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Il sistema da difesa aerea russo S-400 rappresenta l’evoluzione dell’S-300 che recentemente è stato al centro delle cronache a causa della sua cessione a Damasco da parte di Mosca.

Sebbene non sia l’ultimo ritrovato made in Russia in fatto di sistemi missilistici da difesa – rappresentato dall’S-500 attualmente in fase di sviluppo avanzato – l’S-400 si pone, a buon diritto, tra i migliori al mondo e rappresenta la punta di diamante del meccanismo di interdizione d’area, chiamato A2/AD (Anti Access / Area Denial ), di cui fanno parte anche complessi missilistici antinave come il Bastion ed il Bal. 

S-400, Bastion, Bal insieme a Pantsir, Buk e Tor fanno parte, infatti, di un sistema di difesa multilivello (layered) denominato “bolla difensiva” che si estende per centinaia di chilometri e rappresenta una valida alternativa all’utilizzo di cacciabombardieri ed intercettori pilotati. 

Chiariamo meglio questo concetto fondamentale. L’S-400, improntato principalmente alla difesa aerea a medio/lungo raggio (sino a 400 chilometri) viene integrato da sistemi a medio e corto raggio (o di punto) come il Pantsir ed il Tor in modo da coprire tutti i livelli, quindi tutte le quote e distanze.

Ai missili da difesa aerea, nel concetto di Anti Access / Area Denial, si uniscono sistemi antinave – come il Bastion – per poter coprire anche le minacce navali. Se a questi si aggiungono anche missili balistici tattici, o di teatro, come l’Iskander, in grado di colpire obiettivi terrestri anche in lento movimento, lo spettro di efficacia della bolla di interdizione può dirsi completo.

Recentemente alcuni Paesi, anche storicamente lontani dall’essere clienti abituali di Mosca, hanno dimostrato interesse verso l’S-400. Oltre al ben noto caso della Turchia, unico Paese della Nato a volere il sistema russo, anche India, Arabia Saudita e Qatar hanno espresso più o meno concretamente l’intenzione di acquisire il complesso missilistico.

Per inciso, ricordiamo, una volta di più, che quello turco non sarebbe il primo caso di un Paese in orbita Nato ad acquisire sistemi da difesa aerea russi. Già la Grecia, in occasione di una delle innumerevoli crisi per Cipro, ricevette i vecchi, ma ancora parzialmente efficaci, sistemi S-300 da Mosca negli anni ’90.

Ma perché tutto questo interesse per i sistemi missilistici da difesa aerea russi?

Per rispondere a questa domanda dobbiamo partire dalle caratteristiche tecniche dell’S-400, ma non solo come vedremo.

 Le caratteristiche dell’S-400

Senza scendere in dettagli tecnici, enucleati precedentemente, possiamo risolvere la questione dicendo che l’S-400 ha il vantaggio di essere un sistema da difesa aerea molto versatile grazie alla sua dotazione mista di missili. 

Inoltre, fattore non da poco, la sua mobilità ed i brevi tempi che intercorrono dal dispiegamento all’operatività, ne fanno uno strumento particolarmente efficace per contrastare rapidamente le operazioni aree degli avversari. 

La sua “capacità di dispersione”, ovvero la possibilità di avere i lanciatori posti a notevole distanza dai veicoli radar e di comando, ne aumenta notevolmente la sopravvivenza in caso di conflitto.

La suite di radar, poi, offre a chi opera con l’S-400 un “occhio” capace di guardare molto in profondità, molto più della reale portata dei missili a lungo raggio (400 chilometri per i 40N6). Il radar Big Bird, a titolo d’esempio, è efficace sino a 600 chilometri ed è in grado di seguire 300 bersagli alla massima distanza. 

Il fattore diplomatico

Oltre alle oggettive qualità dell’S-400, per i vari Paesi che sono in procinto di acquistarlo esiste anche un fattore diplomatico non secondario che li ha spinti verso questa scelta.

Per la Turchia, ad esempio, è chiaro il riferimento al volersi allontanare dal lungo braccio di Washington in chiave di un rinnovato imperialismo di stampo ottomano di Erdogan. Ankara svincolandosi dai legami con Washington afferma il proprio prestigio agli occhi delle altre nazioni mediorientali e nordafricane di cui vorrebbe diventare la guida.

Per l’India il discorso cambia. Non essendo, al contrario della Turchia, membro della Nato non incappa in problemi legati all’integrazione dell’S-400 in un dispositivo prettamente di stampo “occidentale”. 

Al contrario, storicamente, Nuova Delhi è sempre stata legata a Mosca sin dai tempi dell’Unione Sovietica con la quale ha intrecciato – a fasi alterne – stretti legami che riguardano le commesse militari: basti pensare alla portaerei Vikramaditya un tempo annoverata nel registro navale sovietico come Baku (poi Admiral Gorshkov), ma soprattutto alla linea di volo dell’Aeronautica Indiana che annoverava velivoli come Mig-21 e 23. 

L’India però, al tempo stesso, ha mantenuto rapporti con gli Stati Uniti – sebbene tra alti e bassi – essendo formalmente un Paese “non allineato”. Oggi questi rapporti sembrano a tutti gli effetti essere più stretti in funzione del contrasto all’espansionismo cinese, visto da Nuova Delhi come una minaccia, e condivisa da Washington.

L’Arabia Saudita, un po’ come l’India, rappresenta un Paese alleato degli Stati Uniti sebbene non gravitante nell’orbita Nato, ma recentemente casa Saud ha stretto legami con Mosca che vanno anche oltre alla questione petrolifera, di primaria importanza per entrambi i Paesi.

Proprio nel quadro di questi recenti accordi tra Mosca e Riad, si sono siglati contratti di vendita di armamenti leggeri ed è stato dimostrato il vivo interesse saudita per gli S-400. 

In questo caso il capolavoro di Mosca è stato quello di portare un nuovo attore chiave al tavolo delle trattative per poter cercare di “fare cartello” sulla produzione petrolifera (e controllarne così il prezzo) offrendo quello che la Russia ha di meglio: gli armamenti. 

Riad risulta utile a Mosca non solo in campo strettamente commerciale: avendo un ruolo di protagonista nelle varie crisi che si susseguono nell’area mediorientale (dalla Siria a quella del Qatar/Iran), averla come nuovo partner, strappando così l’esclusività a Washington, aiuta il Cremlino ad avere più peso nella geopolitica dell’area. 

Anche il Qatar, risolta la crisi con l’Arabia Saudita, risponde a questa logica e soprattutto risponde alla logica dell’estensione della commercializzazione degli armamenti russi.

La risposta di Washington

Ovviamente alla Casa Bianca non sono stati a guardare e nel quadro del contenimento della Russia e del tentativo di strangolamento commerciale messo in atto con le sanzioni post colpo di mano in Crimea, è stato approvato un provvedimento che prende il nome di Caatsa, acronimo di Countering America’s Adversaries Sanctions Act, nel 2017.

Questo atto prevede l’elevazione di sanzioni e altri tipi di provvedimenti a tutti quegli Stati che acquistano sistemi militari dalla Russia. Uno degli effetti del Caatsa è stato infatti il congelamento – per ora ancora dibattuto – della consegna degli F-35 alla Turchia, che ha sollevato anche importati questioni legate alla sicurezza della Nato già ampiamente dibattute

Anche l’India sembrerebbe essere nel mirino del Caatsa dato il via libera all’acquisizione dell’S-400, ma lo stesso documento prevede che il Presidente degli Stati Uniti possa, in via eccezionale, avocare a sé la decisione di renderlo efficace o meno a seconda dei vari casi, e si prevede, come già anticipato, che Washington non intenda proseguire nell’elevare sanzioni a Nuova Delhi per non irritare il suo prezioso alleato nell’area asiatica, proprio in funzione anti-cinese.

Il cambio di paradigma

Quello che si può affermare, alla luce del caso degli S-400 e del Caatsa, è che stiamo assistendo ad un cambio di paradigma negli equilibri mondiali.

Per contingenze diverse Washington si ritrova più debole rispetto al passato su nuovi fronti e deve, giocoforza, ricorrere al sistema del bastone e della carota ma applicato in modo non univoco.

Se pensiamo che solo dieci anni fa un alleato come la Turchia non avrebbe mai pensato di “ribellarsi” ad un diktat americano, possiamo capire quanto Washington su certi fronti sia indebolita dal risorgere di sentimenti sovranisti – velleitari o meno – e dal rinnovato espansionismo di potenze vecchie e nuove come Russia e Cina.

Forse però, sarebbe meglio dire che è stata proprio la debolezza di Washigton in politica estera, intesa come “disingaggio”, delle amministrazioni precedenti a far rinascere certi sentimenti, e provvedimenti come il Caatsa, sebbene possano risultare efficaci con chi è ricattabile, dimostrano un volta di più quanto la Casa Bianca debba per forza avere due pesi e due misure a seconda della propria convenienza contingente. Una contingenza che però, in questo caso, sta subendo invece di avere imposto, ed è questo fattore che ha cambiato il paradigma della geopolitica internazionale.