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Nel voto presidenziale statunitense del 2016 meno di 90.000 voti di margine complessivi consentirono a Donald Trump di strappare a Hillary Clinton la vittoria negli Stati industriali della “Rust Belt”, Michigan, Pennsylvania e Wisconsin, la cui conquista aprì al tycoon repubblicano le porte della Casa Bianca. Nelle tradizionali roccaforti operaie colpite dalla globalizzazione e dalla de-industrializzazione Trump compattò attorno a sè il voto dell’elettorato delle aree periferiche e di parte dei colletti blu desiderosi di vedere invertiti trend economici che li avevano profondamente penalizzati.

A quattro anni di distanza, si può constatare come l’agenda anti-cinese di Trump, le politiche economiche dell’amministrazione e il contesto globale abbiano reso estremamente complicato il piano di rilanciare produzioni strategiche e complesse come quella dell’industria automobilistica sul suolo americano, ma dopo la pandemia di coronavirus il discorso sull’accorciamento delle catene del valore e sulla tutela delle filiere strategiche ha preso sempre più piede, facendo tornare d’attualità il discorso di un futuro ritorno dell’industria nella Rust Belt e, in senso più ampio, di un possibile e massiccio reshoring industriale negli Stati Uniti. E questo tema rappresenta uno dei punti dell’agenda in cui lo sfidante democratico di Trump, Joe Biden, maggiormente ha deciso di pedinare sul suo stesso terreno il presidente uscente.

Biden, storicamente spostato molto al centro e vicino a un’agenda liberale in economia, ha sposato molte tesi della campagna elettorale del “socialista” Bernie Sanders per riconquistare ai democratici la Rust Belt e compattare il voto della classe media impegnata nell’industria e nelle attività ad essa collegate. Nel sito della campagna di Biden si legge l’accattivante slogan “Build Back Better” che potrebbe aver fatto bella mostra di sè a fianco del trumpiamo “Make America Great Again” nel 2016. L’ex vicepresidente di Barack Obama prevede, in caso di elezione, di promuovere un massiccio pacchetto di stimolo per valorizzare l’economia reale, “Main Street” e creare “milioni di posti di lavoro ben retribuiti” per evitare che casi come la deindustrializzazione o la distruzione di milioni di jobs ad opera di eventi come la pandemia possano ripetersi.

E non solo. Biden e il Partito Democratico hanno proposte di campagna elettorali che sembrano oramai ben più interventiste rispetto alle agende politiche degli ultimi presidenti dell’Asinello, Bill Clinton e Obama, uniti dal filo rosso di un comune entusiasmo verso i meccanismi economici e commerciali della globalizzazione. Ebbene, Biden nella sua piattaforma programmatica prevede di rivoluzionare le catene del valore strategiche dell’industria americana con l’obiettivo di “usare tutto il potere del governo federale per rilanciare il potenziale manifatturiero” del Paese, implementare una strategia a tutto campo per garantire il rifornimento di “dispositivi critici” come i presidi sanitari e lavorare con gli alleati per “aprire nuovi mercati all’export statunitense”. Una proposta molto assonante al “Buy American, Hire American” del suo avversario. Il piano “Made in America” di Biden prevede interventi per 400 miliardi di dollari nei quattro anni a venire, tra stimoli diretti, crediti d’imposta, riduzione dei vincoli burocratici.

Importante è anche l’apertura esplicita di Biden all’utilizzo del Defense Protection Act (Dpa) del 1950, attivato dall’amministrazione in carica nel contesto della risposta keynesiana alla pandemia, per rispondere aggressivamente alla pandemia e stimolare la produzione interna di strumenti medici e presidi sanitari in caso di avvio della sua presidenza nel prossimo gennaio. Queste mosse possono avere una grande presa nella Rust Belt, che ha scelto il trumpismo pensando di rompere un trend fatto da continuo depauperamento produttivo, declino demografico, degrado urbano. Poche decine di migliaia di voti rientranti nell’alveo democratico non sono un’utopia e rappresentano la miglior speranza di Biden di conquistare la Casa Bianca.

Quel che è certo è che negli Usa sembra esserci una convergenza bipartisan sulla necessità del reshoring, per quanto repubblicani e democratici divergano sulla strategia ottimale. Trump ritiene che sul lungo periodo la sua ampia riforma fiscale garantirà alle aziende le condizioni ideali per tornare a produrre negli Usa sfruttando le rinnovate disponibilità di capitali, Biden vede maggiormente partecipe la mano pubblica. Ma il fine ultimo, lo sottolinea anche il portale Supply Chain Dive, è decisamente comune: ridurre il gap tra gli Usa e il motore industriale del mondo, la Cina; concentrare nel Paese le produzioni più sensibili e quelle a più alto valore aggiunto; dare una spinta ai redditi e alla produzione interna approfittando della fase di riflusso della globalizzazione. In questo contesto, si può dire che i temi che Trump portava con forza innovativa all’attenzione pubblica nel 2016 sono ora diventati il nuovo mainstream. E proprio aver capito questo fatto, dando con senno di poi ragione agli avvertimenti di Sanders del 2016, può risultare il fattore decisivo a favore di Biden nell’attuale campagna, che sul fronte industriale porterà con ogni probabilità, in caso di vittoria democratica, a un’insolita continuità col quadriennio trumpiano.

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