Ha provato fino all’ultimo a prendere in mano le redini della situazione, dialogando con gli altri leader del G7 per risolvere, o quanto meno mitigare, il caos afghano. Mario Draghi non si è tirato indietro. Anzi: il premier italiano è stato uno dei pochi a metter sul tavolo proposte concrete e possibili soluzioni all’emergenza umanitaria che ha presto inghiottito Kabul. Alla fine di agosto, cioè prima della scadenza fissata da Joe Biden, Draghi aveva annunciato una doppia iniziativa del governo italiano.

La prima: reindirizzare le risorse destinate alle forze militari afghane (120 milioni di euro) verso gli aiuti umanitari, richiedendo, allo stesso tempo, il supporto degli alleati. La seconda: la condivisione sulle vicende afghane anche ad altri attori, tra cui Russia, Cina, Turchia e Arabia Saudita. Alla fine, le proposte di Draghi non hanno portato i risultati sperati. Biden ha infatti mantenuto la propria decisione, ovvero quella di ritirare gli Stati Uniti dall’Afghanistan entro il 31 agosto.

Il presidente americano, mostrando una leadership usurata e ben poco attraente, ha così cestinato ogni eventuale alternativa alla exit strategy Usa dallo scenario afghano, prestando il fianco ai talebani e provocando la chiusura del Paese al mondo intero. Il confronto tra il comportamento tenuto da Draghi, propositivo e dinamico, e l’atteggiamento di Biden, remissivo e a corto di idee, è emblematico di come il premier italiano abbia, da qui ai prossimi mesi, l’occasione per ritagliarsi uno spazio di manovra importantissimo nelle vicende internazionali.

L’ombra dell’incertezza

Se estendiamo il discorso agli altri leader occidentali, questo non cambia di una virgola. Tolto Draghi, nessun altro presidente o primo ministro europeo ha dimostrato di volersi “sporcare le mani” maneggiando un dossier così delicato come quello afghano. Detto di Biden, vessato da almeno tre grandi ostacoli, i suoi omologhi non hanno mostrato certo brillantezza.

Emmanuel Macron è invischiato in una sorta di Afghanistan bis nel Sahel, nel cuore dell’Africa. Per di più, in Francia ,all’orizzonte ci sono le elezioni presidenziali del 2022 ,con l’incognita Marine Le Pen, desiderosa di scalzare l’attuale capo dell’Eliseo, da tenere in serie considerata.

La Germania ,per anni il Paese più organizzato dell’Unione europea, è una sorta di cantiere aperto. Angela Merkel è ormai arrivata ai titoli di coda, mentre Berlino si prepara al voto del 26 settembre .Un voto che potrebbe regalare diverse sorprese, come la formazione di un governo formato da socialdemocratici, verdi e Linke, e la Cdu all’opposizione. Berlino, come è facile intuire, è alle prese con troppe variabili interne. E in un simile contesto l’Afghanistan sembra soltanto un lontano rumore in sottofondo.

Boris Johnson ,che in effetti ha provato a sbattere i pugni sul tavolo chiedendo a Biden di posticipare il ritiro delle forze armate ben oltre il 31 agosto, avrebbe potuto ritagliarsi uno spazio di manovra maggiore. La missione del premier britannico non è tuttavia andata in porto, e Londra ha dovuto inghiottire il boccone amaro. È pur vero che, dopo la Brexit, l’agenda del Regno Unito deve ancora plasmarsi, abituandosi ad affrontare questioni diverse rispetto al solo controllo della pandemia di Covid-19.

Vuoto di leadership

Il quadro tratteggiato è alquanto desolante. La criticità principale è l’assenza di una leadership occidentale capace di rappresentare l’intero Occidente e risolvere i problemi globali. Magari coinvolgendo tutti gli alleati, affidandosi a pragmatismo e cooperazione. Per anni – o meglio decenni – un ruolo simile era stato ricoperto dai vari presidenti degli Stati Uniti. Il progressivo sgretolamento degli Usa, logorati da problemi economici, e alle prese con un braccio di ferro epocale con la Cina, hanno cambiato le carte in tavola.

Risultato: c’è una prateria da occupare. Ed è  qui che entra in gioco la figura di Mario Draghi, perfetta per trainare l’Occidente fuori dalle sabbie mobili in un periodo storico particolarissimo. Da questo punto di vista, l’Afghanistan ha premiato la prontezza di Draghi. Il premier ha diverse occasioni da scegliere al meglio per portare l’Italia al centro dell’agenda globale, un iniziare dal prossimo G20 e dai temi che saranno trattati durante l’evento. Dal clima all’economia, Roma potrà finalmente avere voce in capitolo in questioni decisive. Draghi, inconsciamente e probabilmente senza volerlo, è pronto a occupare gli spazi vuoti lasciati dai suoi colleghi.