosa difenderà la Corea del Sud?
Perché, tuona l’opposizione sudcoreana, i conservatori di Seoul hanno investito così tanto capitale politico in un sistema di difesa che un giorno sarebbe stato smantellato? Seguendo questo ragionamento Trump ha accettato di sacrificare un decisivo partner asiatico per risolvere la contesa iraniana. Dimenticandosi, non solo che, oltre il 38esimo parallelo, Pyongyang è più viva e pimpante che mai, ma che i Thaad erano in qualche modo riusciti a compromettere i rapporti diplomatici della Corea del Sud con Cina e Russia. Il dispiegamento dell’arma aveva infatti suscitato le ire di Pechino e Mosca, convince che il potente radar del Thaad avesse potuto compromettere la loro sicurezza. Xi e Vladimir Putin saranno dunque felicissimi di aver risolto un problema senza muovere un dito.
Con la guerra in corso, infine, potrebbero esserci meno armi statunitensi disponibili per Taiwan. Anzi: l’intera questione potrebbe scivolare nel quasi dimenticatoio, tanto più se i colloqui a distanza tra Cina e Usa dovessero andare nel verso giusto.
In sostanza, il dispiegamento militare e politico degli Stati Uniti dall’Asia portato avanti da Trump potrebbe assomigliare molto a un autogol. Per anni i funzionari americani hanno definito l’Indo-Pacifico una priorità assoluta. Oggi, però, stanno facendo esattamente l’opposto. Spostando navi da guerra, missili e sistemi di difesa aerea verso il Medio Oriente. E allontanandosi dal continente asiatico e dai loro partner.