Che non fosse un caso come tanti altri lo si era capito già dopo pochi giorni. In altre occasioni, quando un peschereccio italiano è stato sequestrato dalle autorità libiche nel giro di poche ore i marinai sono tornati a casa. Da quel fatidico primo settembre sono trascorse più di cinque settimane e ancora i 18 marinai (di cui 8 italiani) dei pescherecci Medinea e Antartide si trovano a Bengasi. E nemmeno a bordo dei mezzi a loro sequestrati, bensì all’interno del carcere di El Kuefia, non lontano dalla principale città della Cirenaica. Diciotto famiglie di Mazara del Vallo, la cittadina siciliana che ospita la marineria a cui appartengono i pescherecci, stanno perdendo fiducia e pazienza. L’Italia invece, dal canto suo, sta perdendo la faccia.

Un caso lontano dalla sua risoluzione

Il confine tra coincidenze e nessi casuali in Medio oriente è sempre molto sottile. Non sapremo mai, forse, se gli uomini al timone delle motovedette usate dall’esercito di Haftar abbiano o meno premeditato il sequestro dei pescherecci italiani. Fatto sta però che questa azione è avvenuta proprio nel giorno in cui il ministro degli Esteri Luigi Di Maio si era recato in Libia. Incontri tenuti a Tripoli, con il premier Al Sarraj, incontri tenuti a Tobruck con il presidente del parlamento, Aguila Saleh. Il titolare della Farnesina non è però mai arrivato quel giorno a Bengasi, dove il generale Haftar ha il suo quartier generale. Dal porto di questa città, mentre Di Maio era forse già tornato a Roma, sono salpate le motovedette che hanno poi sequestrato le imbarcazioni italiane. Coincidenza o no, fatto sta che questa circostanza potrebbe portare a pensare a una sorta di vendetta del generale verso l’Italia.

Una vendetta non certo servita fredda ma nelle stesse ore in cui si era capito che Roma non avesse più interesse a considerare Haftar interlocutore, vista la sua marginalità a livello politico dopo la ritirata dalla Tripolitania. Una vendetta condita con altre pretese e richieste fatte giungere direttamente nel nostro Paese. Per la libertà dei nostri marinai, è stata chiesta la scarcerazione di quattro ragazzi libici detenuti in Italia. Per loro nei due gradi di processo, in attesa della Cassazione, sono state inflitte condanne in quanto ritenuti scafisti e responsabili della morte di 49 migranti a bordo di un barcone nel 2015. Ma in Libia, e in special modo in Cirenaica, i giovani incriminati sono soltanto giovani calciatori che volevano provare la fortuna in Europa e ingiustamente accusati. Irricevibile, ovviamente, da parte italiana la proposta di un baratto da parte di Haftar. E allora lo stallo è proseguito in tutte le settimane successive. Senza che, in concreto, siano arrivate notizie confortanti sulla sorte dei marinai.

La mediazione degli Emirati Arabi Uniti

Nei giorni scorsi si è parlato della possibilità di una mediazione da parte della Francia. Haftar è piuttosto isolato, i suoi stessi alleati hanno un po’ mollato la presa su di lui dopo che quest’ultimo ha subito sconfitte militari ma soprattutto spesso non ha ascoltato chi lo ha aiutato militarmente e finanziariamente. Per cui per l’Italia rivolgersi a Parigi, che ha sempre mantenuto un filo diretto con il generale, era una delle ultime carte. La mossa è stata realmente spesa, almeno secondo diverse fonti diplomatiche, i francesi potrebbero realmente interessarsi del caso che riguarda i nostri pescatori. Ma il prezzo da pagare sarebbe molto alto e soprattutto anche da Parigi non possono garantire una presa su Haftar in tempi rapidi. Ecco quindi che dalla Farnesina sono stati avviati contatti con gli Emirati Arabi Uniti. Il governo di Abu Dhabi ha rifornito di droni e mezzi il generale, può quindi esercitare pressione su di lui.

I contatti sarebbero stati realmente avviati. Così come riferito da una fonte del Libyan National Army ad AgenziaNova, dagli Emirati verso Bengasi è partita una lunga telefonata da parte di alcuni mediatori incaricati dal governo di dar manforte all’Italia su questa questione. La conversazione, ha fatto sapere la fonte, è avvenuta con uno dei leader dell’esercito di Haftar e si sarebbe svolta “in un clima positivo”. Difficile però capire se e quanto passi in avanti siano stati fatti per la risoluzione della vicenda.

Un insuccesso per l’Italia

Comunque vada, è il caso di dire, sarà un insuccesso. L’unico vero elemento che conta a questo punto è il rientro a casa dei marinai, le cui famiglie aspettano oramai da troppo tempo il loro ritorno. Sotto il profilo politico, per l’Italia la sconfitta è già conclamata: la Libia era il Paese nordafricano a noi più vicino sotto il profilo diplomatico, adesso invece non siamo in grado di far tornare a casa dei pescatori senza rivolgerci al coinvolgimento di altri attori. Uno smacco non indifferente, specialmente perché Roma sul dossier libico ha sempre vantato un’equidistanza tra Tripoli e Bengasi presentata più volte come garanzia dell’influenza italiana in una delle regioni più strategiche. Influenza che evidentemente non c’è più. Circostanza quest’ultima molto grave in previsione futura.

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