Il Mar Cinese Meridionale è la porta sul mondo di una Repubblica Popolare che nella proiezione oceanica ha il cardine del grande progetto geopolitico, strategico ed economico centrato sulla Nuova Via della Seta. Al tempo stesso, esso rappresenta il principale baricentro e la maggiore linea di faglia della geopolitica planetaria, in quanto via d’acqua strategicamente fondamentale per i commerci indo-pacifici, sede di traffici annui valutati oltre i 5 trilioni di dollari e punto di impatto tra le contrastanti visioni mondiali della Cina e degli Stati Uniti d’America. Con gli Usa intenti a tentare di contenere con un “cordone sanitario” di alleanze e azioni politico-militari l’ascesa di Pechino nelle proprie acque territoriali, e la Cina pronta a tutto per fare del “suo” mare la piattaforma di partenza per la sua strategia planetaria.

E negli ultimi anni Pechino ha puntato sulla conquista materiale del Mar Cinese Meridionale: come riporta la  Asia Maritime Transparency Initiative, dal 2013 ad oggi la Cina ha edificato ben 3200 acri di isole artificiali nel conteso arcipelago delle Spartly e disseminato nell’ampia porzione d’acqua del Pacifico occidentale decine di piccole e medie basi potenzialmente sfruttabili da navi e unità aeree. A ciò si aggiunge il rinsaldamento del fronte “urbano”, con la grande conurbazione rivierasca del Delta del Fiume delle Perle, da Guangzhou a Macao, che oltre a 120 milioni di abitanti ospita una fetta fondamentale degli interessi economici della Cina e ne rappresenta la punta di lancia nella regione. 

Pechino ha ambizioni crescenti ma sicuramente non è ambigua: ritiene il Mar Cinese Meridionale territorio di propria pertinenza e intende rivendicare la sovranità all’interno della “Linea dei Nove Tratti” che lo racchiude completamente e ne accrescerebbe la sovranità marittima del 50%. Questa assertività ha influito notevolmente, di recente, sugli scenari regionali.

Il braccio di ferro tra Cina e Stati Uniti nel Mar Cinese Meridionale

Alla crescente militarizzazione del Mar Cinese Meridionale ha contribuito anche la presenza navale e area statunitense, dettata dalla volontà di Washington di dimostrare la propria decisione nel contenere Pechino, rinsaldare l’asse con gli alleati regionali e mostrare la propria costante supremazia navale attraverso le Freedom of Navigation Operations (Fonops) .

Come scritto da Paolo Mastrolilli de La Stampa, ripreso da Dagospia, “la Cina ha completato la militarizzazione di sette isole nell’arcipelago delle Spratly, creando atolli dal nulla per trasformarli in basi. Così si è messa in condizione di minacciare direttamente Manila. Gli altri Paesi che hanno pretese territoriali nella regione, cioè Filippine, Vietnam, Taiwan, Malaysia e Brunei, non sono abbastanza forti per resistere, e quindi gli americani continuano le missioni aeree e navali per mostrare la loro presenza e affermare il principio della libertà di navigazione”.

Una situazione potenzialmente esplosiva, se si pensa che proprio sul mare la Cina intende, in prospettiva, contendere a Washington una primazia militare attualmente indiscussa e potenzialmente volgibile in pistola puntata alla tempia di Pechino stante il dominio navale statunitense sul globo, che trasformerebbe in trappola la dipendenza cinese dalle esili linee di comunicazione passanti per aree anguste come lo stretto di Malacca.

La sfida di Trump nel Mar Cinese Meridionale

E proprio sul Mar Cinese Meridionale e l’Indo-Pacifico l’amministrazione di Donald Trump appare destinata a martellare con forza. Proprio perché sintesi della sfida economica sino-americana e della parallela rivalità militare, la contesa nella regione è esiziale per determinare le sorti dei due principali attori planetari.

Trump ha incentivato con decisione lo svolgimento delle Fonops, e come ricordato da The Diplomat con la guerra dei dazi sfida, sostanzialmente, la volontà cinese di recuperare il gap con gli Usa nel decisivo campo dell’innovazione tecnologica, cercando di prevenire la trasformazione del Delta del Fiume delle Perle in un’area vastamente integrata, come suggerito di recente dall’inaugurazione del maxi ponte da 55 chilometri tra Macao e Hong Kong, e competitiva con la Silicon Valley californiana.

Una strategia tanto assertiva quanto quella cinese, incardinata nella volontà di saldare contro Pechino un asse omogeneo (dal Giappone all’India passando per l’Australia) che però ha difficoltà a vedere la luce. Il Mar Cinese Meridionale attira attenzioni considerevoli, è scacchiera contesa e via d’acqua cruciale per gli equilibri planetari. Cina e Stati Uniti si fronteggiano in uno stato di tensione permanente. Loro compito è mantenere questa tensione attorno al livello di guardia: la trappola di Tucidide, lo scontro tra l’egemone e la potenza rivale in ascesa, è dietro l’angolo. E non potrebbe scoppiare in nessun altro luogo del pianeta.