Le Nazioni Unite, insieme al Fondo monetario internazionale, la Banca mondiale, l’Accordo generale sulle tariffe e sul commercio (sostituito poi dall’organizzazione mondiale del commercio) e la Nato, rappresentano una delle principali istituzioni attraverso le quali si è sviluppato l’ordine liberale internazionale (Liberal World Order, LWO) imperniato sulla leadership degli Stati Uniti a partire dal secondo dopoguerra. Ora, tuttavia, sono i diretti avversari di Washington a usare proprio un’istituzione come l’Onu – attraverso il Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite – per minare minare la credibilità internazionale della superpotenza a stelle e strisce in un momento di grave crisi interna generata dall’assassinio dell’afroamericano George Floyd e dalle successive manifestazioni di Black Lives Matter e delle altre organizzazioni della sinistra radicale. 

Come scrive The Hill, infatti, il Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite – dal quale gli Usa si sono ritirati – ha dichiarato che discuterà del “razzismo sistemico” e della brutalità della polizia negli Stati Uniti questa settimana a seguito di una richiesta avanzata dalle nazioni africane. A guidare l’iniziativa diplomatica contro gli Stati Uniti il Burkina Faso, a nome di tutte le 54 nazioni africane. “Il razzismo strutturale e la violenza della polizia sono questioni che vengono comunemente sollevate dagli stati e dalla società civile nelle riunioni del consiglio, così come gli omicidi illegali da parte della polizia e il pregiudizio razziale nelle attività di polizia”, ​​ha detto a Voice of America Rolando Gomez.

La Cina aizza l’Africa contro gli Stati Uniti

Secondo quanto riportato da La Verità, dietro la richiesta capeggiata dal Burkina Faso è probabile che si celi la longa manus di Pechino. “Una mossa della Cina – scrive La Verità – per mettere in difficoltà Washington”. In primis va rilevato che Pechino sta da giorni enfatizzando le proteste seguite alla morte di Floyd, avendo tra l’altro bollato il razzismo come malattia cronica della società americana. Ma è soprattutto la sempre maggiore influenza geopolitica del Dragone sul continente africano ad aver spinto le nazioni africane a prendere di mira Washington. In tal senso, il Burkina Faso rappresenta un caso esemplare. Nel maggio 2018, ha deciso di stabilire i rapporti diplomatici con la Cina; due giorni prima aveva tagliato i rapporti storici con Taiwan. La mossa del Paese africano avvenne a poche settimane dalla decisione della Repubblica Dominicana di abbandonare i rapporti con Taiwan per legarsi a Pechino.

Cina e Burkina Faso legati da importanti interessi economici e diplomatici

Il ministro cinese degli esteri Wang Yi e il suo omologo del Burkina, Alpha Barry firmarono un comunicato congiunto. Wang ha spiegato che il Paese africano “ha preso la decisione corretta, seguendo il corso dei tempi”. Barry ha sottolineato che la Cina è la più importante economia del mondo e che la sua nazione riceverà benefici da questo rapporto. Secondo il Global Times, il commercio fra Taiwan e il Burkina Faso era di soli 13 milioni di dollari Usa nel 2015. Nello stesso anno, quello con la Cina era di 395 milioni. Come spiega Sicurezza Internazionale, Wang Yi ha svolto una visita ufficiale in Burkina Faso il 4 gennaio 2019, manifestando la volontà di Pechino di investire 44 milioni di dollari a sostegno del meccanismo regionale G5 Sahel – un framework istituzionale per il coordinamento della cooperazione regionale in merito di politiche di sviluppo, di sicurezza e di lotta al jihadismo nell’Africa Occidentale, creato nel 2014 con sede in Mauritania.

Naturalmente, la maggioranza delle nazioni africane in materia di diritti umani ha ben poco da insegnare agli Stati Uniti. Ma quella del Burkina Faso va interpretata come un’iniziativa geopolitica in chiave anti-statunitense, nel solco della nuova Guerra Fredda fra Washington e Pechino.