Il Venezuela odierno è caratterizzato da dinamiche che richiamano la Libia contemporanea, l’Albania del 1997 e il Cile del 1973. La Liba contemporanea, perché allo stato attuale delle cose nel Paese vi sono due Presidenti e due Parlamenti, dopo l’autoincoronazione del carneade Juan Guaidò a presidente ad interim in virtù del suo ruolo di leader dell’Assemblea Nazionale, in opposizione a Nicolas Maduro che fa perno sull’Assemblea Costituente da lui convocata. L’Albania del 1997, a causa dell’anarchia venutasi a creare in larghe parti del Paese per il dilagare della criminalità e il crollo dell’economia. Il Cile del 1973, per la dinamica del confronto tra Maduro e Guaidò, che si inserisce in più ampi scenari latinoamericani e globali.

Con questo, chiaramente, non si tratta di paragonare lo scenario a quello in cui andò in scena il golpe di Augusto Pinochet contro Salvator Allende. In primo luogo, perché Guaidò non è un Pinochet, ma al massimo un Pinocchio, un burattino controllato dall’esterno (Stati Uniti e Brasile soprattutto), e a Maduro mancano le gigantesche qualità umane e politiche di Allende. Ma, soprattutto, perché in questi casi entrambi i Presidenti hanno ben pochi elementi di legittimità da chiamare a loro favore: fatto che porta a un necessario inserimento dello scenario venezuelano nel contesto internazionale.

La coraggiosa scelta di Amlo: contro Guaidò, ma cauto su Maduro

Piccole Note parla di “regime change”, e non sbaglia: è palese il tentativo degli Stati Uniti di forzare la mano al Venezuela imponendo, come accadde nel 1973, il passaggio di potere a un governo allineato a Washington e ai suoi nuovi alleati latinoamericani, primo fra tutti il Brasile di Jair Bolsonaro. La continuità del supporto dei militari a Maduro, tuttavia, rende impossibile prevedere una soluzione ordinata dalla crisi nel caso in cui lo stallo dovesse continuare a lungo. E, piaccia o no, Nicolas Maduro ha ancora un ruolo importante e dovrà essere considerato un interlocutore per la risoluzione della crisi. Lo ha capito, con lungimiranza Andres Manuel Lopez Obrador, nuovo presidente del Messico. 

Amlo, infatti, assieme al presidente uruguaiano Tabaré Vázquez, si è rifiutato di riconoscere la legittimità di Guaidò, ritenuto un usurpatore, ma ha contestualmente richiamato le parti in causa a una soluzione non violenta e dialogante, scaturisca in una mediazione da parte dei due leader. Con questa mossa, Amlo ottiene numerosi dividendi politici.

I successi politici di Amlo con la mossa sul Venezuela

Da un lato, non nega il ruolo del Gruppo di Lima sulla crisi venezuelana nascondendo le numerose criticità che il governo di Maduro ha posto in essere, non negando  la spaccatura profonda e i danni che il protrarsi della presidenza di Maduro rischia di causare. Dall’altro, tuttavia, non si conforma alla nuova Dottrina Monroe dell’amministrazione Trump, fondata sulla plateale e reiterata ingerenza negli affari interni latinoamericani.

Inoltre, a livello geopolitico, Amlo ha posto le basi per un processo di mediazione che troverà interlocutori interessati nel Vaticano, in prima linea nella ricerca di una soluzione negoziata per la crisi venezuelana, e non dispiacerà certamente Russia e Cina, che giocando di sponda con il Messico potranno capitalizzare in sede latinoamericana la maldestra mossa di Trump su Guaidò. Amlo dimostra inoltre una forte sensibilità verso il popolo venezuelano, mancante sia all’usurpatore Guaidò (che ha seccamente rifiutato la proposta di mediazione) che a Maduro, che parla di golpe sebbene sul piano formale tutte le leve del potere siano ancora nelle sue mani.

Proprio per prevenire un bagno di sangue e il rischio di una guerra civile, la mossa di Amlo e Vazquez risponde a una solida logica di realpolitik: Maduro ha commesso gravi errori sovvertendo l’ordine democratico, esautorando il Parlamento e convocando elezioni farsa, certamente, ma l’opposizione non ha agito in maniera meno irresponsabile nei tre anni e mezzo di controllo sull’Assemblea Nazionale, tentando più volte di esautorare Maduro andando oltre i propri poteri e fomentando violentissime proteste di piazza. In questo contesto, risulta necessario “normalizzare” Maduro, riconoscendogli il ruolo che i rapporti di forze gli garantiscono in una transizione democratica, ma anche l’opposizione, richiamando alla necessità di un confronto che avvenga sul piano politico e non con mosse avventate.

Un esempio per l’Europa

La mossa di Amlo dovrebbe fungere da esempio per evitare passi falsi che potrebbero avere conseguenze tragiche in Venezuela. Non sembrano averlo capito, oltre Atlantico, i governi europei che hanno con troppa leggerezza sostenuto Guaidò perdendo di converso ogni spazio per un serio ruolo di mediazione politica. Non lo hanno capito buona parte dei partiti italiani: dal Pd, che ha sciorinato una retorica degna dei più duri neoconservatori statunitensi, alla Lega di Matteo Salvini, che ha rinnegato la saggia cautela sul regime change esternata di recente sul caso siriano ma anche in passato su quello libico.

Più ragionevole, invece, il presidente del Consiglio Giuseppe Conte, che ha preservato lo spazio d’azione per l’Italia  esprimendo “forte preoccupazione per i rischi di un’escalation di violenza” e auspicando “un percorso democratico che rispetti libertà di espressione e volontà popolare”. Rimbottando Maduro, ma senza aprire a Guaidò. Pensando che l’interesse primario dell’Italia deve essere la tutela dei 150mila connazionali che abitano in Venezuela, le parole di Conte sono state sicuramente ben equilibrate. Abbiamo la possibilità di raffinare ulteriormente la posizione per giocare un ruolo di mediazione fondamentale e rilanciare una politica latinoamericana: e l’esempio di Amlo è degno di essere l’ispirazione perfetta per le prossime mosse.