A osservare la politica dell’Occidente, Europa e America, nei confronti della Russia, viene da chiedersi se non stiamo assistendo a un lento, doloroso e inspiegabile tentativo di suicidio politico. Pare infatti che le nostre cancellerie facciano tutto ciò che possono per spingere sempre più la Russia verso le braccia della Cina. Si sforzino, cioè, di consegnare il più vasto deposito al mondo di risorse naturali (gas e petrolio, certo, ma anche una gamma vastissima di minerali indispensabili all’industria, oltre a oro e diamanti), la Russia appunto, all’influenza della potenza manifatturiera della Cina. Favorendo così i piani di Xi Jinping e della dirigenza cinese, che punta ormai a sfidare gli Usa sul piano della competizione globale.

Di questa tattica in apparenza autolesionistica abbiamo due esempi recenti e clamorosi. Il primo riguarda la tecnologia G5, che dovrebbe rivoluzionare le comunicazioni. La Russia non è in grado di sviluppare un sistema proprio ed è quindi costretta a rivolgersi a fornitori esteri. Com’è noto, l’azienda che si è portata più avanti sulla strada del G5 è la cinese Huawei (da sola rappresenta il 30% del mercato), entrata nel mirino degli Usa e dei loro alleati non solo per la posizione dominante sul mercato ma anche perché troppo legata al Governo cinese, al punto da essere considerata un suo “braccio” tecnologico. In teoria, quindi, Mosca sarebbe costretta a scegliere tra un operatore europeo (Nokia-Ericsson), uno americano (Cisco) e uno cinese. È ovvio, però, che sceglierà Huawei, azienda di un Paese alleato e amico come la Cina, e non un’azienda di Paesi che da molti anni le scagliano contro sanzioni economiche sempre crescenti.

Per ragioni di sicurezza, in primo luogo: perché consegnare agli Usa (o a qualche Paese europeo che potrebbe essere indotto a seguirne le direttive) le chiavi del sistema di connessioni di tutta la Russia? Ma ci sono anche ragioni economiche. Huawei sta facendo ciò che le aziende occidentali, a loro volta minacciate con le sanzioni, non possono fare, cioè investire in Russia. Emarginata in Occidente anche a livello di ricerca, Huawei si è rivolta ai cervelli russi e ha costruito in Russia un centro in cui lavorano più di 2 mila tecnici e ingegneri. Non solo. Nel marzo scorso, Huawei ha siglato un accordo con Sberbank, la più grande banca russa, che per il 64% appartiene alla Banca centrale di Russia, mentre il più importante azionista privato è Suleiman Kerimov, azionista anche di Gazprom. L’azienda cinese è stata chiamata a organizzare e gestire i sistemi informatici di Sberbank, conquistando così una finestra fondamentale sui risparmiatori russi, sui flussi economici e anche sul Cremlino, visto che German Gref, amministratore delegato della Banca ed ex ministro dell’Economia (2000-2007), è uno dei più ascoltati consiglieri di Vladimir Putin.

C’è, infine, quello che potremmo chiamare “effetto trascinamento”. Se il G5 di Huawei dovesse partire in Russia, cioè nel Paese che ancor oggi sa produrre tecnologia militare e spaziale d’avanguardia, molti altri Paesi potrebbero essere tentati di adottarlo. Se funziona in Russia, perché non dovrebbe funzionare anche in Sudafrica o in Brasile? Certo, per evitare tutto questo bisognerebbe fare un discorso serio sulla stabilità globale, magari ripensare le sanzioni anti-Mosca. Purtroppo, come si vede, avviene l’esatto contrario.

Lo dimostra, se ce ne fosse bisogno, il caso del gasdotto Nord Stream 2, quello che dovrebbe collegare la Russia alla Germania passando sotto il Mar Baltico, saltando cioè l’Ucraina, e portando nell’Unione Europea 55 miliardi gas naturale l’anno in più. Al progetto si oppongono l’Ucraina (che perderebbe circa 3 miliardi l’anno di diritti di transito, visto che i principali gasdotti russi verso Occidente passano sul suo territorio), i Paesi politicamente ostili alla Russia come la Polonia e i Baltici e soprattutto gli Usa, che hanno colpito l’impresa con ogni genere di sanzioni e minacciano di emanarne altre. La Casa Bianca adduce ragioni di sicurezza che non reggono molto: se c’è stata una cosa sicura, in questi decenni, è la fornitura russa di gas della Russia. Al contrario, pare poco sicuro lasciare che i quasi 200 miliardi di metri cubi di gas russo che arrivano in Europa passino tutti per l’Ucraina, che dal 2014 è di fatto in guerra con la Russia. E poi, certo, gli Usa si propongono a loro volta come fornitori di gas liquido, anche per dare sollievo ai produttori nazionali che navigano in brutte acque.

Anche in questo caso, però, l’esito finale è spingere la Russia sempre più verso la Cina. Per il gas e il petrolio russi, infatti, i due maggiori mercati sono appunto l’Europa e la Cina, ma con una netta prevalenza della prima. Nel 20018, il 70% delle esportazioni russe di gas andava verso l’Unione Europea e solo il 15% verso la Cina. Nello stesso anno (dati Eurostat), il 27,3% delle importazioni europee di petrolio venivano dalla Russia, contro il 15,4% di quelle cinesi. Era già in corso, però, a causa delle sanzioni e dei diversi contenziosi tra Russia e Occidente, un rovesciamento della tendenza, che in questi anni si è accentuato. Il perché è ovvio: quando si ostacolano le esportazioni energetiche russe verso l’Europa, la Russia cerca altri sbocchi, per primo quello della Cina, reso anche più praticabile dai 4.200 chilometri di confine terrestre.

Difficile non considerare tutto questo un suicidio politico da parte dell’Occidente. Anche perché è chiaro che, per una lunga serie di ragioni che comprendono la pressione demografica cinese sullo spopolato Estremo Oriente russo, il Cremlino manovra la “pratica cinese” con molta prudenza. Ma è possibile che nelle stanze del potere queste banali constatazioni non trovino posto? L’assurdo apparente si spiega con il fatto che la partita degli americani non si gioca sulla Russia. Il Cremlino di Putin è un avversario difficile, abilissimo nel contropiede. Ma non è un vero rivale degli Usa per la supremazia globale, non ne ha la capacità economica, tecnologica e politica. In poche parole: la Russia di oggi non è l’Urss di ieri. Il potenziale rivale degli Usa, oggi, è la Cina. E i policy makers americani hanno deciso che la competizione può essere vinta solo se gli Usa manterranno il controllo politico dell’Europa, continente che ha un Pil pare a quello americano ed è tuttora decisivo nel gioco degli equilibrii planetari.

La russofobia a stelle e strisce, alimentata attraverso la Nato e i Paesi dell’ex Est europeo, serve a questo: a impedire una normalizzazione dei rapporti tra Bruxelles e Mosca e bloccare l’Europa nell’ambito delle politiche decise a Washington. Non a caso i Paesi europei con cui la polemica di Washington è più forte sono la Francia di Macron (che chiede l’esercito europeo e giudica la Nato in stato di “morte cerebrale”) e la Germania della Merkel, che con la Russia conduce una diplomazia a sé stante. Sarebbe più corretto, dunque, parlare di suicidio politico dell’Europa. Che infatti, a dispetto del proprio ruolo fondamentale, da lungo tempo non riesce a essere protagonista delle scelte che la riguardano.

È un momento difficile
STIAMO INSIEME