“Le dimensioni, l’ambizione e la capacità della Cina le hanno consentito di penetrare con successo in ogni settore dell’economia del Regno Unito“. Le valutazioni contenute nell’ultimo report diffuso dall’Intelligence and Security Committee of Parliament (Isc), intitolato China e interamente dedicato all’influenza, più o meno presunta, della Repubblica Popolare Cinese in Uk (leggibile qui), hanno travolto il governo britannico. Accusato, di fatto, non solo di non aver riconosciuto i presunti rischi, ma di aver disposto un livello di risorse “del tutto inadeguato” per affrontare la “minaccia” del Dragone.
La commissione del Parlamento con responsabilità statutaria per la supervisione della comunità di intelligence del Regno Unito ha dunque sparato a zero contro l’esecutivo guidato da Rishi Sunak. Che, a sua discolpa, ha sbandierato le misure adottate per prevenire possibili interferenze indesiderate riducendo la dipendenza di Londra dalla tecnologia cinese, pur rimarcando il desiderio di mantenere relazioni “aperte” e “costruttive” con la Cina.
Il primo ministro ha quindi aggiunto che l’indagine in questione è iniziata nel 2019 e che ha quindi raccolto la maggior parte delle prove nel 2020, ovvero prima delle revisioni sulla sicurezza effettuate nel 2021 e nel 2023. Eppure, al netto dell’inevitabile gradiente di politicizzazione insito nel paper, le pagine del rapporto risultano a dir poco allarmanti.
L’allarme del report Uk
Il documento dell’Isc ha esaminato l’interferenza della Cina nel mondo accademico del Regno Unito, nell’industria e nella tecnologia, ha monitorato gli accordi e gli investmenti che hanno chiamato in causa Pechino e, infine, ha acceso i riflettori sul coinvolgimento del Dragone nelle infrastrutture nazionali critiche del Paese.
Ebbene, il report ha sottolineato come gli investimenti cinesi diretti verso Londra e dintorni non siano stati adeguatamente controllati dal governo britannico, oltre ad aver espresso “seria preoccupazione” per il fatto che l’esecutivo, a detta della stessa Isc, “non vuole che ci sia alcun controllo significativo di accordi di investimento sensibili”. L’esecutivo britannico avrebbe inoltre “mostrato scarso interesse per gli avvertimenti del mondo accademico”, sulla leva finanziaria della Cina su tasse e finanziamenti, sull’influenza di Pechino sugli accademici britannici “attraverso incentivi e intimidazioni” e sul “monitoraggio e controllo” degli studenti cinesi. Il rapporto ha quindi rincarato la dose scrivendo addirittura che alcune istituzioni accademiche “sembrano chiudere un occhio” su tali sforzi, “felici semplicemente di prendere i soldi”.
In una sezione riguardante industria e tecnologia, invece, si legge che le vie di acquisizione cinesi sono state accolte con favore dal governo “indipendentemente dai rischi per la sicurezza nazionale“. Sugli investimenti della Cina nel settore energetico del Regno Unito, l’Isc ha sostenuto che è “ingenuo presumere che consentire alle società cinesi di esercitare un’influenza sui settori nucleare ed energetico civile del Regno Unito non significhi cedere il controllo al Partito Comunista Cinese“.
Rapporti complessi
In attesa di capire se stiamo parlando di un allarme eccessivo o meno, nelle sue conclusioni l’Isc si è detta “sorpresa di quanto tempo ci sia voluto per mettere in atto un processo per identificare e proteggere le risorse del Regno Unito”. Questo è stato definito un “grave fallimento di cui il Regno Unito potrebbe subire le conseguenze per gli anni a venire”.
Il comitato ha affermato di riconoscere i difficili compromessi coinvolti nel bilanciare sicurezza e prosperità, ma ha invitato il governo ad “assicurarsi di avere la “propria casa” in ordine in modo tale che le preoccupazioni per la sicurezza non siano costantemente superate dall’interesse economico”. In termini di spionaggio, ha proseguito il paper, la raccolta di informazioni umane da parte della Cina sarebbe “prolifica” e si avvarrebbe di “una vasta rete di individui inseriti nella società locale per accedere a persone di interesse, spesso identificate attraverso i social media”. “Dalle prove che abbiamo raccolto è chiaro che la Cina prende abitualmente di mira gli attuali e gli ex dipendenti pubblici del Regno Unito. Sebbene vi sia una buona consapevolezza del pericolo rappresentato, è fondamentale mantenere la vigilanza”, ha concluso l’Isc.
Vale la pena ricordare un recente episodio che dovrebbe fungere da campanello d’allarme per Londra. Lo scorso gennaio, l’establishment politico dell’Uk è stato scosso da un raro avviso di allerta dell’MI5 relativo ad un presunto agente cinese operante nel parlamento britannico. Tale Christine Lee, secondo gli 007 di sua Maestà si sarebbe impegnata in attività più o meno segrete a sostegno del Partito Comunista Cinese, coltivando legami con politici inglesi per oltre un decennio. L’ambasciata cinese a Londra ha respinto e negato questa ricostruzione, mentre i media hanno passato in rassegna particolari non da poco. A partire dal 2005, ad esempio, Lee avrebbe donato 675.586,88 sterline all’ufficio del deputato laburista Barry Gardiner (poi dimessosi in seguito all’esplosione del caso) o direttamente al partito Laburista. Accuse scottanti che complicano ulteriormente i legami Uk-Cina.
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