In Italia esperimenti riguardanti governi di minoranza, seppur tecnicamente fattibili, hanno sempre avuto poco successo. Al contrario invece, in Spagna molti esecutivi hanno navigato in parlamento grazie all’appoggio esterno di formazioni estranee alla coalizione di governo. E anche dopo le ultime elezioni, a Madrid entrambi i principali partiti, il Partito popolare da un lato e il Partito socialista dall’altro, non hanno scartato la possibilità di costituire un governo di minoranza. Del resto, nel Paese iberico governi del genere sono sorti già agli albori dell’odierna democrazia post franchista: l’esecutivo di Adolfo Suarez, uno dei primi a guidare la Spagna dopo il ritorno del re, non aveva alle spalle una maggioranza. Da allora in poi, più volte i premier spagnoli hanno guidato coalizioni di minoranza.
Che cos’è un governo di minoranza
Così come si può ben intuire, un governo di minoranza è un esecutivo che non ha una maggioranza in parlamento. La domanda sorge quindi spontanea: come può un premier guidare un governo di una democrazia parlamentare senza avere i numeri? In Spagna, così come in Italia, gli esecutivi sono ancorati alla fiducia delle Camere. Senza il via libera da parte di deputati e senatori, il primo ministro o il presidente del consiglio sono costretti a presentare le dimissioni al capo dello Stato. E quindi al re, nel caso spagnolo, e ovviamente al Presidente della Repubblica nel nostro caso.
Eppure, tanto in Italia quanto in Spagna nella storia i governi di minoranza non sono mancati. Nel nostro Paese, come detto, il ricorso ad esecutivi privi di maggioranza è storicamente piuttosto raro. Soltanto i governi Leone I e Andreotti III hanno giurato pur senza avere una maggioranza alle spalle. Nella Seconda Repubblica invece, l’unico governo di minoranza è stato quello di Lamberto Dini.
Sotto il profilo tecnico, è possibile arrivare a un esecutivo di minoranza grazie all’astensione di una o più forze parlamentari. In poche parole, durante la votazione per la fiducia a un governo, se una forza politica dell’opposizione si astiene le camere approvano la fiducia con la maggioranza semplice. L’esecutivo entra dunque in carica, pur sapendo di non avere la maggioranza assoluta in parlamento. Una circostanza quest’ultima certamente sconveniente a livello politico, ma permessa da un punto di vista prettamente tecnico.
Gli ultimi governi di minoranza
In Spagna, soprattutto negli ultimi anni, la composizione di governi di minoranza ha rappresentato quasi una consuetudine. Il motivo è da ricercare, in primo luogo, nella frammentazione del quadro politico. Fino alle elezioni del 2008, nel Paese iberico vigeva un bipolarismo quasi perfetto: popolari da un lato e socialisti dall’altro potevano ambire a una maggioranza assoluta oppure, al massimo, a una coalizione in grado di dare al partito principale la possibilità di governare senza troppi scossoni.
La crisi economica, dal 2011 in poi, ha accentuato la radicalizzazione dell’elettorato e l’emersione di nuove forze politiche. Popolari e socialisti hanno perso la loro tradizionale presa sugli elettori e spesso i parlamenti sono risultati frammentati e incapaci di esprimere solide maggioranze. Nel 2016 l’allora premier Mariano Rajoy, a capo del Partito Popolare, è riuscito a formare un governo grazie all’astensione dei socialisti. Una soluzione non lontana a quella della “Gross Koalition” tedesca, dove cioè si ha un accordo tra i due principali partiti. Ma con una differenza: mentre in Germania i socialisti sono stati membri effettivi della maggioranza, nel 2016 in Spagna il Psoe si è limitato a garantire l’uscita dall’aula durante il voto di fiducia dando quindi la possibilità a Rajoy di ottenere la fiducia. Una sorta di appoggio esterno, in grado di far partire la legislatura.
Anche l’ultimo governo si è retto su una maggioranza semplice relativa ed è stato di fatto una minoranza. Sanchez, premier uscente, ha potuto ottenere la fiducia nel 2020 grazie all’astensione di alcuni piccoli partiti locali e indipendentisti. In tal modo, il suo governo ha potuto operare seppur con la difficoltà di costruirsi una maggioranza volta per volta e voto per voto.
Uno scenario possibile nella prossima legislatura spagnola?
Il primo dilemma post voto spagnolo ad oggi è rappresentato dall’impossibilità per entrambi i principali partiti di costituire una coalizione di maggioranza. I popolari hanno sì incrementato i propri voti, ma i 136 deputati in parlamento non bastano ad avere la maggioranza assoluta. Servono almeno altri 40 parlamentari per arrivare a 176. Vox, principale potenziale alleato dei popolari, si è fermato a 33 seggi conquistati. Dall’altra parte, il Partito socialista ha ottenuto 122 seggi, gli alleati di Sumar invece 31. Assieme si fermano quindi a 153.
Alberto Núñez Feijóo, leader dei popolari, ha rivendicato la possibilità di formare un governo: ha dalla sua la maggioranza al Senato e il fatto di essere primo partito alla Camera. Ma, per l’appunto, proprio alla Camera mancano alla sua coalizione con Vox almeno sette deputati. Per questo è possibile un suo appello ad alcuni piccoli partiti affinché si astengano durante il voto di fiducia, concedendogli così la possibilità di governare. Ma anche Sanchez potrebbe ripetere l’esperimento del governo di minoranza già visto negli ultimi anni. Se gli indipendentisti dovessero concedergli l’astensione, allora potrebbe creare un esecutivo con Sumar. Comunque vada, la possibilità di un governo di minoranza in Spagna è tutt’altro che remota.