A volte i numeri valgono più di un editoriale. Basta sceglierli con un po’ di pignoleria, quanto basta, e lasciarli parlare. Ad esempio, sono quattro le volte in cui, negli ultimi 12 mesi, l’europarlamentare Pina Picierno, vicepresidente del Parlamento Europeo, del Partito Democratico ha twittato la parola “Gaza”. Di queste, solo una volta, il 29 febbraio, ha chiesto senza troppi giri di parole il cessate il fuoco, anziché festeggiare la liberazione dei soli ostaggi israeliani o condannare un lancio di razzi da Hamas.
Tre volte, invece, Gaza è stata citata su Twitter (ora X) da Paolo Gentiloni, ex premier italiano e commissario europeo per gli Affari economici, anch’egli del Partito Democratico. Tre volte che risalgono addirittura a 10 anni fa, in occasione di un’altra sanguinosa rappresaglia dell’esercito israeliano nella Striscia. Da allora, il silenzio.
Certo l’indirizzo politico o le idee di un personaggio pubblico non si possono dedurre solo dai social. Ci sarà pur modo di fare politica fuori da X, o no? E allora consideriamo questo conteggio non un richiamo etico, ma un’annotazione. Che assume forse un senso se si osserva, subito dopo, il numero di volte in cui Picierno ha scritto la parola Georgia (sette) negli ultimi 12 mesi, per sostenere univocamente le proteste anti-russe e filo-Bruxelles, e quante volte Gentiloni ha scritto Venezuela (otto) negli ultimi dieci anni per sostenere l’opposizione al regime di Maduro.
Se è vero che stare sui social non significa fare politica, perché sui social alcuni politici ripetono vistosamente alcune parole-chiave, spingendo la narrazione sempre nello stesso modo, e ne occultano altre?
Chiariamo una cosa. È del tutto legittimo e persino fisiologico che nel PD esista una corrente come quella di Picierno-Gentiloni, con una selezione di priorità che potremmo definire allineata interamente con il Pentagono. Una visione degli Esteri che riecheggia quella di Joe Biden ed è in linea con la tradizione della politica estera blairiana di adottare i modelli statunitensi. Una formulazione che mette al centro la “difesa della democrazia”, qualunque cosa essa significhi. Che parla di una lotta globale, manichea, tra “democrazia e autocrazia”, focalizzata sui cosiddetti assi del Male, ideologicamente più vicina al Foglio/Linkiesta che al lettore medio della vecchia Repubblica di Eugenio Scalfari.
Quel che turba, semmai, è il peso di questo specifico segmento piddino negli editoriali dei giornaloni, in televisione e nelle scelte strategiche del partito, in barba a qualunque segnale della base. Una rilevazione dell’Istituto Noto ha fatto notare sommessamente come l’idea di un’apertura a Renzi che “piace ai big del Pd” (Repubblica) non piaccia affatto agli elettori del partito: 7 su 10, infatti, dicono no, preferendo invece un’alleanza con il M5S. Altre rilevazioni mostrano come l’elettorato del PD sia solidamente filo-ucraino ma con giudizio, e anche filopalestinese, favorevole a un’Europa più autonoma dagli Stati Uniti e da Israele.
Tutto questo non trova eco nella stampa progressista italiana. Dove la riconnessione con Renzi sembra procedere a passo spedito, col consenso soprattutto dei direttori di giornale e dei senatori dell’informazione italica. Dove le voci su Gaza sono innocue e non toccano le contraddizioni dello status quo, e negli editoriali invece trionfano i luoghi comuni romantici su Israele e cattiverie contro i pacifisti, come Stefano Cappellini che su La Repubblica chiede ad Amnesty dove siano i cartelli contro Hamas, o Mattia Feltri che su La Stampa chiama Elly Schlein la “disarmante” solo perché l’attuale segretaria PD aveva osato contestare la fornitura di armi a Israele.
Il mondo opinionistico di centrosinistra che conta ha una visione di politica estera simile ai film degli Avengers. Proprio come quella di Picierno e Gentiloni. Che sono stati, a loro modo, esponenti ultra-renziani che il renzismo non l’hanno mai abbandonato, pur essendo diversi dall’originale per stile, toni, modi di porsi in pubblico. E che, anche senza Renzi, nel PD conservano qualcosa di quell’esperienza: innanzitutto la connessione con quei renziani che dal PD non se ne sono mai andati. Come il cattolico Lorenzo Guerini, da sempre a disagio con la sinistra del partito, massimalista pro-Israele e pro-Ucraina. E che oggi sembrano da blandire a tutti i costi, nonostante i veti degli elettori comuni. Per pacificare, finalmente, anche la stampa che conta. E non far fare a Schlein la fine dell’ex leader laburista Jeremy Corbyn, sommerso dalle critiche interne perché troppo radical left.
Poi c’è, del renzismo passato, un retaggio politico che si vede nelle esternazioni online, molto selettive e mirate, di Picierno e Gentiloni: l’eccedenza. Una volta a Picierno capitava di eccedere in TV, malgrado si presentasse un tempo come “autrice di testi televisivi”. È famosa per aver detto una volta che con 80 euro si può fare la spesa per due settimane. Poi si corresse. Oggi Picierno sembra sposare per intero l’idea che la Georgia sia una nazione che deve entrare al più presto nell’Ue e antagonizzare il più possibile la Russia, e che qualsiasi opera di compromesso tra i due mondi sia sbagliata.
Sul Venezuela, per sottolineare i brogli del regime chavista di Nicolas Maduro (che esistono fuori da ogni dubbio), sceglie di pubblicare con slancio un monologo di María Corina Machado, leader dell’opposizione a Maduro che è stata a lungo a capo di un’intransigente fazione di estrema destra che ha rifiutato categoricamente le elezioni. Machado aveva auspicato il colpo di Stato del 2002 contro Chávez e ha passato anni a chiedere più sanzioni statunitensi affinché avvenisse un violento cambio di regime e Caracas si potesse avvicinare a governi autoritari come Jair Bolsonaro e Javier Milei.
Dal canto suo, il pragmatico e apparentemente più pacato Gentiloni fa qualcosa di molto simile: condivide foto della “Thatcher venezuelana” (copyright El Pais, mica Lotta Comunista) in pose carismatiche ai comizi, come se per riaffermare la democrazia nel Latinoamerica sia normale sposare qualunque cosa arrivi dalla destra; sembra ignorare Gaza, si guarda bene dal condannare con parole dure la rappresaglia di Netanyahu ma fa l’ultrà sulla guerra in Ucraina e pubblica solo notizie che sembrano confermare la policy di Washington che ha tanto inimicato Putin – come sostenere rivoluzioni a Tbilisi che sembrano poter avvicinare la Georgia all’adesione all’Ue e alla Nato.
In questo atlantismo rigido di una parte del PD tuttora molto influente, la promozione della democrazia nei modi in cui lo intendono gli Avengers è doppiamente pericolosa: come politica sostanziale può ritorcersi contro di noi, e come inquadramento retorico può renderci ciechi di fronte alle nostre contraddizioni. Nonostante il doppio pericolo, quest’area dei Dem persevera senza tentennamenti. Ma così finisce per sposare la stessa logica dei falchi neocon. Una logica che prescinde da qualunque ragionamento sui voti, o sul consenso degli elettori.

