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Sono volate scintille tra Brasilia e Caracas, in pochi giorni sedi designate delle inaugurazioni dei mandati presidenziali di Jair Bolsonaro, outsider che ha vinto nettamente le elezioni in Brasile, e Nicolas Maduro, riconfermato dopo un voto contestatissimo e disconosciuto da buona parte dei Paesi latinoamericani. Tra le volontà di Maduro di rafforzare la “rivoluzione” socialista nella Repubblica Bolivariana sconvolta dalla crisi economica, dall’iperinflazione e dal dilagare della criminalità e gli intenti di Bolsonaro, che nel suo discorso inaugurale si è riproposto di “estirpare il socialismo” dal Paese, c’è evidente inconciliabilità.

Con la nuova amministrazione il Brasile vira a destra e rafforza la sua ostilità verso un Venezuela bolivariano sempre più assediato nel contesto latinoamericano, ponendosi in piena sintonia con la posizione geopolitica degli Stati Uniti. Ma se il presidente pro tempore Temer non ha potuto compiere strappi clamorosi, Bolsonaro dispone di un mandato pienamente legittimato e, al tempo stesso, gioca su un fronte politico che è sia interno che esterno.

La scelta del Partito dei Lavoratori brasiliano di non presenziare all’inaugurazione del mandato del nuovo presidente ma di inviare il suo segretario, la senatrice Gleisi Hoffmann, alla cerimonia di insediamento di Maduro rappresenta un grave errore politico che Bolsonaro non ha tardato a sfruttare. Hamilton Mourão, generale e vicepresidente di Bolsonaro, ha previsto che saranno le forze armate venezuelane a rimuovere Maduro, dopo di che militari brasiliani potrebbe andare in Venezuela con funzioni di peace-keeping, mentre solo il nazionalismo dell’apparato militare verdeoro che ha ben nove esponenti nell’amministrazione ha frenato Bolsonaro dal formalizzare l’offerta di una base statunitense nel Paese di cui ha discusso con il Segretario di Stato Mike Pompeo.

Pompeo nella giornata del 12 gennaio ha espresso la contrarietà di Washington alla permanenza al potere di Maduro. Analogamente, 13 dei 14 Paesi latinoamericani riuniti nel gruppo di Lima che monitora gli scenari venezuelani hanno dichiarato illegale l’elezione di Maduro, e solo il Messico targato Amlo pare destinato a rimanere neutrale. Tra questi, il Brasile di Bolsonaro è quello “la cui postura si sta più rafforzando” e irrigidendo, sottolinea il Financial Times. E Brasilia potrebbe divenire la sede ufficiale di un governo venezuelano in esilio che si opponga a quello di Maduro.  

“Usurpatore” è stato definito Maduro dalla stessa Assemblea Nazionale del Venezuela. “Da quando è stata conquistata dall’opposizione alle ultime politiche, l’Assemblea è stata completamente esautorata”, scrive Lettera43, “ma continua formalmente a riunirsi e a deliberare anche se ai suoi membri non viene neanche più pagato lo stipendio, e ogni tanto qualcuno viene arrestato in totale sprezzo di ogni principio di immunità parlamentare. L’appena eletto nuovo presidente dell’Assemblea Nazionale Juan Guaidó ha detto, in pratica, che data questa “usurpazione” tutti i poteri presidenziali dovrebbero passare in linea di principio ai deputati: compreso il comando delle Forze armate. Un invito neanche troppo velato ai militari a deporre Maduro”. Presa di posizione netta che si aggiunge a quella profondamente simbolica della conferenza episcopale, concorde nel dichiarare illegittimo il mandato conquistato in elezioni a senso unico.

L’Assemblea Nazionale, nel progetto di governo in esilio allo studio nei palazzi presidenziali di Brasilia, potrebbe essere riconosciuta come governo legittimo del Venezuela da Bolsonaro, aprendo una crisi senza precedenti nell’America Latina di ultimi decenni. Il Brasile si troverebbe ad agire, di fatto, come proxy degli Stati Uniti, e sull’indipendenza del governo alternativo sarebbe lecito nutrire numerosi dubbi.

Della natura farsesca dell’ultimo voto venezuelano si è detto e scritto molto, certamente, ma lo stato attuale delle cose vede Maduro riconosciuto come presidente dalla maggioranza assoluta delle nazioni dell’Onu. Russia, Cina e Turchia, Paesi a cui il Venezuela si aggrappa per avere una rete di alleanze esterna alla cerchia tradizionale (Cuba, Nicaragua, Bolivia), hanno inviato delegazioni modeste ma non avvalleranno certamente alcuno strappo, specie se del resto Bolsonaro continuerà con l’intransigente sostegno agli Stati Uniti. Il Vaticano, invece, vuole preservare la linea del dialogo e mediare tra Maduro e opposizione, in uno scenario che vede la Chiesa cattolica garantista e attenta a non compiere strappi unilaterali, senza prese di posizione nette come quella dei vescovi. 

Per non parlare poi della già travagliata situazione interna del Venezuela. Il Brasile di Bolsonaro ospita già centinaia di migliaia di profughi, in fuga dal collasso socio-economico del Paese; paventare apertamente un’eversione e sostenere allo scoperto un contro potere, al netto della necessità di un nuovo voto non viziato da prese di posizione unilaterali, rischierebbe di causare un effetto slavina che porterebbe il Venezuela nel baratro e, probabilmente, alla guerra civile interna. Maduro rimane una mina vagante, un problema da gestire. Ma rischiare il collasso definitivo del Venezuela in nome del suo abbattimento non è certamente uno scenario auspicabile da Bolsonaro e dai suoi alleati. Primi fra tutti i leader dell’opposizione parlamentare che denunciano le malefatte del regime di Caracas e devono puntare a evitare ogni tipo di strumentalizzazione.

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