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Donald Trump lascia la Casa Bianca dopo quattro anni di governo. Quattro anni in cui ha rivoluzionato la politica estera (si pensi al rapporto con Kim Jong-un e agli Accordi di Abramo). Quattro anni in cui l’economia degli Stati Uniti ha corso come mai prima di allora. Almeno fino al Covid-19, che tutto ha stravolto. Al posto dell’outsider Trump, ora alla Casa Bianca siederà Joe Biden, da decenni uomo cardine del Partito democratico. Due profili agli antipodi. Quasi incompatibili. Come i loro elettorati. Ne abbiamo parlato con il professore Arduino Paniccia, analista e presidente della Scuola di guerra economica e competizione internazionale.

Professore, quali sono le differenze tra Trump e Biden? 

Il comportamento di Biden, al contrario di quello di Trump, è prevedibile. Biden è un politico puro, ha un suo metodo che lo ha portato alla presidenza degli Stati Uniti al termine di mezzo secolo di carriera. A mio avviso, non abbandonerà il suo modus operandi. Ci sarà una parte di politica americana che sarà portata avanti dalle istituzioni, dalle grandi agenzie, e poi ci sarà il suo metodo ufficiale, piuttosto chiaro. L’opposto, insomma, di quanto accaduto con Trump. Il tycoon, ricordiamolo, aveva tagliato fuori tutto il mondo dei servizi e delle informazioni e coglieva tutti di sorpresa con accordi rapidissimi con nemici storici. La sua linea, in ogni caso, è bene sottolinearlo, ha avuto molti successi. Adesso saremo all’opposto: ipotizzo un ritorno dell’attività dell’intelligence grandissima – controllata dagli uomini di Biden – e a cui il neo presidente darà la sua massima fiducia. Prevedo, inoltre, un cauto rapporto con le forze armate. C’è però da considerare la pandemia. Il punto di contatto con i militari non sarà solo prettamente “militare” ma anche pandemico. Anche perché, da qui ai prossimi anni, non sono da escludere nuove pandemie. Ci sarà quindi una trasformazione delle forze armate e un loro aggiornamento in chiave sanitaria (preparazione contro attacchi biologici e chimici). Come possono esserci dei documenti – anche di intelligence – così precisi e un Paese che, matematicamente, li disattende? Nel caso di Trump, bisogna capire chi ha letto il rapporto. Sarebbe interessante approfondire come mai, nonostante la previsione di imminenti e possibili incidenti, nessuno faccia mai niente. Non credo che un persona come Biden abbia interesse a modificare di molto l’assetto generale degli Stati Uniti che noi abbiamo sempre conosciuto. Le operazioni torneranno nel solco della tradizione. Ma attenzione, tutto questo dovrà tradursi in fatti concreti e non fermarsi solo alle parole.

Ad esempio?

Il passaggio a Sud, con una posizione diversa dell’india. La revisione di un Nato invecchiata, in cui ci sono elementi da verificare (perché giustamente la Nato non implica soltanto la difesa delle Repubbliche baltiche). I rapporti con la Russia, l’altolà alla prepotenza dell’espansionismo cinese. A fronte di tematiche corpose del genere, già anticipate da Trump, vedremo se basterà rimettere in moto le agenzie e tornare nell’alveo della tradizionale diplomazia Usa, per avere posizioni americane degne di rilievo. Verificheremo, poi, se quanto raggiunto da Trump senza dispendio di vite umane e combattimenti, come ad esempio gli Accordi di Abramo, potrà essere replicato anche in futuro.

Nonostante tutto, metà degli Americani sta ancora con Trump ed è pronta a tutto…

Dobbiamo considerare lo stritolamento della classe media, avvenuta in tutto l’Occidente, e le diseguaglianze grandissime all’interno del Paese guida del capitalismo. Queste spaccature non sono state provocate da Trump. Lui, semmai, è il portavoce di un fortissimo malessere venutosi a creare, dall’inizio del millennio, in una classe media che non trovava (e non trova) nessun riferimento nella democrazia americana. Una democrazia, almeno nello stato concreto, che privilegia una disparità di arricchimento, nonché la difesa di privilegi, mai vista prima. Negli Stati Uniti ci sono 340 milioni di persone, 140 milioni hanno diritto al voto. La metà è repubblicana: di questi, l’ala estrema è rappresentata da circa il 20-25%. Questi ultimi sono coloro che in qualche modo esprimono il malessere più forte. Un tempo potevano essere definiti piccoli-borghesi. Chi sono oggi? Spesso servitori dello Stato: pompieri, veterani, ex militari, poliziotti, insegnanti. Ma anche artigiani e gommisti dell’America profonda. E, più in generale, coloro per i quali la differenza di 5mila euro in busta paga equivale a non avere più soldi da usare per andare all’ospedale, dover abbassare il livello di acquisti, cambiare casa e via dicendo.

Quale futuro, dunque, per i Repubblicani?

Nel futuro, credo che il Partito repubblicano – che al suo vertice è rimasto ancorato alla vecchia tradizione conservatrice – non perderà l’occasione di togliere di mezzo Trump. Operazione, questa, sicuramente difficoltosa per molti motivi, primo fra tutti l’impatto che ha il tycoon nei confronti della base e, a seguire, l’impatto mediatico.

Biden riuscirà a mediare anche con l’Iran, dopo le tensioni tra Teheran e Trump?

Biden non sposerà la linea dello scontro diretto. Cercherà di tornare di nuovo sul luogo dove c’è il grande passaggio tra Est e Ovest. L’Iran è uno snodo centrale, quindi staccare Teheran dall’abbraccio cinese sarebbe un grandissimo colpo, anche mediatico. Non penso che il neo presidente possa essere troppo duro. L’addio alla massima pressione richiede comunque un accordo con Israele e con tutti i Paesi vicini. I pasdaran possono anche dare una risposta non diplomatica. Non è detto che l’operazione di far cadere il regime mediante una pressione diplomatica ed economica possa andare in porto. L’obiettivo è fare in modo che la Cina e l’Iran mollino l’Iran. Una mossa simile è riuscita solo a Reagan con l’Unione Sovietica. Ripetere quel modus operandi non è facilissimo, e i rischi sono forti. L’Iran cede solo se c’è una rivolta interna, derivante da una situazione economica insostenibile – perché magari Pechino e Mosca si sono staccati da Teheran – oppure a causa di un scossone esterno così forte da provocare una spaccatura interna (ma l’America non ha mai consentito ad Israele di essere artefice di un’azione del genere). Per sciogliere il nodo Iran, Washington potrebbe giocare la carta degli Accordi di Abramo – ma l’amministrazione Biden correrebbe il rischio di riconoscere un successo di Trump – oppure cercare un patto con la Cina – un’ipotetica fine della Trade War in cambio dell’allontanamento di Pechino da Teheran.

Dunque, che fare?

Vale la pena fare una riflessione sulla guerra in Afghanistan e in Iraq. Quegli attacchi, e lo si capisce bene guardando una cartina geografica, erano volti ad accerchiare e isolare l’Iran. Il senso era portare la frontiera degli Stati Uniti a ridosso della Cina, e quindi far cadere Teheran. Il risultato: nei 20 anni di mala condotta nell’area – e poi nelle vicende del Libano e della Siria – l’Iran ha ribaltato la posizione creandosi addirittura un asse sciita. Anziché circondare e far fuori il governo iraniano creando una frontiera avanzata, gli americani si sono ritrovati con Hezbollah a pochi chilometri da Israele.

Recentemente, l’Europa ha siglato un importante accordo con la Cina. Cosa faranno gli Usa?

L’accordo Ue-Cina lascia uno spazio per tentare di far entrare gli Stati Uniti. Biden, da mediatore come lo abbiamo descritto, potrebbe entrare in questa intesa, e da lì provare a cambiare l’assetto multilaterale piuttosto che scegliere altre strade. A mio avviso dobbiamo individuare il metodo, non il modello o le imitazioni. Il metodo di Biden non si discosterà molto da quanto detto. Politicamente abbraccia, conforta, stringe, ma, a livello decisionale, il neo presidente americano è più risoluto che mai.